SCOLA/ Due “provocazioni” personali

- Antonio Intiglietta

L’Arcivescovo Scola, dice ANTONIO INTIGLIETTA, ha richiamato il mondo del lavoro alla dimensione degli affetti, della fatica e del riposo, invitando a non consumare la nostra umanità

scolanuova_R400
Foto Ansa

In questi giorni mi sono sentito chiedere da più parti, amici imprenditori e non, che cosa mi fosse rimasto maggiormente impresso dell’incontro che l’Arcivescovo Angelo Scola ha tenuto con il mondo del lavoro, dell’economia e dell’impresa. Non ho alcun dubbio in merito, come credo non abbiano dubbi i tanti uomini e donne che sono entrati in contatto con il Cardinale. E sono pronto a scommettere anche su quelli che lo incontreranno prossimamente, a partire da coloro che hanno responsabilità politica. Mi ha colpito soprattutto la sua capacità di ascolto e di condivisione.
In un mondo pieno di confusione, dove spesso le tante opinioni anziché illuminare hanno la sola capacità di confondere ancora di più, l’Arcivescovo riesce a lanciare profondi stimoli alla vita e alle relazioni sociali di tutti noi.
La prima provocazione riguarda il richiamo alla nostra fede quale religione di un Dio incarnato, entrato nella vita con la pretesa di essere il fatto decisivo con cui affrontare tutte le dimensioni della nostra esistenza: dalla famiglia alle amicizie, dalle relazioni umane all’economia. Si tratta di una provocazione ancora più forte in una città dove il lavoro, per chi è imprenditore, rischia di diventare l’idolo per il quale mortificare ogni altro aspetto della vita.
L’Arcivescovo ci ha richiamato alla dimensione degli affetti, del lavoro, del riposo, invitandoci a non consumare nulla della nostra umanità. Ci ha chiesto di guardare al lavoro quale espressione di una libertà in atto, e non come la presunzione della propria autoaffermazione. Non può che essere un grande pungolo il fatto di stimolarci a rimettere al centro l’Io, la persona con il suo desiderio di felicità alla ricerca del proprio significato.
La seconda provocazione che ho fissato riguarda la necessità di riscoprire la straordinarietà dei rapporti umani e di rimettere in circolo quelli buoni. Alla logica dell’individualismo esasperato si contrappone quella delle relazioni che ci permettono di riconoscere quel tratto della misericordia di Dio attraverso cui Cristo arriva a noi e ci rende protagonisti nella storia.

Da qui l’affondo su una concezione del lavoro che nasce dalla gratuità e dalla fraternità, ovvero la chiave di volta dell’Io che costruisce. L’impresa, quindi, non può che essere l’atto carico di gratitudine per tutto ciò che ci è stato donato.
E’ proprio vero che questi spunti si possono vivere ed approfondire solo se pensiamo al Cristianesimo come un avvenimento significativo ed affascinante. Ed è impossibile cogliere Cristo senza la Chiesa così come sarebbe impensabile accorgersi della forza di questa presenza storica se una fraternità, intesa come un’amicizia guidata verso il destino, non ci aiutasse sistematicamente a riconoscerla.
Abbiamo un Padre da seguire e una compagnia che ci sostiene. Non è forse quello che tutti in fondo chiedono e aspettano per poter attraversare da protagonisti la fase di “travaglio” in cui viviamo. Con il desiderio di non lasciar cadere queste provocazioni, siamo chiamati a dimostrare come l’intelligenza della fede possa diventare l’intelligenza della realtà. Uomini come l’Arcivescovo Angelo Scola e Papa Benedetto XVI ci aiutano quotidianamente a capirlo con le loro testimonianze.



© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori