FILIERE/ Olio d’oliva, le previsioni sulla produzione e le sfide per il 2022

- Chiara Bandini

Il dato, che emerge dalle proiezioni di Ismea e Unaprol, è però nettamente inferiore sia alle aspettative sia alle reali potenzialità del settore

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Annata in chiaro-scuro per l’olio di oliva. Sulla scorta delle operazioni di raccolta e molitura ben avviate su gran parte dello stivale, le ultime ricognizioni effettuate da Ismea e Unaprol confermano il dato previsionale relativo alla campagna 2021-22, per la quale si attende una produzione pari a 315 mila tonnellate, in crescita del 15% sul 2020, anno contraddistinto da un raccolto particolarmente scarso.

L’allungo è però nettamente inferiore sia alle aspettative, sia alle potenzialità del comparto. E questo in virtù di un coacervo di fattori – le gelate primaverili, la siccità estiva e la frequente alternanza di caldo E freddo – che non hanno favorito l’ottimale sviluppo vegetativo degli oliveti.

Ma va anche detto che il dato complessivo è frutto di dinamiche molto eterogenee fatte registrare a livello territoriale. Le indicazioni disponibili indicano, infatti, un incremento produttivo al Sud, tale da portare in territorio positivo l’intera produzione nazionale. A trainare la ripresa è, in particolare, la Puglia dove si registra un incremento del 38% sul 2020, che pure non soddisfa i produttori. Qui la situazione resta infatti difficile nelle aree colpite da Xylella nonostante l’entrata in produzione di alcuni nuovi impianti. Senza contare che le operazioni di raccolta stanno subendo ritardi anche di due o tre settimane per il posticipo della maturazione. E senza considerare che in alcune aree anche le continue piogge impediscono di entrare in campo.

Nelle province settentrionali, invece, la raccolta è partita in ritardo rispetto allo scorso anno e dunque sussiste ancora un buon grado di incertezza soprattutto rispetto alle rese che però, nelle prime moliture, sono apparse inferiori alle medie. In queste aree, a fare la differenza è stata la possibilità di irrigare, dal momento che solo a ottobre e nelle prime settimane di novembre le piogge sono intervenute favorendo lo sviluppo delle drupe.

Tra oscillazioni e incertezze

In linea generale, anche questa ultima campagna si inserisce in una serie storica caratterizzata da un’estrema variabilità produttiva e da una graduale riduzione del raccolto: dalle 506 mila tonnellate del 2012, livello più alto del decennio, si è infatti arrivati alle due pessime annate del 2014 e 2018 (con una produzione rispettivamente di 222 mila e 175 mila tonnellate), passando per recuperi deludenti anche negli anni di carica. E in particolare negli ultimi anni, le rilevazioni di Ismea e Unaprol segnalano che le oscillazioni produttive sono andate oltre la fisiologica alternanza scontando eventi climatici avversi e fitopatie a cui non sempre si è fatto fronte in modo efficace.

Una situazione – avvertono Ismea e Unaprol – che crea scompensi nel mercato perché da un lato mina la stabilità del reddito dei produttori, dall’altro rende difficile, per esempio, la programmazione degli acquisti di prodotto italiano da parte dell’industria di imbottigliamento esponendo il settore al ricorso sempre più massiccio alle importazioni. Un’incognita cui si aggiunge anche l’aumento dei costi che non è sempre andato di pari passo a quello dei ricavi comprimendo sempre più il reddito dei produttori.

Va detto comunque che, nonostante le criticità, le stime sulla campagna 2021-22 pongono l’Italia in una posizione di rilievo rispetto all’Europa. Le prime proiezioni produttive elaborate a livello globale attestano infatti i volumi del raccolto a 3,1 milioni di tonnellate, sintesi della flessione della produzione comunitaria (-3%), determinata soprattutto dalla riduzione attesa in Spagna (-7%) e Grecia (-14%), e della contestuale crescita fuori dai confini dell’Ue, trainata dalla Tunisia (+71%), oltre che dalla Turchia (+9%) e dal Marocco (+25%).

