FESTIVAL VENEZIA/ A Ridley Scott il “Cartier Glory” per le strepitose regie

- Leonardo Locatelli

Questa sera alle 21,15 alla Mostra del cinema di Venezia verrà consegnato al regista Ridley Scott il primo “Cartier Glory to the Filmmaker Award”

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Batty, il replicante di Blade Runner, il film che ha consacrato il genio di Ridley Scott

Nell’ambito della 78ª edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, attualmente in corso al Lido di Venezia per concludersi domani con la cerimonia di premiazione, questa sera alle ore 21.15 in Sala Grande, prima della proiezione Fuori Concorso del suo nuovo lungometraggio, The Last Duel, sarà consegnato al regista britannico Ridley Scott il “Cartier Glory to the Filmmaker Award”.

Si tratta di un riconoscimento alla sua prima edizione, «dedicato a una personalità che abbia apportato notevoli innovazioni nell’industria del cinema contemporaneo» e pensato dalla rinomata maison che ha avviato quest’anno la sua collaborazione con La Biennale di Venezia come main sponsor del Festival.

A proposito del destinatario di questo premio, il direttore della Mostra, Alberto Barbera, ha dichiarato che «[l]’approccio personale al cinema di genere, in grado di conciliare esigenze dello spettacolo, aspettative del grande pubblico e pretese dei critici, costituisce l’elemento che maggiormente caratterizza il cinema di Ridley Scott. Se anche avesse diretto un solo film, il regista inglese – che aveva esordito nel cinema a quarant’anni con I duellanti, per poi imporsi all’attenzione generale con il successo planetario di Alien – sarebbe comunque entrato di diritto nell’olimpo dei grandi cineasti del cinema contemporaneo grazie a Blade Runner, il film che ha maggiormente influenzato la fantascienza moderna facendo scuola nei decenni a venire. In una carriera strepitosa e prolifica, che conta poco meno di trenta titoli realizzati con una frequenza impressionante, Scott ha dimostrato di poter attraversare con naturalezza i generi più disparati, innestando nuova linfa vitale in ciascuno di essi. Con Thelma & Louise è sembrato anticipare di molti anni il dibattito odierno sulla condizione femminile e l’ansia di affermazione che la contraddistingue. Con Il gladiatore ha riportato in vita un genere, il peplum, abbandonato per esaurimento alla fine degli anni Sessanta, mentre con Black Hawk Down ha imposto un nuovo, impressionante standard nel realismo partecipativo dei film di guerra. Con The Martian, poi, ha saputo contaminare con toni da commedia leggera il racconto di una situazione tipicamente distopica. Tra i suoi meriti indiscutibili, lo straordinario talento visivo e il gusto pittorico di cui ha dato prova, al servizio della creazione di sontuose immagini barocche e graficamente maestose, accompagnate da una rara e preziosa abilità nel dirigere gli attori».

Righe, oltre che autorevoli, più che sufficienti per provare a riassumere alcune delle motivazioni dell’odierno riconoscimento veneziano a Sir Ridley Scott, che il prossimo 30 novembre compirà ottantaquattro anni. Se, come è consuetudine, una qualsiasi premiazione rappresenta da sempre l’occasione ideale per ricapitolare un’intera carriera, evidenziandone – al di là degli esiti certo trascurabili – i traguardi più positivi, va anche detto che, nel caso specifico di un grande regista (e produttore) come il cineasta d’oltre Manica, l’aspetto forse più interessante è la quantità di idee che ancora lo anima.

Come detto, c’è l’ormai imminente The Last Duel: interpretato da Jodie Comer (la Villanelle della serie televisiva Killing Eve), Adam Driver, Matt Damon e Ben Affleck, scritto dagli ultimi due (non accadeva dai tempi di Will Hunting – Genio ribelle, premio Oscar per la migliore sceneggiatura originale) insieme a Nicole Holofcener (tutti e tre figurano anche tra i produttori) a partire dal romanzo The Last Duel. A True Story of Crime, Scandal and Trial by Combat in Medieval France (2004) dello statunitense Eric Jager e in uscita nelle sale italiane il 14 ottobre.

A seguire, è attualmente in stato di post-produzione House of Gucci: interpretato da Lady Gaga, (ancora) Adam Driver, Al Pacino, Jeremy Irons, Jared Leto, Salma Hayek e Jack Huston (per gli amanti delle serie tv, il Richard Harrow di Boardwalk Empire – L’impero del crimine e l’Odis Weff di Fargo), girato in Italia (tra Roma, Firenze, Milano, Como, Villa Balbiano a Ossuccio, Gressoney-La-Trinité e Gressoney-Saint-Jean) adattando il libro The House of Gucci. A Sensational Story of Murder, Madness, Glamour, and Greed (2001) della giornalista Sara Gay Forden e dato in arrivo sui nostri schermi il 3 dicembre.

Infine, tra i suoi quattro progetti segnalati a oggi come “annunciati” in qualità di regista (che salgono a nove, nel caso in cui si prenda in considerazione anche l’attività di produttore), quello al momento più concreto e atteso, con il possibile avvio delle riprese già entro la fine del 2021, è Kitbag: per ora vede, tra gli attori dati per certi, Joaquin Phoenix (che già nel 2000, davanti alla macchina da presa di Scott, fu l’imperatore Commodo ne Il gladiatore) e (di nuovo) Jodie Comer, il primo nei panni di Napoleone Bonaparte e la seconda in quelli di Giuseppina di Beauharnais. Come The Last Duel – al momento, almeno nel titolo – suona terribilmente prossimo a The Duellists (premiato dalla giuria quale migliore opera prima a Cannes 1977 e le cui vicende sono giusto ambientate durante le guerre napoleoniche), Kitbag non può non evocare tra gli appassionati il progetto incompiuto di Stanley Kubrick sulla vita del grande stratega diventato “Imperatore dei francesi” e “Re d’Italia”, quello che – nell’ottobre 1971, almeno sulla carta – Kubrick definiva come «the best movie ever made».

Il titolo di lavorazione con cui è attualmente noto il futuro lungometraggio scottiano – scritto da David Scarpa, già sceneggiatore di Tutti i soldi del mondo (2017) – fa riferimento allo zaino militare e proviene dal detto secondo cui «there is a general’s staff hidden in every soldier’s kitbag» («c’è qualcosa del generale nascosto nella sacca di ogni soldato»): la speranza (forse illusoria?) è davvero quella di poter vedere qualcosa di Kubrick nascosto nel film di Scott.

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