FINANZA E POLITICA/ Fisco, infrastrutture e decreti: i guai da risolvere per M5s-Pd

- Stefano Cingolani

L’ottimismo di Conte per il 2020 si scontra con i dossier economici ancora aperti e l’incapacità di varare e far entrare in vigore le norme

sondaggi politici
Nicola Zingaretti, Giuseppe Conte e Luigi Di Maio (LaPresse)

Conte o l’ottimismo. Che cosa avrebbe scritto la penna sulfurea di Voltaire se avesse incontrato il bis presidente del Consiglio italiano? La sua conferenza stampa di fine anno sembrava ispirata dal precettore Pangloss che invitava Candide a considerare il mondo in cui viveva come il migliore di tutti i mondi possibili. Il 2019 secondo Conte doveva essere “un anno bellissimo”. Il 2020 dovrebbe essere ancor più bello, con il migliore dei governi possibili, la migliore politica possibile, a cominciare da quella economica sulla quale si è raggiunto il migliore degli accordi possibili… salvo intese. Già, proprio così.

Il decretone milleproroghe è stato varato “salvo intese” perché il governo è diviso su una questione davvero strategica: revocare o no la concessione ad Autostrade per l’Italia, cioè alla famiglia Benetton. Se prevale la revoca, per lo più con indennizzo minimo o addirittura senza, come van cantando i Cinquestelle, scatterà una reazione a catena che toccherà senza dubbio l’Ilva, poi l’Alitalia, poi le altre aziende in crisi, per non dimenticare le banche. Un miliardo di euro dei contribuenti sono già stati promessi per salvare la Popolare di Bari, ma credete davvero che sarà l’ultimo caso? Insomma, viene restaurato lo Stato salvatore, ma anche lo Stato aviatore, costruttore, siderurgico, bancario e quant’altro. Anche lasciando cadere una polemica ormai stantia su Stato e mercato, che non tiene conto dei cambiamenti avvenuti con la quarta rivoluzione industriale e il nuovo capitalismo digitale, l’onere di questa sbornia tardo-statalista lo pagheranno i contribuenti e i risparmiatori, con più tasse e più alti tassi per coprire un debito pubblico crescente.

L’ultimo bollettino della Banca centrale europea, il primo della gestione Lagarde, parla chiaro. Gli economisti della Bce indicano per l’Italia un rapporto debito/Pil oltre il 135%, con lo scostamento dal requisito di aggiustamento strutturale previsto dal Patto di stabilità dello 0,9%. Si tratta del livello maggiore tra gli otto Paesi presi in considerazione. Secondo le previsioni della Commissione, gli aggiustamenti strutturali si discosteranno in maniera significativa dai requisiti del patto in otto paesi, ossia Belgio, Spagna, Francia, Italia, Portogallo, Slovenia, Slovacchia e Finlandia. La Bce sottolinea non solo che il debito è troppo elevato in rapporto al prodotto lordo, ma che “non è stato ancora avviato un costante percorso di riduzione”. La prima conseguenza è già visibile: “Il differenziale sulle obbligazioni sovrane italiane a dieci anni si è ampliato in misura significativa, di 27 punti base, arrivando a 1,43 punti percentuali, principalmente di riflesso all’intensificarsi di tensioni politiche interne che, in quanto tali, non hanno avuto effetti di propagazione su altri paesi dell’area dell’euro”, segnalano da Francoforte.

Più debito, tensioni sui tassi nonostante una politica monetaria della zona euro ancora fortemente espansiva, e meno crescita, perché l’Italia è il vagone di coda del treno europeo che ancora sbuffa e arranca. Quanto potrà durare? Non c’è da stare allegri, né da spargere ottimismo di maniera, ancor meno fondato guardando a tutto quello che il governo ha rinviato e non è in grado di affrontare. Cominciamo dall’Iva, il cui aumento è solo rinviato e bisognerà metterlo in bilancio nella legge finanziaria del prossimo anno, poi ci sono le microtasse rimandate a luglio e c’è una mancata riforma fiscale che diventa il martello pneumatico dell’offensiva politica della destra.

Il Conte giallo-rosso, del resto, non sembra più efficiente del Conte giallo-verde, visto che i provvedimenti presi per far contenti i partiti, le correnti, le fazioni, non se si sa se, come e quando verranno realizzati: mancano infatti 134 decreti attuativi i quali si aggiungono all’eredità del recente passato. La scorsa estate l’Ufficio per il programma, che fa capo direttamente alla presidenza del Consiglio, ha fatto il punto sui 14 mesi precedenti: i 33 provvedimenti approvati fino ad allora avevano bisogno di 352 decreti attuativi; soltanto 74 sono stati varati e 108 sono già scaduti, quindi 108 norme non sono mai, concretamente, entrate in vigore. Uno dei casi più eclatanti è il fatidico sblocca-cantieri: su 21 decreti previsti, soltanto uno è stato approvato, mentre 8 erano scaduti sei mesi fa.

Lo sblocca-cantieri ci rimanda al più clamoroso e colpevole dei rinvii, quello che avrebbe un effetto positivo sulla crescita: gli investimenti, a cominciare dalle infrastrutture, sono fermi. Qui l’inefficienza amministrativa s’aggiunge al pregiudizio politico: i Cinquestelle si oppongono alle grandi opere demonizzate a favore delle piccole. Il risultato è che sono ferme tutte le opere pubbliche, quelle grandi e quelle piccole. Il Pd, che sulla carta è a favore dello sviluppo e vuole gli investimenti dello Stato, a quanto pare si è piegato, ancora una volta, per salvare il governo del quale fa parte. È questo che spinge Conte-Candide a dispensare ottimismo? Se è così, non ha fatto bene i conti.

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