FASE 2 AL VIA/ Precauzioni, insicurezza, autoritarismo: circolo vizioso alla cinese

- int. Luigi Pastorelli

In base al concetto di rischio presunto la fase 2 è caratterizzata da infinite discussioni su precauzioni molto dettagliate. Un modello retorico ma pericoloso

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(LaPresse)

Ieri, nella fase 1 dell’emergenza coronavirus, i bollettini quotidiani che ci hanno accompagnato nelle settimane di lockdown con la contabilità aggiornata di malati, ricoverati, guariti e deceduti, creando un sottile ma ben percepito stato continuo di ansia e incertezza. E poi l’uso massiccio e disinvolto dei Dpcm per limitare o vietare libertà costituzionali nel nome della prudenza, della salvaguardia, della sicurezza dei cittadini. Oggi, nella fase 2, le infinite discussioni su quanti metri o metri quadrati di distanziamento siano necessari per evitare i contagi in bar, ristoranti, spiagge o stabilimenti balneari. Oppure il documento dell’Inail sul contagio da Covid19 trattato come infortunio sul lavoro e non come malattia. O ancora, il surreale documento tecnico di balneazione sfornato sempre dall’Inail che prevede che i bagnini non potranno avvicinarsi troppo a chi ha rischiato di annegare per non rischiare a loro volta di ammalarsi o di ammalare, con l’esito paradossale che chi deve salvare una vita non può in pratica salvarla. Non è che tutto questo armamentario è servito a instaurare una sorta di dittatura delle precauzioni? E l’unico fine era quello, e solo quello, della sicurezza? Che uso ne hanno fatto i decisori politici? Ne abbiamo parlato con Luigi Pastorelli, docente incaricato di Teoria del rischio e direttore tecnico del Gruppo Schult’z.

Dal 23 febbraio gli italiani convivono con l’ansia e l’incertezza legati all’emergenza coronavirus. In alcuni suoi scritti lei sostiene che “nella società odierna i dati terrificanti, che inducono sovente paura e insicurezza, sono oramai una industria che ci costringe a passare il nostro tempo ad evitare i pericoli”. Cosa significa?

Nel constatare come il principio di precauzione sia oramai associato all’incertezza predittiva, ovvero all’incertezza scientifica legata alla sua probabilità di accadimento, ricavo l’assunto secondo cui questo ha determinato, da una parte, il superamento della dicotomia classica danno/pericolo per acquisire una nuova dicotomia rischio presunto/rischio concreto e, dall’altra, un significativo incremento della paura con una contestuale richiesta di sempre maggiore protezione da parte dell’opinione pubblica. A questa richiesta di protezione il decisore pubblico ha risposto con una diffusa istituzionalizzazione della scienza e della tecnologia, essa stessa basata sul dogma di una espansione economica continua e su una organizzazione capillare del consenso.

Quali sono le conseguenze di tale eccesso di precauzioni dettagliate?

Quello che voglio significare è che oggi il concetto di rischio presunto è divenuto predominante, ciò determina una correlazione assai stretta tra principio di precauzione, insicurezza collettiva e distorsione autoritaria nella risposta da parte del decisore pubblico. In definitiva mi chiedo cosa altro è stato il tanto decantato modello cinese di gestione della pandemia, assunto a paradigma dal nostro decisore pubblico, se non la rappresentazione di questa correlazione? In tale contesto sarebbe interessante comprendere la ragione del silenzio da parte dei cosiddetti corpi intermedi – e mi riferisco alla stampa, alle organizzazioni sindacali, all’ambito universitario – nei confronti di un concreto rischio di involuzione autoritaria di tale modello, modello per altro così frettolosamente decantato e assunto a obiettivo dal nostro decisore pubblico.

Le cito un esempio: il documento tecnico sfornato dall’Inail a supporto di una colpevolezza del datore di lavoro in caso di contagio da Covid-19, che sta suscitando forti perplessità tra gli imprenditori. Come si esce da questa contraddizione?

