FINANZA/ Da LVMH e Francia una lezione all’Italia sugli interessi nazionali

- Paolo Annoni

Le dichiarazioni del ministro degli Esteri francesi dice molto su un problema che ha favorito il declino industriale del nostro Paese

Coronavirus Francia, Macron franco Cfa
Emmanuel Macron (LaPresse)

Uno degli eventi “borsistici” di questi mesi è stata la rinuncia di LVMH, colosso del lusso francese, all’acquisizione, già annunciata e definita, di Tiffany. La pandemia da Covid ha causato danni economici che erano inimmaginabili, ma come testimonia il recente accordo tra PSA e FCA, certe operazioni industriali si possono chiudere, ovviamente con qualche modifica, anche in questa fase. Quello che forse non è noto è che uno scoop di Reuters di due settimane fa ha svelato che a far cambiare idea a LVMH non è stata la pandemia, ma il Governo francese. Infatti, il ministro degli Esteri transalpino ha inviato una lettera a LVMH chiedendo alla società di sospendere l’operazione per supportare il Governo nella disputa tra Francia e Usa sui dazi. Il direttore finanziario di LVMH ha dichiarato che la società è stata obbligata ad accettare la richiesta del governo.

Secondo un’altra interpretazione, meno probabile, è stata la stessa LVMH a chiedere e ottenere la lettera al Governo per non dover rispondere di fronte agli azionisti di Tiffany della mancata acquisizione. Quello che importa è che il Governo francese è mani e piedi dentro le vicende societarie di una società, LVMH, che ieri capitalizzava 200 miliardi di euro e 8 volte Eni. Evidentemente, per inciso, il lusso globale parla francese sia nei marchi, sia, soprattutto, nelle cose che contano: società a proprietà “francese”.

Il ministro degli Esteri francese ieri ha difeso la sua “intromissione”, o come imposizione o come aiuto, così: “è mio dovere proteggere gli interessi francesi”, “ho scambi regolari con i manager di Orano, Total, Veolia e altre società”, “sono responsabile delle relazioni internazionali della Francia”. La peculiarità francese è la costanza e la tenacia assolute con cui il sistema difende i suoi interessi a prescindere dal mercato e da mistiche narrazioni sul destino comune europeo; gli esempi sono tantissimi. I francesi, in un certo senso, non hanno mai fatto nemmeno finta e sono, in fondo, più onesti di molti altri.

Quello che importa è che la vicenda di LVMH spiega benissimo come si comportano i sistemi Paesi adulti che non sono governati da politici ricoperti di onorificenze “straniere”. Se queste sono le premesse dovremmo, almeno, rileggere con occhi diversi tante vicende societarie e industriali capitate in Italia negli ultimi anni a partire da quella più recente di Fiat. Certi epiloghi in altri Paesi sarebbero stati inconcepibili e impensabili; le tesi di chi sostiene che le scelte occupazionali siano determinate solo da considerazioni di mercato sono lunari o in malafede. Non è evidentemente così. Dovremmo anche leggere la storia di tante indagini che hanno distrutto inutilmente società industrialmente sanissime e appetibili; in alcuni casi queste società italianissime, capita l’antifona, hanno spostato gli uffici in altre capitali europee. I problemi sono finiti.

Il problema non è la Francia, né la Germania o la Spagna o l’Inghilterra. Il problema siamo noi e il declino industriale italiano non è affatto estraneo a scelte politiche e governative. In una fase come questa, per esempio, quali saranno mai gli interessi europei sulle acciaierie italiane? Oppure; possibile che CNH starebbe per vendere Iveco a un’azienda statale cinese, così svelava ieri Bloomberg, e nessuno dice niente? Capiamo la polemica su sovranismo e simili, ma a questo punto gli unici che non sono sovranisti siamo noi e le conseguenze dovrebbero essere evidenti a tutti. Il sovranismo degli altri, per inciso, non ha colore politico, piuttosto è un tratto genetico di tutto il sistema.

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