La ricetta di Pompeo Leoni

- Diego Montrone

Nel Liceo dei Mestieri di via Pompeo Leoni vengono organizzati dei pranzi dove imprenditori e giovani inseriti in percorsi di formazione si confrontano. Ce ne parla DIEGO MONTRONE

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Foto: Imagoeconomica

In passato il riscatto dalle precedenti crisi, seppur differenti da quella attuale, e lo sviluppo industriale e manifatturiero in genere è stato sostenuto dagli Istituti Tecnici – creati da aziende lungimiranti che hanno avuto il coraggio e l’intelligenza di investire sull’educazione e sulla formazione dei giovani.

Ancora oggi, il connubio tra formazione e impresa può rappresentare, pur immersa nell’attualità, una ricetta efficace per agire sul positivo e dare significato e senso alla fatica, spesso schiacciante, alla quale sono chiamati tutti gli imprenditori – direi – a prescindere dal risultato.

Una delle proposte, sostenuta dalla Compagnia delle Opere di Milano, parte dalla intenzione di organizzare occasioni per gli imprenditori di uscire dalla solitudine che vivono nel fare azienda e condividere il proprio lavoro con altre persone e altri imprenditori, superando l’“inganno” di credere che l’uomo debba stare solo, bastare a se stesso, indipendentemente e a scapito di tutti gli altri.

Questo “inganno” e soprattutto i suoi risultati – ora resi evidenti dalla crisi – deve sempre superato e lasciato nel passato.

Ogni due settimane, nel Liceo dei Mestieri di via Pompeo Leoni, un centro di formazione professionale dove ragazzi usciti dalla III media si formano per andare a lavorare nei settori oreficeria, ristorazione, pasticceria, edilizia, amministrazione e contabilità, elettricità, informatica, elettronica, vengono organizzati da alcuni imprenditori dei pranzi (preparati dai giovani frequentanti la formazione nel settore della ristorazione) ai quali partecipano altri imprenditori interessati a testimoniare che una socialità diversa è possibile, e che lavorare e vivere in modo più umano, più corrispondente ai bisogni di ognuno di noi, è la strada per uscire da questa situazione. Nel corso di questi incontri ciascuno può trarre qualcosa di positivo per sé: una idea per innovare, una opinione su un progetto, una possibile soluzione per un problema; in una parola: condividere il proprio bisogno.

Fare questi incontri in un luogo dove sono presenti tanti giovani inseriti in percorsi di formazione, da appassionare alla vita e al lavoro in svariati settori, risulta inoltre un “antidoto” straordinario all’imperante “lasciarsi andare e non dare delle ragioni”. Siamo chiamati con responsabilità nei confronti della futura (anzi attuale perché c’è) generazione a testimoniare e far rivivere il lavoro nella sua pienezza, sapendo che tra i tanti significati del lavoro ce n’è uno, molto importante, che spesso viene trascurato: quello per cui il lavoratore ha la sensazione di essere “utile per”, ossia di poter mettere in gioco la propria persona per qualcosa di utile anche per gli altri.

E qui la seconda proposta:  partecipare nelle forme possibili, in azienda o presso la struttura formativa, al percorso formativo e lavorativo dei giovani partendo innanzitutto dalla consapevolezza che realmente un’azienda dipende da chi lavora e non solo da chi dirige e che mentre si insegna un lavoro, si può anche imparare, perché si è costretti ad andare a fondo e chiarire quello che affermiamo.

Nessuno sa fare certe cose come un lavoratore manuale italiano!

Se è vero che l’industria manifatturiera italiana è la più competitiva a livello mondiale dobbiamo tenere presente che questo dipende dal “manufatto” cioè dal lavoro manuale.

Da questa consapevolezza deve ripartire una riqualificazione, anche culturale, del lavoro manuale.

Spesso vengono pubblicati  studi e ricerche che parlano di migliaia di posti di lavoro rimasti scoperti per assenza di candidati idonei. Se in parte ciò è sicuramente vero, alcuni lavori stanno realmente scomparendo, ma ciò che mi pare necessario rifiutare con forza è l’idea che questo accada esclusivamente per l’assenza di giovani disponibili a prendersi in carico alcune professionalità (tra queste anche quelle ritenute più “umili”).

Sicuramente esiste un problema di degrado culturale di “disprezzo generalizzato del lavoro manuale”.

L’esperienza di Galdus, ci dice che è possibile rivalorizzare il lavoro manuale in tutte le sue espressioni e nei significati originali (sono oltre 1.000 i giovani coinvolti quotidianamente nei percorsi): non possiamo continuare a pensare che il lavoro manuale sia semplicemente l’esecuzione di qualcosa o peggio cadere nell’ideologia che vede nel laureato l’unica figura ideale cui ispirarsi.

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