Fernand Cortez ou La Conquête du Mexique/ Firenze riscopre un capolavoro

- Giuseppe Pennisi

Una rappresentazione che merita seriamente di essere considerata per il ‘Premio Abbiati’, l’Oscar italiano della lirica

Fernand Cortez foto Michele Monasta
Foto Michele Monasta

Il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino ha aperto la stagione 2019-2020 con Fernand Cortez ou La Conquête du Mexique di Gaspare Spontini nella versione originale quale messa in scena alla Académie Impériale de Musique il 28 novembre 1809 alla presenza di Napoleone Bonaparte che la aveva ispirata ed implicitamente commissionata. L’ho vista ed ascoltata il 20 ottobre. E’ una produzione che merita seriamente di essere considerata per il ‘Premio Abbiati’, l’Oscar italiano della lirica, per queste ragioni:

a)     L’accurata edizione critica curata da Federico Agostinelli per la Fondazione Pergolesi Spontini di Jesi sul manoscritto originale che permette di scoprire come nel 1809 (per intenderci un anno prima delle farse rossiniane di Venezia), Spontini precorresse gli sviluppi musicali del diciannovesimo secolo tanto che lo stesso Wagner lo prese tra i suoi esempi nel teorizzare ‘l’opera d’arte totale dell’avvenire’.

b)    La concertazione di Jean-Luc Tigneaud che con i complessi del Maggio Musicale Fiorentino (orchestra e coro guidato da Lorenzo Fratini) hanno reso esplicita la modernità della partitura (ad esempio, le dissonanze ed i passaggi graffianti, e i contrasti tra fortissimo e pianissimo), pur nella struttura della tragédie lyrique.

c)     Un cast vocale di grande spessore che si è cimentato egregiamente con le tessiture alte ed a volte spericolate richieste dall’autore e che ha mostrato una generalmente buona dizione del francese (lingua che spesso pone seri problemi a cantanti che non sono francesi).

d)    L’intelligente regia di Cecilia Ligorio che pur rispettando scrupolosamente la musica ed il libretto, estrae gli elementi di modernità, ed anche di attualità, del lavoro di Spontini.

e)     Le efficaci scene di Alessia Colosso e Massimo Checchetto, i costumi di Vera Pierantoni Giua e le luci di Maria Domènech Gimenez che, senza tentare di replicare uno spettacolo grandioso finanziato dalla borsa imperiale e destinato, nelle intenzioni iniziali, a centinaia di repliche (come oggi un musical di Broadway), utilizzano sapientemente i colori (ad esempio, gravure nel primo atto, nero e grigio nel secondo, rosso nel terzo) per dare, con eleganza, il senso del colossal, rispettando i vincoli di bilancio di un teatro di oggi.

f)      La coreografia di Alessio Maria Romano ed il Nuovo Balletto di Toscana che hanno dato efficacemente vita alle danze, parte integrale dell’opera.

Questa produzione – occorre ricordarlo – ha la firma di Cristian Chiarot. il Sovrintendente che, dopo avere rilanciato La Fenice, ha preso in mano un Maggio Musicale moribondo e lo stava riportando agli antichi fasti quando, unitamente al direttore principale Fabio Luisi, è stato messo, dalla politica locale, nelle condizioni di dovere dare le dimissioni.

Andiamo con ordine. Spontini produsse varie versioni di Fernand Cortez. Nata nel 1809 come lavoro di occasione, e di propaganda, mirato a celebrare Napoleone come condottiero coraggioso, lungimirante e clemente in una Spagna in cui i francesi avrebbero portato la civiltà abbattendo gruppi fanatici e superstiziosi, la prima versione (quella riscoperta a Firenze) ebbe vita breve proprio perché le vicende della guerra presero una svolta inattesa, con la cacciata dei francesi dalla penisola iberica. Spontini riprese in mano il lavoro, dopo la Restaurazione, e produsse un nuovo lavoro nel 1817 (spostando scene ed introducendo anche un nuovo personaggio, Montezuma). Questa versione fu un grande successo in Francia e circolò frequentemente nel resto d’Europa sino alla fine dell’Ottocento; nel 1820 fu vista ed ascoltata al San Carlo con Gioacchino Rossini direttore d’orchestra e Isabella Colbran protagonista femminile. Ebbe una grande influenza su Rossini, allora alle prese con Maometto Secondo, soprattutto per Guillaume Tell. In versione ritmica italiana, si è vista ed ascoltata nel 1916 alla Scala, nel 1951 al San Carlo con Renata Tebaldi protagonista femminile (nel 2004 lo spettacolo è stato rimasterizzato in CD) ed a Jesi nel 1983. Una terza versione in tedesco venne prodotta per il Teatro di Berlino nel 1824. Ed una quarta ancora per riprese in Francia nel 1832. Accompagnò, quindi, Spontini per tutta la vita.

Data l’importanza del lavoro nella storia della musica, poter ascoltare e vedere la versione originale di Fernand Cortez – mi auguro che da questa produzione fiorentina esca un CD o un DvD – è essenziale per comprendere non solo il grand opéra francese ma anche le opere storiche di Verdi come Les vêpres siciliennes e Don Carlos e di Musorgskij (Boris) ed anche l’evoluzione del romanticismo tedesco da Weber (che la concertò più volte) a Wagner.

La trama presenta in modo molto politically uncorrect la conquista del Messico (un coup de théâtre della regia al terzo atto pone la vicenda storica in una più giusta prospettiva) letta come liberazione dall’ignoranza e dalla crudeltà dei barbari nativi effettuata dai bravi spagnoli. Si inserisce la vicenda amorosa tra la principessa atzeca Amazily, convertitasi al cristianesimo, e Cortez. Amazily è, per di più, sorella del generale atzeco Télasco.

C’è occasione per grandi ‘effetti speciali’ (incendio della flotta spagnola, tempio atzeco del male destinato ai sacrifici umani, battaglie) e danze (anche una equestre in cui, ai tempi di Spontini, venivano impiegati cavalli e fantini specialmente addestrati). L’allestimento scenico – si è detto – riproduce al meglio questi aspetti da colossal, tenendo conto dei vincoli di bilancio di una fondazione lirica.

Si è detto anche della ricchezza della partitura basata su contrasti: il rullo dei cannoni e il suono di ottoni e di percussioni si alterna con pianissimi degli archi. L’armonia è molto accurata. Enormi le richieste alla voci.

Soprattutto a Amazily (Alexia Voulgaridou) che ha una serie di arie molto belle ma, tanto nelle arie, quando nei recitativi, duetti e terzetti deve sempre tenere una tessitura molto alta. Si contrappongono, tra i protagonisti, tre tenori: un baritenore nel ruolo di Cortez (Dario Schunck) ed un tenore lirico spinto in quello di Télasco (Luca Lombardo) ed un tenore lirico leggero in quello di Alvar, prigioniero degli Atzechi (David Ferri Durà). Tutti e tre di buon livello: eccellenti la dizione ed il fraseggio di Lombardo. André Courville (Gran Sacerdote atzeco) e Gianluca Margheri (Moralez, amico e confidente di Cortez) sono i due principali baritoni bassi. Buoni gli altri, nelle parti minori.

Un pubblico folto ed attento ha seguito le quattro ore e mezzo di spettacolo con applausi a scena aperta dopo i principali numeri e meritate ovazioni alla fine.

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