EVA MIKULA, BANDA DELLA UNO BIANCA/ “Io abbandonata dallo Stato e senza protezione”

- Dario D'Angelo

Eva Mikula, già compagna di Fabio Savi, il “lungo” della banda della Uno Bianca che terrorizzò l’Italia, torna a parlare dopo anni di silenzio.

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Banda della Uno Bianca (Foto: Wikipedia)

Torna a parlare Eva Mikula, già compagna di Fabio Savi, il “lungo” della banda della Uno Bianca, l’unico non poliziotto del gruppo che dal 1987 al 1994 terrorizzò Emilia-Romagna e Marche, uccidendo 24 persone e ferendone 102. Lo fa lanciando un appello che ha i toni dello sfogo e suona come un’accusa nei confronti dello Stato, attraverso una lettera aperta inviata all’ANSA e indirizzata all’allora pm di Rimini Daniele Paci e ai poliziotti Luciano Baglioni e Pietro Costanza. La donna romena, che ora vive tra Londra e l’Italia, scrive: “Viviamo giorni dove i criminali stanno finendo di scontare le loro pene, ed io? La mia pena è infinita, è a vita; niente protezione, niente anonimato, niente risarcimento. Vivo nel baratro del mio passato, nascondendomi nell’oblio per affrontare e sconfiggere ogni giorno il pregiudizio dell’opinione pubblica, conquistare il mio quotidiano e dare speranza a quella dei miei figli”.

EVA MIKULA, BANDA DELLA UNO BIANCA

Eva Mikula non usa mezzi termini: “Vi ricordate di me? Di Eva Mikula? Vi siete mai chiesti in questi 25 anni se è vittima, complice o sopravvissuta? Sicuramente no. Vi siete presi tutto il merito, certo, io sono di troppo dopo avermi spremuta come ‘un limone’ e abbandonata al mio destino. Una povera ragazza romena insignificante per la società italiana”. Riferendosi allo Stato italiano dice: “Ha risarcito i parenti delle vittime con miliardi di lire. Voi avete avuto i meriti e gradi. Ed io? Ero un personaggio scomodo sia per i buoni che per i cattivi, nulla è cambiato. I parenti delle vittime – continua – mi giudicano moralmente complice e colpevole. La giustizia italiana (4 processi in Corte d’assise e 2 in appello ed 1 in Cassazione) ha dimostrato la mia estraneità ai crimini. La mia collaborazione, testimonianza, rischio vissuto e anni di vita dedicati per condannare i criminali, liberando anche degli innocenti… tutto è svanito nel nulla”. Poi l’appello:”Mettetevi una mano sulla coscienza, affinché sono ancora viva. Vi farebbe onore. Basta riprendere i fascicoli e le telefonate fra le varie procure di quella notte… 24 novembre 1994″. L’invito è di farlo “a nome delle vittime, a nome dei feriti e a nome dei innocenti come William, Peter Santagata & altri. Anche la mia vita vale qualcosa. Non cerco meriti anche se potrei pretendere molto. Vorrei comprensione, lealtà, considerazione e protezione”, aggiunge. “Ma quale Tipo Bianca? Quale bar? Quale licenza di pesca? Era il vicino di casa che non c’entrava nulla ma capisco che la cattura dei Savi va raccontata e giustificata in qualche modo per dare risposte al pubblico interesse”, chiosa Mikula, in quello che sembra essere un riferimento alle modalità di individuazione della banda. Altrettanto netta la presa di posizione dell’associazione delle vittime: “Sono un po’ spiazzata – dice la presidente Rosanna Zecchi -: si dovrebbe vergognare. È stata zitta per anni, perché le faceva comodo, aveva dei soldi. Ora forse ha bisogno di qualcosa e si è fatta viva. Si deve vergognare”.

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