EUTANASIA LEGALE/ Quando il “gioco” dei diritti diventa una sconfitta civile

- Paola Binetti

La sentenza della Consulta ha equiparato il diritto alla vita, costituzionalmente garantito, al diritto di autodeterminazione ex legge 219

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Premessa – La delusione, il dispiacere, l’amarezza, l’irritazione: tutto un crogiolo di emozioni tristi fanno da sfondo a questa sentenza della Corte Costituzionale emessa mercoledì sera dopo la lunga attesa, che pure in qualche modo ci aveva fatto sperare in un ripensamento della Corte, sia in fatto di tempi che di contenuti.

Avevamo chiesto tempo per il Parlamento, anche in considerazione delle complesse e ben note vicende governative di questi ultimi tempi; lo avevamo chiesto soprattutto per il Senato, che di fatto era stato del tutto escluso dal dibattito. Volevamo discutere di un nuovo ddl che correggesse le ambiguità della legge sulle Dat, la 219/2017, evitandone l’interpretazione eutanasica. Ma invece proprio sui quei punti critici la Corte Costituzionale ha costruito la sua sentenza, ribadendone l’impatto devastante sulla vita di tante persone: le più sole, le più fragili, le più malate e le più povere. I giudici della Corte Costituzionale comunque si sarebbero dovuti attenere alle norme in vigore al tempo dei fatti denunciati da Marco Cappato e punire con la sanzione prevista l’imputato. È già abbastanza strano che un imputato venga assolto in base a una norma non ancora emanata, a cui si garantisce effetto retroattivo. La Corte si è sostituita non solo al legislatore, ma anche ai padri costituenti, e ha equiparato il primo diritto, costituzionalmente garantito, il diritto alla vita, al diritto di autodeterminazione derivato dalla legge 219.

Il comunicato stampa della Corte Costituzionale, in attesa di leggere la sentenza per esteso – La Corte costituzionale si è riunita in camera di consiglio per esaminare le questioni sollevate dalla Corte d’assise di Milano sull’articolo 580 del Codice penale riguardanti la punibilità dell’aiuto al suicidio di chi sia già determinato a togliersi la vita. In attesa del deposito della sentenza, l’ufficio stampa fa sapere che la Corte ha ritenuto non punibile ai sensi dell’articolo 580 del codice penale, a determinate condizioni, chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli.

Sono le condizioni già anticipate nell’Ordinanza 207/2018 della Corte e proposte al Parlamento come una sorta di linee guida da seguire nella formulazione del suo disegno di legge. Ora, per quanto le si voglia considerare in chiave restrittiva, ossia per evitare rischi di abuso nei confronti di persone specialmente vulnerabili, si tratta comunque di maglie molto larghe su cui vale la pena riflettere. Le patologie irreversibili sono moltissime, per lo meno tutte quelle per cui non disponiamo ancora di farmaci adeguati, come accade nella stragrande maggioranza delle malattie rare.

Il riferimento alle sofferenze fisiche e psicologiche, ritenute intollerabili, è oggettivamente un criterio estremamente soggettivo, non solo perché la soglia di sopportazione del dolore fisico è estremamente variabile, ma perché le sofferenze psicologiche hanno uno spettro amplissimo e includono povertà e solitudine, abbandono, tante forme di depressione, in cui è ben difficile intervenire per individuare quando scatta l’intollerabilità personale. Nè è più facile identificare quali siano i trattamenti di sostegno vitale con cui un paziente è tenuto in vita, dal momento che avendo identificato nutrizione e idratazione come trattamenti sanitari (L. 219/17, articolo 1, comma 5) tutto può rientrare nella definizione generica di sostegno vitale.

