FINANZA E POLITICA/ Eurobond o Mes, il bivio dell’Europa per aiutare l’Italia

- int. Sergio Cesaratto

Sale l’attesa per un intervento europeo contro il coronavirus. L’Italia non può essere lasciata sola, servono gli eurobond

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C’è attesa per la riunione del board della Bce in programma oggi. Da più parti si invoca un intervento dell’Eurotower, ma vi è anche chi fa notare che la politica monetaria non basterebbe da sola a risolvere i problemi: servirebbe anche una politica fiscale anti-ciclica. La Commissione europea ha già previsto lo stanziamento di 25 miliardi di euro per un piano che sarà presentato nel fine settimana. Ma anche un rigorista dei conti come Carlo Cottarelli, intervistato dal Sole 24 Ore, ammette che occorre fare di più e chiedere un immediato “intervento in deficit finanziato a livello europeo, perché lo shock economico è continentale. Per evitare una recessione, l’Europa avrebbe bisogno di un’espansione fiscale da almeno due punti di Pil, che sono per l’Italia 36 miliardi di euro”. Risorse che per il Direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica andrebbero reperite con l’emissione di eurobond. Anche secondo Sergio Cesaratto la politica monetaria da sola non basta, «quindi, l’idea di Cottarelli e altri di un intervento europeo fiscale massiccio è certamente condivisibile». «Il problema è che di inedito in questa crisi, come evidenziato da Mohammed El-Erian, Chief economic adviser di Allianz, sulle pagine del Financial Times, ci sono almeno un paio di aspetti», aggiunge il professore di Politica monetaria europea all’Università di Siena.

Quali aspetti?

Il primo è che la crisi nasce dall’economia reale e si trasferisce al settore finanziario, mentre nel 2008 abbiamo vissuto una situazione opposta. Il secondo è che già prima dello scoppio dell’emergenza si era vista una difficoltà del modello tedesco, c’era già un problema strutturale sul lato dell’offerta – aggravato ora dalle conseguenze del diffondersi del coronavirus e delle misure necessarie a contenerlo – combinato con una domanda in calo. Ben venga quindi un aumento della spesa pubblica indirizzato non solo agli investimenti infrastrutturali, ma anche a sostenere i redditi di quanti perderanno il lavoro o rischiano di perderlo.

Cosa occorrerebbe fare, secondo lei, a livello europeo?

A livello sanitario, servono misure come quelle che si stanno adottando in Italia anche negli altri Paesi europei, per cercare di limitare i contagi. Wuhan, anche a livello economico, aveva tutta la Cina attorno, l’Italia no e non ha nemmeno la propria banca centrale. In questo momento abbiamo uno spread a 200 punti base, quando i tassi di interesse dovrebbero essere a zero, e vediamo che la Germania continua a guadagnare dalle disgrazie altrui. La crisi del 2011, infatti, ha scatenato una corsa al Bund che ha portato ad avere giganteschi risparmi di spesa che il Governo tedesco non ha trasformato in investimenti.

Di quali cifre stiamo parlando?

In un recente discorso ufficiale, Isabel Schnabel, rappresentante della Germania nell’executive board della Bce, li ha stimati dal 2017 in 400 miliardi di euro. E in questi giorni stiamo vedendo tassi sui Bund ancora più negativi. L’Italia è come Wuhan, ma senza la Cina attorno. Spero che l’Europa prenda misure sanitarie per se stessa, facendo tesoro della situazione nel nostro Paese, più avanti nel contagio, e che non lasci sola l’Italia. Dovrebbe esserci una sorta di restituzione di tutte quelle risorse che lo Stato tedesco ha incassato senza utilizzarle per spese e investimenti, ma col solo fine di ridurre il debito pubblico.

Come l’Europa potrebbe aiutare il nostro Paese?

Siamo di fronte a un bivio. O andiamo verso l’uso del Mes, che dovrebbe essere approvato lunedì prossimo dall’Eurogruppo, e dell’Omt della Bce, oppure l’Europa cambia segno e dà il via libera in questi giorni all’emissione di eurobond, garantiti dall’Eurotower. Nel primo caso sappiamo bene a cosa andiamo incontro, il sostanziale commissariamento con la prospettiva di ristrutturazione del debito. Cosa che finirebbe per ricadere anche sul nostro sistema bancario. Nel secondo, invece, ci sarebbe la possibilità di garantire le risorse necessarie, anche al nostro Paese, per affrontare l’emergenza, senza appesantire i conti pubblici.

Quale ammontare e quale criterio di suddivisione delle risorse bisognerebbe adottare?

L’ammontare dipenderà anche dall’evolvere dell’epidemia. Io credo che una quota maggiore debba andare al Paese che è più in difficoltà, ovvero l’Italia.

Questa svolta con gli eurobond può rappresentare qualcosa di analogo al celebre “whatever it takes” del 2012?

Difficile rispondere. Se la crisi sanitaria riuscirà a essere contenuta, l’emergenza potrà rientrare in tempi ragionevoli e lo strumento potrà rivelarsi utile per sostenere alcuni settori, anche se alcuni come il turismo impiegheranno mesi e mesi dopo la fine dell’epidemia per ripartire. E anche gli altri Paesi europei, che subiranno i contraccolpi di misure ferree per limitare i contagi, potranno averne giovamento. Il calo del Pil sarà sicuramente di dimensioni importanti. Certo, se l’Europa non batterà un colpo in tempi brevi sarà dura per tutti, in particolare per noi: non sfuggiremo al Mes.

(Lorenzo Torrisi)



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