FESTIVAL DEL MAGGIO MUSICALE/ Firenze, in tempi di pandemia si dimentica il Covid

- Giuseppe Pennisi

Il Maggio Musicale Fiorentino ha aperto i battenti con alcuni cambi di programma lo scorso 27 aprile: una vittoria contro il Covid

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La forza del destino, foto Michele Monasta

Occorre dare atto alla Fondazione lirica di Firenze di essere stata la prima ad aprire i battenti e a tenere il festival del Maggio Musicale Fiorentino più o meno come annunciato. Si è dovuta annullare, causa emergenza Covid, la prima mondiale di Jeanne Dark di Luigi Vacchi, opera commissionata dalla fondazione, che, situazione sanitaria permettendo, ci auguriamo di vedere ed ascoltare il prossimo autunno-inverno. Viene anche rimandata la nuova produzione del mozartiano Don Giovanni diretta da Riccardo Muti. Naturalmente ci sono stati numerosi cambiamenti nella programmazione di concerti. Tant’è. Grazie ad un management e a uno staff coraggioso, uno dei più antichi e più importanti festival italiani sta avendo luogo.

Ha aperto il 27 aprile con Adriana Lecouvreur di Francesco Cilea, opera non particolarmente amata dal vostro chroniqueur, che quest’anno ha avuto anche una produzione televisiva organizzata dal Teatro Comunale di Bologna. Il Festival si estende sino alla seconda metà di luglio.

A Firenze, la regia era di Frederic Wake-Walker, che lavora a fondo con gli attori anche in tempo di pandemia; senza stravolgere il dramma sa giocare nel teatro di una storia metateatrale per ampi tratti. Le scene di Polina Liefers, i costumi di Julia Katharina Berndt e le coreografie di Anna Olkhovaya mostrano lo stesso amore per l’essenziale, la cura e il dritto al punto, senza vergognarsi di brillanti tocchi caricaturali o carnevaleschi.

La caratteristica dello spettacolo è stata la formidabile orchestra del Maggio Musicale, concertata da Daniel Harding ottimo nel canto di conversazione e nelle melodie melodica dei primi due atti. Attento alle moine di gusto settecentesco ed il divertissement danzante nell’atto terzo.

Il secondo spettacolo operistico è stato La forza del destino di Giuseppe Verdi nella versione scaligera del 1869 (con alcuni adattamenti al terzo, di difficile comprensione). Non è una delle opere di Verdi rappresentate più di frequente. Richiede almeno sei voci di grande livello (un soprano “assoluto”, un tenore “spinto”, un baritono, un mezzo soprano, un basso drammatico e un baritono-basso buffo), alcuni caratteristi ed un corpo di ballo. Ha un libretto scarsamente credibile, la cui azione, molto macchinosa, si svolge tra varie parti della Spagna ed in Italia nella guerra tra Madrid e Vienna per il controllo della Penisola. Infine, su La forza vaga la diceria di essere di cattivo augurio a teatri ed interpreti: un noto baritono è morto in scena al Metropolitan di New York mentre la cantava e in altre occasioni hanno avuto luogo diverse disavventure. A Parma al Festival verdiano del 2001, ad esempio, dove soprano e tenore sono stati sostituiti a prove iniziate perché ammalati.

L’allestimento scenico de La forza del destino è sempre difficile. In questa nuova produzione, la già complicata vicenda viene spalmata in un arco di tempo tra il 1758 a Siviglia (primo atto) ed il 3333 (quarto atto), dopo una guerra nucleare che ha ridotto l’umanità allo stato primitivo, tanto che il duello finale tra Don Carlo e Don Alvaro è a colpi di clava. A La forza del destino non si addicono le guerre stellari: ha già abbastanza problemi di per sé stessa. Non è il caso di infierire. Nonostante i bei video di Franc Aleu (che possono andare bene per una dozzina di opere), mi sento di suggerire a Carlus Padrissa ed ai suoi più stretti associati un anno “sabbatico” in cui apprendano il nesso tra musica, libretto ed azione scenica e fare recitare i cantanti, invece di tenerli in pose da teatri di provincia degli Anni Cinquanta del secolo scorso.

Per fortuna ci sono i complessi del Maggio e il carissimo Zubin. La direzione d’orchestra è, per certi aspetti innovativa (è la quinta produzione de La forza del destino che Mehta concerta al Maggio). Nella sinfonia i tempi sono serrati, ma nel resto dell’opera dilatati quasi a fare percepire la profondità dei concetti ispiratori dell’opera (nonostante un libretto piuttosto mediocre). Mehta non copre mai i cantanti ma li aiuta ed asseconda. Il coro, preparato da Lorenzo Fratini, giganteggia specialmente nel finale del secondo atto e nel terzo atto. Il pubblico ha meritatamente risposto a Mehta e a Fratini non con applausi ma con ovazioni. Buone le voci.

In programma altre due opere: Il ritorno di Ulisse in Patria di Claudio Monteverdi con i complessi dell’Accademia Bizantina concertati da Ottavia Dantone e la regia di Robert Carsen e Siberia di Umberto Giordano diretta da Gianandrea Noseda e con la regia di Roberto Andò.

Sono due scommesse sicure: nel lontano 2005 Dantone portò Il ritorno di Ulisse in Patria con la regia di Adrian Noble (ed i complessi dell’Accademia Bizantina) e fu un enorme successo. Non ascolto e non vedo Siberia di Umberto Giordano da una produzione al Festival di Valle d’Itria di una dozzina di anni fa e la ricordo come un lavoro solido che merita di essere ripreso. In breve, un Maggio fiorentino in tempi di Covid ma in cui si dimentica il Covid.

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