FESTIVAL VENEZIA 2023/ La “fortuna” di Woody Allen sfida Sofia Coppola in casa Elvis

- Roberto Bernocchi

Venezia promuove Woody Allen e il thriller "Coup de chance". Sofia Coppola racconta Priscilla Presley. La disperazione dei migranti in "The green border"

woodyallen venezia 1 lapresse1280 640x300 Woody Allen al Lido di Venezia (LaPresse)

Woody c’è. 88 anni, cinquantesimo film. Il primo girato in francese, anche se il francese non lo sa. In conferenza stampa in molti a chiedere come abbia fatto. Ma l’interpretazione, ci spiega, è linguaggio del corpo. Il contenuto lo conosceva Woody, così come gli attori. Quello che conta è l’energia, l’empatia, l’espressività, il coinvolgimento. Coup de chance è un bel ritorno nel territorio di Match Point. Un thriller amoroso, girato nella Ville Lumière, che indaga sulla stabilità di una elegante coppia benestante. Montagne di soldi, ricchi appartamenti, ville di campagna, cene sofisticate, amici importanti e passioni elitarie, come la caccia.

La bella Fanny (Lou de Laâge) viene “raccolta” alla fine del suo primo matrimonio, da Jean (Melvil Poupaud), riccone trafficone che di mestiere “aiuta i ricchi a diventare più ricchi”. In questo matrimonio affettuoso non manca nulla ma la fortuna, il gran burattinaio del film e la sua stessa morale, fa incontrare Fanny con Alain, uno scrittore in erba che da offrire ha solo la sua arte, la sua passione e la sua soffitta bohémienne, dove i due consumano il loro idillio. Il matrimonio esplode mentre il film graziosamente parigino si trasforma in un appassionante thriller che dà spazio alla sete di vendetta del cornuto. Il resto lo si veda al cinema.

C’è tutto Woody Allen in questo film che intrattiene piacevolmente mentre stiletta verità sulla vita e sull’amore, come di consueto, tra bisogni inespressi, boriosi super io e sogni dannatamente proibiti. Ma nell’Allen di oggi non c’è più ombra delle nevrosi da lettino dei suoi grandi film, quanto piuttosto la più serena accettazione delle relazioni imperfette, che funzionano con regole proprie e misteriose fino a quando la fortuna, o il caso, non fa il suo corso. Fatalismo cinico in salsa romantica, condito di passione amorosa.

Promosso a pieni voti, con inchino. Applaudito dai molti, mentre ai lati del red carpet qualcuno sfila la protesta contro la presunta violenza familiare di tempo fa. Difficile capire dove stia la verità in questa storia familiare di ripicche. Per il momento non ti curar di loro, ma guarda e passa, sperando davvero di essere nel giusto.

Il secondo titolo, tra i più attesi al Lido, è Priscilla dell’amata Sofia Coppola, talentosa figlia d’arte, capace di capolavori. Ci presenta la storia vera di Priscilla Presley, l’amata moglie del King del rock’n roll. La fortuna, anche in questo caso, la fa da padrona. I due si conobbero in Germania, a Friedberg, dove Elvis fece il servizio militare. La giovane “Cilla” aveva solo quattordici anni e, nei puritani anni Cinquanta, aveva ben poche chance di partecipare a una festa per ventenni, organizzata per Elvis. Ma il caso volle così e, da allora, Elvis rimase sempre legato alla ragazzina che poi sposò, per qualche anno fino a quando lei, provata dall’ingombrante presenza/assenza del rocker, non trovò il coraggio di essere davvero Priscilla, e non solo l’oggetto amoroso del grande “ancheggiatore”.

La Coppola ripulisce la scena dal grande rumore di fondo che accompagnò la vita dell’artista per concentrarsi sull’attesa spasmodica della ragazza, consumata dai dubbi, dalla solitudine e dall’ansia. Una triste discesa agli inferi che grida liberazione. Una storia di riscatto di una donna da un uomo, una storia così speciale e al tempo stesso così universale che diventa per tutti il coraggio di appartenersi. Da vedere, assieme al fenomenale Elvis di Baz Luhrmann, per avvicinarsi al mito con ragionevole verità.

Dall’Italia arriva il quarto film in gara: Enea, di Pietro Castellitto, figlio poco più che trentenne di Sergio, premiato nel 2021 con il David di Donatello come miglior regista esordiente (con I predatori). Una storia di rampollaggine (o riccanza), che dir si voglia. Una storia di delinquenza borghese che contiene il trash e il rischio fiction con una regia inaspettatamente vivace e una recitazione piuttosto naturale. Ci sono gangster ma si vedono poco, c’è violenza ma si vede poco. C’è più di tutto la storia del “clan” di Enea, delinquente in erba dal sorriso facile. Con l’amico Valentino spaccia, si diverte, si droga, si innamora. È l’altra faccia del disagio, di chi ha le possibilità economiche e sceglie la malavita come scommessa, passatempo, rischio esistenziale. Ci sono emozioni, anche forti, in un film che sorprende in positivo.

Chiudo questo racconto degli ultimi giorni di Venezia con la storia di Zielona granica (The green border), coproduzione di Polonia, Germania, Francia e Belgio. Un film manifesto che, denunciando le inefficaci politiche europee per le migrazioni, ci porta lungo la temibile frontiera tra Polonia e Bielorussia. Qui cerca futuro una famiglia siriana che vuole raggiungere un parente nella lontana Svezia. In mezzo al nulla, diviso da filo spinato, uomini donne, anziani e bambini rischiano la vita, sottoposti alle violenze di entrambi i fronti, con i due Paesi che si rimpallano le vite disperate di chi cerca solo di sopravvivere. Sentiamo, quasi sottocasa, l’odore della morte, i colori della disperazione e tutta la ferocia del male.

Un’opera meravigliosa di 147 minuti, in bianco e nero, che volano col suo racconto cupo e disperato. Divisa in capitoli, che andrebbero studiati a scuola, alza la voce sul silenzio di tutti. Una denuncia impietosa, un tuffo nella disumanità dello straniero e nella sordità colpevole dei governi e delle loro propagande. Una barbarie che rimanda a una sorta di fascismo così lontano, così vicino. Un film su cui riflettere che chiama in prima persona a cambiare qualcosa. Prima che sia troppo tardi.

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