E infine il quarto vincolo posto dalla sentenza: pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli. È un vincolo più face da enunciare che da verificare, se non si tiene conto dell’impatto emotivo che sperimenta una persona quando soffre, quando si sente sola, o teme di essere di peso per la sua famiglia o peggio ancora teme di essere lasciata sola e abbandonata. Per di più si tratta di paletti su cui si è già alzata la voce della Associazione Coscioni, che ha intensamente voluto questo pronunciamento, per dire che si tratta di vincoli troppo restrittivi che non tengono conto di una infinità di altre situazioni e circostanze in cui una persona potrebbe desiderare di ricorrere al suicidio.

Ma uno degli aspetti più gravi della sentenza, almeno a leggere il comunicato stampa che ne anticipa la pubblicazione, riguarda “la verifica sia delle condizioni richieste che delle modalità di esecuzione da parte di una struttura pubblica del Ssn, sentito il parere del comitato etico territorialmente competente”. Ossia l’aiuto al suicidio va tradotto in un suicidio medicalmente assistito, in una struttura pubblica del Ssn, ossia a carico del Ssn, come un qualunque altro Lea, e per di più con il parere del comitato etico, che sancisce l’intrinseca liceità di un comportamento finora ritenuto eticamente illecito. Ossia sarà messo in carico ai medici, infrangendo la natura stessa dell’alleanza terapeutica e sarà benedetto dal comitato etico competente, anche in questo infrangendo il senso stesso di un principio etico consolidato.

Ironia della sorte, si dice anche che la Corte ha subordinato la non punibilità al rispetto delle modalità previste dalla normativa sul consenso informato, sulle cure palliative e sulla sedazione profonda continua, ignorando totalmente come la legge 38/2010 sulle cure palliative sia una legge non finanziata adeguatamente, applicata in modo del tutto disomogeneo sul territorio nazionale, in carenza di Hospice dedicati e di un’assistenza domiciliare qualificata. La Corte sottolinea che l’individuazione di queste specifiche condizioni e modalità procedimentali sono state desunte da norme già presenti nell’ordinamento, senza però averne verificato l’applicazione o addirittura la stessa applicabilità.

Le reazioni alla Sentenza della Corte – Tra tutte le reazioni, vale la pena ricordare prima di tutto quella dell’Ordine dei medici. Antonio Magi, presidente del più numeroso Ordine dei medici d’Europa, quello di Roma e Provincia, con 45mila iscritti, ha affermato: “Per noi non cambia nulla. Nulla, assolutamente nulla. Il Codice parla chiaro e all’articolo 17 stabilisce che anche su richiesta del paziente non dobbiamo effettuare né favorire atti finalizzati a procurare la morte”. Il presidente dell’Ordine dei medici di Novara ha affermato che nel suo collegio faranno tutti obiezione di coscienza. Filippo Anelli, presidente della Fnomceo, ha sottolineato l’intrinseca contraddizione tra la professione medica e la sentenza della Corte, spostando l’asse della sua applicabilità: “Quello che chiediamo ora al Legislatore è che chi dovesse essere chiamato ad avviare formalmente la procedura del suicidio assistito, essendone responsabile, sia un pubblico ufficiale rappresentante dello Stato e non un medico. Prevedo – ha aggiunto – che ci sarà una forte resistenza da parte del mondo medico”.

La presidenza della Conferenza episcopale italiana e il Movimento per la vita – Immediata e chiarissima la reazione della Chiesa italiana per bocca del suo presidente: “Si può e si deve respingere la tentazione – indotta anche da mutamenti legislativi – di usare la medicina per assecondare una possibile volontà di morte del malato, fornendo assistenza al suicidio o causandone direttamente la morte con l’eutanasia”. I vescovi italiani si ritrovano unanimi nel rilanciare queste parole di papa Francesco ed esprimono il loro sconcerto e la loro distanza da quanto comunicato dalla Corte Costituzionale. La preoccupazione maggiore è relativa soprattutto alla spinta culturale implicita che può derivarne per i soggetti sofferenti a ritenere che chiedere di porre fine alla propria esistenza sia una scelta di dignità. I vescovi confermano e rilanciano l’impegno di prossimità e di accompagnamento della Chiesa nei confronti di tutti i malati.

