Eutanasia, Emilio Coveri a processo: spinse donna a suicidio?/ “Decisione sua”, ma…

- Emanuela Longo

Eutanasia, Emilio Coveri a processo con rito abbreviato per istigazione al suicidio: presidente Exit si difende “Fornite solo informazioni su testamento biologico”

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Immagine di repertorio (Pixabay)

Emilio Coveri, il presidente di Exit Italia, è finito a processo con l’accusa di istigazione al suicidio per il ricorso all’eutanasia. Stando a quanto sostenuto dalla procura di Catania, il paladino della morte assistita avrebbe determinato, o quanto meno rafforzato, il “proposito suicida” di Alessandra Giordano, 47enne di Paternò, morta il 27 marzo 2019 in una clinica svizzera dopo aver bevuto un liquido che le è stato somministrato, a base di sodio pentobarbitale. Il processo con rito abbreviato si aprirà ufficialmente il prossimo 5 novembre, quando interverranno accusa e parti civili. Alessandra non avrebbe mai incontrato personalmente Coveri ma tra i due, come racconta oggi La Verità, ci sarebbe stato un fitto scambio di mail, sms e telefonate tra il 2017 al 2019 e che per la procura avrebbero portato all’istigazione al suicidio, il medesimo reato – poi archiviato – del quale si era autoincolpato Marco Cappato, dopo aver accompagnato alla morte dj Fabo. Il caso di Alessandra, insegnante siciliana, è però differente dal momento che non era una malata terminale ma soffriva di una nevralgia, la sindrome di Eagle. Come rammenta il quotidiano, però, era soprattutto una donna depressa. L’inchiesta a Catania è durata ben 7 mesi e decisiva sarebbe stata una consulenza psichiatrica e medico legale che ha rilevato in Alessandra una “depressione maggiore con caratteristiche miste”, non incurabile nè irreversibile, così come sindrome di cui la donna soffriva.

EUTANASIA, EMILIO COVERI A PROCESSO PER ISTIGAZIONE AL SUICIDIO

Nel marzo dello scorso anno Alessandra Giordano raggiunse all’insaputa di tutti la clinica di Zurigo specializzata in suicidi assistiti e vicina a Exit. Quando la famiglia scoprì le sue intenzioni fece di tutto per fermarla ma una volta giunta in Svizzera è ormai troppo tardi. I fratelli della donna denunciano così l’accaduto che ora vede Coveri a processo al termine del quale rischia una condanna a 8 anni. Il presidente dell’associazione Exit di Torino ha spiegato: “La signora era una nostra associata e le abbiamo semplicemente fornito, su sua richiesta, le informazioni che le servivano per prendere una decisione. Una procedura normale”. A finire al centro dell’indagine è stato però un articolo pubblicato sulla newsletter di Exit e inviato ai soci alla fine del 2017, scritto dallo stesso Coveri e che racconta la storia di Alessandra, spiegando di essere riuscito a convincerla a compiere la sua scelta, nonostante, da credente, fosse pervasa dai dubbi: “Sento che, ancora una volta, ha prevalso la mia teoria: quella che la vita è nostra, di nessun altro. Tantomeno di quel Dio che vuole farci soffrire inutilmente e di tutta la sua banda”. Alessandra matura la sua decisione di recarsi in Svizzera dopo l’iscrizione a Exit e da allora inizia a contattare Coveri aggiornandolo sui progressi rispetto alla decisione della clinica svizzera. L’uomo però, sentito in procura, avrebbe minimizzato il suo ruolo chiarendo che sarebbe stata proprio Alessandra a contattare la struttura svizzera: “Io le ho dato solo informazioni sul testamento biologico. Lei m’informava sulla sua salute. Ma non sono mai intervenuto per convincerla a porre fine alle sue sofferenze”. Ma per i magistrati catanesi sarebbe accaduto l’esatto contrario.

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