FINANZA E BENEDETTO XVI/ La profezia di Ratzinger sulla nostra economia

- Gian Luca Barbero

Nella raccolta “La vera Europa. Identità e missione”, pubblicata di recente, Joseph Ratzinger affronta diversi temi di attualità sorprendente

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Joseph Ratzinger (LaPresse)

Nella raccolta La vera Europa. Identità e missione, pubblicata di recente, Joseph Ratzinger – Benedetto XVI affronta diversi temi di attualità sorprendente.

Nella relazione Oltre il liberismo e il comunismo: per un’idea europea dell’economia, tenuta presso la Pontificia Università Urbaniana nel 1985, in poche pagine va alla radice, a mio parere, del problema dell’economia occidentale, che pure ha indiscutibilmente raggiunto importanti traguardi. A partire da Adam Smith, si è sviluppata nelle nostre società la tesi dell’intima contraddizione interna tra leggi di mercato e leggi morali: queste ultime non farebbero altro che imbrigliare la capacità imprenditoriale, impedendo di funzionare un mercato fondamentalmente in grado di autoregolarsi per effetto della propria logica interna e, così facendo, di garantire progresso e benessere nella massima diffusione possibile. Tale idea è penetrata ormai nel senso comune: quante volte chi lavora in ambito finanziario, ad esempio, si è sentito ripetere che l’etica con la finanza non c’entra assolutamente nulla e si è sentito guardare con un sorriso bonario e compassionevole, riservato normalmente a persone giovani e immature, destinate, pesto o tardi, a cambiare idea!

Indagando le basi di tale teoria, Benedetto XVI ne mette in luce la natura deterministica – a dispetto del marchio di libertà di cui intende fregiarsi – nel presupposto che l’efficienza economica si fondi da sé su un libero gioco di forze, prodotto dall’equilibrio domanda/offerta e – fatto ancora più grave – che tale meccanismo sarebbe per sé orientato al bene, a prescindere dall’uomo che se ne occupa, mentre “l’economia non è retta solo dalle leggi economiche, ma è guidata dagli uomini”, rammenta il Papa emerito, citando Koslowski. 

La problematicità dei presupposti menzionati è palesata dalla grande disparità dello sviluppo economico, tra il Nord e il Sud del mondo, che “costituisce una minaccia sempre più grave per la conservazione stessa della famiglia umana; alla lunga, potrebbe derivarne una minaccia alla continuità della nostra storia non inferiore a quella che deriva dagli arsenali militari con cui l’Est e l’Ovest si contrappongono. Pertanto, al fine di superare una simile disparità occorre adoperarsi con nuove iniziative, giacché tutti i metodi finora seguiti si sono dimostrati insufficienti; anzi negli ultimi trent’anni la miseria del mondo è aumentata in misura sconcertante”.

Per ponderare l’attualità delle parole riportate, possiamo considerare, a mio avviso, il conflitto tra Russia e Ucraina. In un articolo apparso sul Corriere della Sera lo scorso aprile, Federico Fubini, chiedendosi dove abbiamo sbagliato con Putin, ripercorre la storia economica della Russia dal crollo dell’Unione Sovietica, citando, all’inizio e non a caso, il commento del giovane Keynes ai trattati di Versailles del 1919: quegli accordi di pace, che umiliarono la Germania, avrebbero portato a una nuova guerra (Le conseguenze economiche della pace).

Nei primi anni 90, Eltsin fu supportato nell’uscita dal regime sovietico da due celeberrimi economisti americani: Jeffrey Sachs e Andrei Shleifer. Il primo (all’epoca professore all’Harvard Institute for International Development), ottenne contratti per molte decine di milioni di dollari dell’Amministrazione Clinton in qualità di consulente del Cremlino; il secondo (oggi uno degli economisti più famosi) fu coinvolto dallo stesso Sachs nel programma di riforma post-sovietico. La terapia adottata da entrambi per debellare il centralismo sovietico, responsabile del debito e dell’arretratezza economica, fu una drastica iniezione di liberalizzazione del mercato, da una parte e di privatizzazione del sistema pubblico, dall’altra: “Senza alcun processo democratico – scrive Fubini – senza che nessuno chiedesse ai russi cosa volevano e in quanto tempo volevano realizzare i cambiamenti. Senza darsi cura di costruire prima un diritto civile e commerciale, dei tribunali, una piazza finanziaria o l’embrione di una rete di welfare in grado di accompagnare la terapia choc”.

Il mantra dell’ideologia liberista ha guidato la mano di Eltsin, sotto stretta dettatura dei due economisti, nello stendere i decreti che avrebbero dovuto traghettare la Russia oltre il comunismo sovietico. Naturalmente le cose andarono diversamente, lasciando sul terreno i cadaveri della speculazione che incrementò il costo della vita, generò in poco tempo milioni di poveri e gettò il seme di quella oligarchia, che rappresenta l’humus in cui affondano le radici di Putin e che oggi si cerca ipocritamente di sanzionare per indebolire lo Zar, con scarsi risultati.

Le attuali vicende di guerra dimostrano l’inconsistenza del liberismo e il bisogno urgente di una sorta di palingenesi, una specie di conversione religiosa si potrebbe dire: “Giungere alla formazione di una volontà politica, partendo unicamente dalle leggi proprie dell’economia, oggi appare praticamente impossibile, nonostante si abbiano molte preoccupazioni umanitarie; ciò potrà instaurarsi invece solamente se vi vengono impiegate energie morali completamente nuove”, concludeva Benedetto XVI, sin dal 1985.

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