È evidente come la Chiesa, fedele alla sua missione di servizio all’uomo e all’uomo sofferente in primo piano, da un lato ribadisce il suo impegno di presa in carico personale nei confronti di chi soffre, per tutelarne la vita e la dignità, con una relazione di cura generosa e senza confini. E dall’altro teme soprattutto per l’evoluzione culturale che la stessa sentenza può avere nell’indurre le persone più fragili a credere che la propria dignità si esprime più e meglio nella morte che non nella vita, per difficile che ossa apparire. E alla Cei fa eco il Movimento per la Vita Italiano che condivide lo sdegno e l’amarezza di tanti per questa grave sconfitta civile di cui si è fatta responsabile la Corte Costituzionale. Una sconfitta per tutta la società. Con tutte le drammatiche conseguenze sul Ssn. La sofferenza non si combatte con il farmaco letale, ma con la terapia del dolore e le cure palliative. È chiaro che dietro l’introduzione sociale del suicidio assistito come dell’eutanasia c’è una cultura che non sa riconoscere la dignità umana nei malati, nei disabili, negli anziani e strumentalizza il tema della libertà. È la cultura dello scarto che nonostante tutto si va affermando in un contesto che, mentre riafferma il primato dei diritti individuali, nega l’obbligatorietà della solidarietà, verso chi ha più bisogno.

Le reazioni del mondo politico – È ancora troppo presto per evidenziare le linee di tendenza che accompagneranno la ripresa del dibattito in Parlamento e le posizioni su cui si attesteranno partiti e movimenti, vecchi e nuovi raggruppamenti. Non c’è ombra di dubbio che la precedente maggioranza alla Camera non era riuscita a raggiungere neppure la fase del testo unico su cui lavorare collegialmente per apportare tutti gli eventuali emendamenti. Forse non avevano creduto alla perentorietà della scadenza posta, anche questa irritualmente, dalla Corte. O forse i primi tre disegni su cui avevano lavorato, moltiplicando audizioni e approfondimenti, avevano un impianto così radicalmente eutanasico da rendere difficile qualsiasi mediazione.

Ora speriamo che il dibattito approdi in Senato e si possa fare qualcosa di più e di meglio, sia sulla base dei principi che sulla base degli aspetti pratici e dei loro inevitabili riscontri economici. Ma non sarà facile, perché dalle prime reazioni e dichiarazioni sembra emergere un orientamento della maggioranza favorevole alle scelte indicate dalla Corte, con ulteriori aperture, sia nel senso della platea delle persone che potrebbero chiedere il suicidio assistito, sia verso una più esplicita somministrazione di farmaci letali. Come dire con un esplicito passaggio da una sorta di eutanasia passiva a un’eutanasia attiva, veloce e solo apparentemente indolore. Il tutto a carico del Ssn.

Dal centrodestra le reazioni sono molto diverse, con qualche eccezione, e il diritto alla vita si conferma come il perno intorno al quale far ruotare l’intero Ssn. Il concetto di dignità si traduce con un diritto esplicito alle cure e con un’esigibilità concreta di quanto previsto dalla legge sulle cure palliative, piuttosto che dalla legge sul dopo di noi. Ferma restando la libertà del soggetto a fare le sue scelte, la politica non può rendersi complice della sua morte dopo avergli sottratto quello a cui ha diritto. Quelle cure di cui parla l’articolo 32 della Costituzione, indispensabili per garantirgli quel diritto alla salute, che per la nostra Costituzione sono fornite in modo gratuito. A cominciare dagli indigenti; e il concetto di indigente oggi si allarga fino a includere le persone sole, povere materialmente e spiritualmente, non per eliminarle, ma per accompagnarle in uno slancio di effettiva condivisione umana, su cui si fonda il senso di appartenenza reale a una comunità, a un Paese.

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