Mi chiedo se è inevitabile che la disciplina normativa in una società complessa che intenda disciplinare le suddette materie specialistiche venga caratterizzata dal suo nascondimento in fonti subordinate o extra-penali richiamate. In ragione di ciò si assiste a una sempre maggiore sovrapposizione tra rischio e pericolo, la quale determina che per identificare il pericolo e delimitare l’ambito all’interno del quale l’attività è o meno lecita e priva di effetti giudicati statisticamente non accettabili, da parte del decisore pubblico si sono introdotti nella legislazione concetti quali il superamento di specifici valori di soglia e il non rispetto di specifiche linee guida.

Quindi?

In ragione di ciò il decisore pubblico, demandando alle linee guida redatte dall’Inail in materia di Covid-19 la disciplina delle condizioni di esercizio dell’attività, parte dal presupposto di assunzione del nesso di rischio quale giustificazione tecnica di una sempre più diffusa imputazione oggettiva dell’evento avverso.

Il 18 maggio ci sarà un nuovo step della fase 2, ma tutto sembra paralizzato dalle troppe prescrizioni e precauzioni che si intende adottare. In questa emergenza Covid-19 è stata instaurata una sorta di dittatura delle precauzioni?

Le conseguenze di ciò possono dare luogo non solo a una involuzione autoritaria – e ne abbiamo avuto una riprova significativa nella fase 1 di questa emergenza Covid-19 con l’accettazione acritica di chiudere la propria attività, nell’accettazione del divieto di uscire di casa, di andare a messa, di accompagnare i propri defunti –, ma può far emergere un diffuso atteggiamento di rabbia e di delusione nella popolazione, alimentato dall’atteggiamento del decisore pubblico, che ha scelto per illustrare i fatti e le proprie decisioni il linguaggio e i tempi del mezzo televisivo. In tale contesto la passerella mediatica dei vari esperti e gli annunci/illustrazione dei provvedimenti presso i diversi talk show ne sono il segno più palese.

Come si possono conciliare oggi le dovute precauzioni con una gestione intelligente e accurata del rischio che non crei una sorta di auto-lockdown generale?

L’esperienza Covid-19 non fa altro che confermare quella che è oramai diventata una prassi assai diffusa da parte del decisore pubblico: utilizzare in diversi ambiti – penso per esempio alla tutela dei consumatori o alla sicurezza dei pazienti – una tecnica legislativa sempre più caratterizzata da elementi normativi indeterminati e da molteplici rinvii a fonti normative di carattere tecnico secondarie. Le menzionate linee guida Inail in contesto Covid-19 ne sono un esempio.

Non è un po’ preoccupante?

Quello che maggiormente mi preoccupa non è il verificarsi di un successivo lockdown, che considero un’eventualità assai improbabile, quanto la palese incapacità del nostro decisore pubblico di relazionarsi con un Paese che si sta dimostrando sempre più rancoroso, che erroneamente sacralizza il proprio lavoro come supporto unico e necessario del legame sociale, che in definitiva usufruiva di un benessere datogli proprio dallo sfruttamento di coloro che maggiormente stigmatizzava.

C’è un aspetto di questa crisi per Covid-19 nelle sue varie fasi che vuole sottolineare?

Nella fase 1 il decisore, anziché affrontare l’emergenza sanitaria in termini di costi e benefici, ha preferito sottolineare la “retorica degli eroi in prima linea”, non considerando che tale messaggio, al pari delle parole e delle immagini, si sarebbe consumato e logorato, se – come accaduto – ripetuto all’eccesso, e avrebbe inevitabilmente condotto all’indifferenza. In prossimità della fase 2 stiamo assistendo da parte del decisore pubblico alla retorica dei diritti, del “non lasceremo solo nessuno”, che inevitabilmente porrà a breve il problema della sostenibilità economica e finanziaria dei suddetti interventi, attuati in assenza di un’analisi costi-benefici di tali misure sulle condizioni competitive del Paese.

(Marco Biscella)







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