Listini, prezzi al consumo ed export

Fin qui dunque le previsioni. Intanto, però, le rilevazioni di Ismea e Unaprol segnalano che il 2021 è stato segnato complessivamente da importanti incrementi dei listini alla produzione dovuti allo scarso raccolto del 2020. Nei primi 11 mesi dell’anno sono stati toccati aumenti medi dei prezzi del 27% per l’olio extravergine italiano a cui si sono affiancati rialzi ancora più elevati sia in Spagna sia in Tunisia. Nello specifico del mercato iberico, a settembre 2021, quindi a fine campagna 2020/2021, sono stati raggiunti i 3,77 euro/kg, prezzo che non si registrava dal 2017. L’autunno, però, ha invertito la tendenza soprattutto in Italia a seguito delle prime stime che, pur essendo inferiori alle aspettative, indicano comunque un aumento dei volumi.

E al rialzo sono anche i prezzi al consumo. La riapertura della ristorazione ha favorito la riduzione alla corsa agli acquisti nella distribuzione che si era registrata lo scorso anno: i primi 11 mesi del 2021 hanno infatti registrato una flessione generalizzata degli acquisti nei format della GDO. Si è andati insomma verso un ritorno alla normalità dal momento che supermercati e ipermercati hanno realizzato vendite in volume in linea con quelle dello stesso periodo del 2019. A questo calo in termini di quantità si accompagna però una opposta dinamica sul fronte dei prezzi, spinta dalla crescita dei costi di approvvigionamento da parte del retail. Aumenti – dicono Ismea e Unaprol – che non sempre sono accettati di buon grado e che da qualche mese devono fare i conti anche con i maggiori costi che le aziende imbottigliatrici devono sopportare a causa dei rincari dell’energia, del vetro e di altri fattori produttivi. Sarà quindi interessante monitorare i prossimi mesi – concludono Ismea a Unaprol – per verificare come si combineranno nella fase della vendita al consumo le attuali flessioni dei listini con gli altri aumenti dei costi di produzioni soprattutto nella trasformazione.

Così come sarà da attenzionare l’andamento dell’export, che nei primi nove mesi del 2021 ha scontato una flessione del 6% in volume, accompagnata, però, da un incremento dei prezzi del 4%. A destare le maggiori preoccupazioni sono, in questo caso, gli Stati Uniti, che non solo lasciano sul terreno il 14% in quantità, ma perdono anche il 4% in termini di giro d’affari. E non brillano neppure Canada, Giappone e Regno Unito, che accusano flessioni in volume a due cifre, anche se riescono a far marciare i fatturati in territorio positivo. In aumento, invece, sia in volume che in valore, sono le esportazioni verso Germania, Svizzera e Russia.

Più variabili da monitorare

A dispetto delle criticità, comunque, l’atteggiamento dell’industria olearia verso il futuro resta ottimista: l’indice Ismea relativo al clima di fiducia del comparto continua infatti a essere positivo, sostanzialmente in linea con quello del complessivo comparto agroalimentare. Le buone aspettative – fanno notare Ismea e Unaprol – si basano sul fatto che le disponibilità di prodotto saranno ancora abbondanti grazie alla buona combinazione delle scorte e della nuova produzione. E anche la domanda sembra tenere, tanto che le attese sugli ordini si confermano buone.

Certo, si dovrà tenere conto di uno scenario in piena evoluzione. Il Covid-19, infatti, potrebbe aver cambiato in modo importante le abitudini di consumo alzando l’asticella della qualità richiesta. Ma questa tendenza – notano Ismea e Unaprol – dovrà confrontarsi con la disponibilità di spesa dei consumatori e, quindi, con la complessiva capacità di ripartenza dell’economia. Si dovrà poi valutare la variabile rappresentata dalle possibili nuove chiusure imposte dall’emergenza pandemica, che potrebbero incidere non solo sul mercato domestico ma anche sulla domanda estera. E non si dovrà dimenticare neppure l’aumento dei costi legati all’energia, alle difficolta nel reperimento del vetro e ad altri fattori produttivi. Come pure occorrerà ricordare che restano sul tavolo le tematiche legate alla nuova riforma della Pac (Politica agricola comune) e alle nuove opportunità che potrebbero venire sia dai fondi del Pnrr, soprattutto sul fronte dei frantoi, sia dai fondi destinati ai produttori olivicoli associati a Organizzazioni di produttori. Su tavolo c’è lo stanziamento di 30 milioni di euro, a valere sul fondo filiere: 10 milioni di euro destinati al sostegno di investimenti in nuovi impianti e 20 milioni di euro per ammodernare gli impianti esistenti.

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