FINANZA & CLIMA/ Più tasse e più Stato per realizzare la rivoluzione green?

- Ugo Bertone

Quanto sta avvenendo alle major petrolifere è sintomatico di un cambiamento che richiederà l’aumento del peso dell’economia pubblica

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Meno di dieci anni fa Exxon Mobil era la più potente e ricca società della Borsa americana. E, come scrive il Wall Street Journal, la sola idea di un attacco da parte di azionisti pronti a contestare le strategie della regina del petrolio era considerata “semplicemente impensabile”.

Né avevano vita più facile gli analisti che osavano mettere in dubbio le strategie fondate sull’aumento delle estrazioni di greggio da deserti, oceani o sotto i ghiacci dell’Artico. A costoro l’allora ceo Lee Raymond, in un’assemblea, riservò l’epiteto di “stupidi e sciocchi topolini parlanti”. 

I topolini, però, si sono presi la rivincita mercoledì scorso quando, al temine di una vera e propria battaglia campale che ha impegnato fondi per complessivi 65 milioni di dollari, l’assemblea di Exxon ha nominato due dei quattro consiglieri indipendenti proposti da Engine No.1, un’associazione di azionisti, con l’obiettivo di imporre un cambio di rotta strategico al gigante dl petrolio in linea con l’obiettivo di uscire gradualmente dalla produzione di idrocarburi. Una vittoria quasi impossibile, ottenuta dopo aver depositato solo lo 0,2% del capitale, ma che rappresenta una svolta per il capitalismo americano. A votare contro lo sfruttamento di nuovi giacimenti e a favore dello sviluppo delle energie rinnovabili sono stati i tre più importanti investitori Usa, cioè il fondo BlackRock, Vanguard e State Street, il 20% del capitale in tutto, più i fondi pensione dei dipendenti della California e di New York. Non solo per motivi morali o coscienza ambientale, ma anche perché la strategia di Exxon, convinta che il mondo avrà ancora bisogno per molto tempo del petrolio, si è rivelata perdente a Wall Street dove il titolo, già il più importante della Borsa Usa, è stato addirittura retrocesso dal Dow Jones.

Nelle stesse ore della battaglia all’ultimo voto in casa Exxon Mobil gli azionisti di Chevron hanno bocciato al 61% le proposte del board sollecitando un cambio di rotta in linea con le scelte dell’Agenzia internazionale dell’energia concentrata sull’obiettivo “zero emissioni” entro il 2050. Pochi giorni prima un’analoga scelta era stata compiuta dai soci di Conoco-Philips. Ancora più rilevante lo shock provocato, sempre mercoledì scorso, dalla sentenza del tribunale dell’Aja che ha ritenuto insufficiente lo sforzo della Shell di ridurre le emissioni nell’atmosfera del 20% entro il 2030. I giudici olandesi hanno imposto un traguardo più che doppio, al 45%, addebitando alla major petrolifera la responsabilità non solo della CO2 legata alla produzione energetica ma anche pro-quota l’effetto dei consumi delle auto. Di temi green si è parlato anche nell’ultima assemblea della settimana, quella del gruppo francese Total.

Il vento, insomma, è proprio cambiato. I Grandi della finanza hanno preso atto che i costi dell’inquinamento o dei vari disastri legati al climate change rappresentano ormai un rischio temerario. E poco conta che, a detta degli esperti, buona parte degli obiettivi siano in pratica irraggiungibili sulla base delle tecnologie oggi esistenti. Oppure, non meno importante, che il costo delle rinnovabili, specie per l’aumento delle materie prime, stia crescendo a ritmi insostenibili. Così come sta avvenendo per l’auto elettrica, la volontà politica si rivela più forte dei vincoli tecnologici del presente: quel che oggi non si può fare domani, grazie alla potenza del digitale, diventerà possibile. 

E per quel che riguarda la componente finanziaria, la rivoluzione ambientale non può che comportare l’aumento del peso dell’economia pubblica, destinata comunque a erodere spazi ai privati nella visione democratica che anima la svolta di Joe Biden: l’enorme aumento del budget federale (6.000 miliardi di spesa, record dalla Seconda guerra mondiale in poi) e l’inevitabile aumento delle tasse aiuteranno il grande cambiamento, anzi il completo rovesciamento delle priorità della stagione Trump. 

Com’è cambiato il mondo nel giro di un anno o poco più sotto la pressione della pandemia che ci ha costretto a ripensare al dono della vita. 

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