Fabrizio De Andrè/ Quando disse “Son psicologicamente libero dai lacci della canzone”

- Morgan K. Barraco

Fabrizio De Andrè, l’artista immortale ha seguito a lungo la ricerca della libertà. Gli omaggi nei suoi confronti non sono mai abbastanza.

Fabrizio De André
Fabrizio De André, foto da Twitter (2019)

La libertà è stata sempre un traguardo da raggiungere per Fabrizio De Andrè, immortale grazie ai suoi capolavori musicali e uno dei più importanti artisti del panorama musicale italiano. Quella ricerca incessante di togliere ogni barriera ha vissuto diverse fasi, che passano anche dal suo album Rimini, il nono e realizzato nel ’78, comprensivo di nove inediti. “Psicologicamente sono molto più libero dai lacci della canzone di quanto non fossi prima. Non considero più la canzone il mezzo per risolvere i problemi esistenziali spiccioli come vestirmi e mangiare. Sono più libero, tranquillo e canto soprattutto quando mi diverto, qui si sente che in questo disco ci siamo divertiti”, dice in una lunga intervista all’ex discografico Roberto Manfredi, che ha deciso di renderla pubblica su Stone Music solo a distanza di 31 anni da quell’incontro. Definisce ‘azienda agricola’ il sistema macinasoldi a cui è riuscito alla fine di sottrarsi, nonostante abbia sempre mostrato nel corso della sua carriera una forte diffidenza per il volto commerciale della musica. Il cambiamento è evidente almeno quanto la volontà di raccontare una tematica attuale allora come oggi: “la situazione degli emigranti qui in Italia. Nell’inciso io ho cercato di trasportare il concetto equivalente in italiano ed è venuto fuori il dialetto napoletano”, sottolinea parlando della sua Avventura a Durango, la traduzione del brano di Bob Dylan. Una canzone che incarna tra l’altro l’intento di De Andrè di creare “un disco fatto da piccolo-borghesi per piccolo-borghesi, anche se non è che io voglia coinvolgere in questa definizione Massimo Bubola [co-autore, ndr] che è troppo giovane per poterlo considerare inserito in questa classe o interclasse”. Una definizione che invece il Faber attribuiva a se stesso, sicuro che il racconto di Dylan in particolare potesse piacere a quella classe in particolare.

Fabrizio De Andrè, gli omaggi non sono mai abbastanza

Gli omaggi non sono mai abbastanza per ricordare – e non dimenticare – Fabrizio De Andrè. Negli anni sono stati tanti gli artisti e le band a scegliere di celebrare quel genio creativo di Genova. Senza dimenticare alcuni reperti che si perdevano perduti per sempre, come il video integrale del concerto di Faber del ’79, ora al restauro grazie al ritrovamento del filmato da parte della Sony Music Italy, sottolinea Sky Tg24. Oggi, sabato 16 novembre 2019, Una storia da raccontare metterà al centro Fabrizio De Andrè grazie al tributo che verrà trasmesso su Rai 1 in prima serata. “Parlando di De Andrè sei conscio che stai facendo una piccola rivoluzione rispetto alla concorrenza, dato che dall’altra parte c’è la De Filippi”, ha dichiarato Enrico Ruggeri a Rolling Stones, in previsione delle tre serate che lo vedranno alla guida dell’appuntamento televisivo. Il prossimo 19 novembre sarà invece Neri Marcorè a salire sul palco dell’auditorium Roberto Gervasio di Matera per interpretare alcune delle canzoni più significative della carriera del Faber. Certo non si può dire che De Andrè non abbia avuto un rapporto di amore e odio con il mondo che ruota attorno alla musica, tanto da aver pensato più volte di mollare tutto e dedicare la propria vita a tutt’altro. “Fabrizio non voleva più cantare, voleva fare il contadino e l’allevatore”, racconta Franz Di Ciocco, leader della Premiata Forneria Marconi, in merito a quel primo live bergamasco che ha avuto luogo ormai 40 anni fa, “però il giorno prima era venuto a un nostro concerto ed era tutto gasato. Noi tornavamo da una tournée americana bellissima dove avevamo aperto i concerti dei Pink Floyd, di Santana e di tantissimi altri artisti, scoprendo pubblici diversi e vivendo da vicino le collaborazioni che gli artisti americani facevano fra loro”. “Tutti sconsigliavano a Fabrizio di cantare con noi, gli dicevano che i nostri suoni lo avrebbero sovrastato e che la sua vena poetica sarebbe scomparsa. Ma più gli dicevano di non farlo, più lui si convinceva, nel suo essere sempre ostinato e contrario”, aggiunge all’Eco di Bergamo.



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