EVASIONE IVA/ Italia maglia nera Ue: anche il Conte-2 starà a guardare?

- Stefano Masa

L’Italia ha il triste primato in materia di divario dell’Iva per il settimo anno consecutivo. Perché il contrasto si è sempre fatto solo a parole

Banconote Euro
(Pixabay)

Andiamo subito al punto. Le cifre: 40.424 (2013), 39.033 (2014), 36.167 (2015), 37.044 (2016) e 33.629 (2018). Non parliamo di livelli di prezzo di qualche indice borsistico o simili sottostanti, bensì di valori importanti e significativi in termini assoluti. Le sopracitate cifre sono espressione di milioni di euro e pertanto si parla di 40, 39, 36, 37 e oltre 33 miliardi. A cosa sono riconducibili?

Presto detto (amaramente). Rappresentano la serie storica – in termini assoluti – concernente il divario dell’Iva (Vat gap) fatta registrare nel nostro paese nell’arco degli ultimi anni. In termini molto più pratici, i singoli valori sono corrispondenti alle somme evase in materia di Iva nella nostra penisola e, ancor più in pratica, attestano il nostro paese al primo posto della classifica comprendente le nazioni prese in esame da parte della Commissione europea attraverso un suo recente rapporto.

L’Italia, la nostra Italia, è capofila dal 2013 nell’evasione dell’Iva. È seguita dalla Germania, dal Regno Unito, dalla Francia. Si tratta di un triste primato – l’ennesimo – che segue a distanza di cinque mesi quello già riportato dal Sussidiario.

Dallo studio elaborato dalla stessa Commissione emerge come l’Iva “rappresenta un contributo cospicuo sia ai bilanci nazionali sia al bilancio dell’Unione”. Una considerazione che di certo esplicita un vero e proprio bisogno per le casse comuni europee e soprattutto le nostre casse: quelle dello Stato italiano. Se nell’arco del solo 2017 si sono persi 137 miliardi di euro di entrate Iva nei paesi dell’Ue, quanto “smarrito” nel Belpaese rappresenta un quarto dell’ammontare complessivo.

È anche vero – e pertanto doveroso riportare – come nello stesso comunicato stampa venga specificato che “in termini nominali, nel 2017 il divario dell’Iva si è attestato su 137,5 miliardi di euro, con una riduzione di 8 miliardi analoga a quella di 7,8 miliardi registrata nel 2016. Nel 2017 il divario dell’Iva rappresentava l’11,2 % del gettito totale dell’Iva nell’Ue, rispetto al 12,2 % dell’anno precedente. Questa tendenza al ribasso può ora essere osservata per il quinto anno consecutivo”. Un modesto trend in miglioramento, ma pur sempre dannoso in termini economici generali.

Lo stesso Commissario (ormai uscente) per gli Affari economici e finanziari, la fiscalità e le dogane, Pierre Moscovici, ha dichiarato: “Il clima economico favorevole e alcune soluzioni politiche a breve termine messe in atto dall’Ue hanno contribuito a ridurre il divario dell’Iva nel 2017. Tuttavia, per conseguire progressi più significativi servirà una profonda riforma del sistema dell’Iva che lo renda più resistente alla frode. Le nostre proposte di introdurre un sistema dell’Iva definitivo e favorevole alle imprese sono ancora sul tavolo delle discussioni. Gli Stati membri non possono permettersi di stare a guardare mentre miliardi di euro vanno persi a causa di pratiche illegali come le frodi a carosello e di incongruenze nel sistema dell’Iva”.

Quest’ultima chiosa finale sull’“impossibilità di non intervento” (“stare a guardare”) da parte degli Stati membri è assolutamente condivisibile e obbliga a un’attenta osservazione dei singoli piani di intervento di ciascun paese.

Guardando in casa nostra, e agli ultimi sviluppi politici, quello che effettivamente si è potuto leggere nei punti del “programma di Governo” è molto sintetico: “1) Con riferimento alla legge di bilancio per il 2020 sono prioritari: la neutralizzazione dell’aumento dell’Iva”; “16) Nel perseguimento della legalità è necessario potenziare la lotta alle organizzazioni mafiose e all’evasione fiscale, anche prevedendo l’inasprimento delle pene, incluse quelle detentive, per i grandi evasori e rendendo quanto più possibile trasparenti le transazioni commerciali, agevolando, estendendo e potenziando i pagamenti elettronici obbligatori e riducendo drasticamente i costi di transazione”.

Inoltre, nell’ascoltare gli interventi dello stesso premier Conte emerge (rif. Comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri – Camera dei Deputati, lunedì 8 settembre 2019): “La sfida più rilevante, per quest’anno, sarà evitare l’aumento automatico dell’Iva e avviare un alleggerimento del cuneo fiscale”. E ancora: “efficace strategia di contrasto all’evasione, da condurre con strumenti innovativi e un ampio ricorso alla digitalizzazione” e come già affermato “potenziare la lotta alle organizzazioni mafiose e rendere sempre più efficace, come già anticipato, il contrasto all’evasione fiscale, anche prevedendo l’inasprimento delle pene, incluse quelle detentive, per i grandi evasori”; per successivamente concludere: “E’ necessario, infine, attuare il pilastro europeo dei diritti sociali e rafforzare, nell’ambito del sistema euro-unitario, le politiche di contrasto all’evasione e all’elusione fiscale: dobbiamo ottenere che i profitti vengano tassati dove effettivamente sono realizzati”.

Quanto affermato, sostenuto e pariteticamente formalizzato è corretto, giusto, condivisibile. Ma le cifre sono chiare: prescindendo dal valore percentuale dell’Iva applicata, prescindendo dal governo in essere, prescindendo dalle volontà programmatiche, il problema rimane, è rimasto e, sperando di sbagliarci in questa sede, potrebbe ancora persistere.

L’Italia non può occupare questo primato, l’Italia non può primeggiare tra gli ultimi, l’Italia – la nostra Italia – non deve essere questo, ma purtroppo la realtà è un’altra: le parole finora spese sono state molte e i numeri (negativi) altrettanto.

È obbligatorio un cambiamento e cambiare non è più una facoltà, ma un dovere.

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