FCA/ Il prezzo della fusione con Psa comincia a venire a galla

- Paolo Annoni

Fca ha scritto ai propri fornitori per comunicare una scelta relativa alla piattaforma del segmento B che solleva una domanda sul prestito con garanzia statale

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Lapresse

L’altro giorno Il Corriere della Sera ha pubblicato una notizia interessante sugli ultimi sviluppi dell’accordo tra Fca e Psa. Fca ha scritto ai propri fornitori italiani comunicando “per conto di Fca Italy e di Fca Poland, che il progetto relativo alla piattaforma del segmento B di Fiat Chrsyler è stato interrotto a causa di un cambiamento tecnologico in corso. Pertanto vi chiediamo di cessare immediatamente ogni attività di ricerca, sviluppo e produzione onde evitare ulteriori costi e spese”.

In sostanza il nuovo gruppo avrebbe scelto per le auto del segmento B la piattaforma di Psa e quindi non avrebbe più bisogno della componentistica che prima veniva prodotta, “su misura”, per finire sulle auto Fca. Il problema è che la componentistica Fca, soprattutto sulle macchine di piccola cilindrata, è ancora molto italiana e occupa decine di migliaia di persone che pure non sono alle dirette dipendenze del gruppo.

Avendo scelto la piattaforma di Psa, invece, i fornitori francesi continueranno a produrre come se non fosse accaduto nulla; come se la fusione non fosse mai avvenuta. Nell’ambito della fusione, a seconda dei segmenti, verranno scelte piattaforme di un gruppo piuttosto che dell’altro in un’evoluzione che è inevitabile perché si producano sinergie anche di costo. Il problema, per il sistema Paese italiano, non è tanto la fusione, quanto le scelte che da queste si genereranno. Se il nuovo gruppo privilegia i “componentisti” francesi, per esempio con la scelta delle piattaforme, per quelli italiani sarebbe una pessima notizia. Riconvertire la produzione è difficilissimo, soprattutto in periodi pandemici o, speriamo, post-pandemici.

È perfino inutile spiegare che certe decisioni sono anche politiche soprattutto dopo un’ondata di salvataggi pubblici che ha minato alle fondamenta i principi del mercato comune europeo. I “governi” ti salvano, ma in cambio vogliono garanzie su ricerca, innovazione e, certamente, occupazione. Tutte cose che si facevano anche prima, ma in modo meno evidente come dimostrano le tante operazioni fatte dall’equivalente francese della Cdp italiana.

I Governi italiani hanno assistito passivamente alle operazioni societarie che hanno interessato Fiat nell’ultimo decennio e che hanno spostato la principale azienda industriale italiana fuori dall’Italia. Una passività che non ha paragoni tra le economie del G20. Il Governo attuale ha appena concesso un prestito da oltre sei miliardi di euro a Fca a condizioni non di mercato; soldi che potrebbero anche finire, indirettamente, in un dividendo agli azionisti. La questione, quindi, è anche politica. I soldi non sono infiniti e i sei miliardi finiti a Fca potevano essere utilmente concessi ad altre aziende; come minimo il regalo del Governo, sotto forma di minori interessi, poteva essere usato diversamente.

Se le aziende della componentistica auto cominciassero a licenziare da settembre ci sarebbe un problema politico riassumibile più o meno così: che cosa esattamente ha ottenuto il Governo italiano con il prestito a Fce? La decisione del gruppo era inclusa negli accordi o è una violazione? Nel primo caso quali sono esattamente gli accordi?

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