FINANZA E POLITICA/ Il bazooka delle banche centrali non basta a evitare la crisi

- Carlo Pelanda

Senza azioni specifiche del mondo politico, le politiche monetarie espansive delle banche centrali potrebbero non bastare a evitare il peggio

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Mario Draghi, presidente della Bce (LaPresse)

Oggi, nel Wyoming, comincerà la riunione annuale dei banchieri centrali del mondo dedicata alle nuove sfide della politica monetaria in un momento dove l’economia globale mostra tendenze recessive, turbolenze conflittuali, nonché anomalie finanziarie mai viste prima, in particolare rendimenti inversi dei titoli di debito, il tutto nell’ambito di un processo di de-globalizzazione, cioè del ritorno di barriere nazionali nei flussi mondiali del capitale. Cosa potrà realmente fare la politica monetaria per contrastare la tendenza globale verso il disordine e quella recessiva in tutte le nazioni o blocchi regionali come l’Eurozona?

La teoria recita che per contrastare una crisi economica, e la conseguente deflazione, bisogna aumentare la liquidità a basso costo nel sistema. Ma tale tipo di liquidità c’è già in quantità enormi perché immessa da anni per reflazionare i sistemi dopo la crisi del 2008. Inoltre, gli analisti tecnici hanno avuto modo di osservare che lo strumento di liquidità – il “bazooka”in gergo – ha poco effetto se i modelli economici non rendono fluido il trasferimento del denaro a basso costo alle unità economiche e produttive. Infatti, da anni, i banchieri centrali avvertono i governi che la politica monetaria ha limiti e che devono integrare lo stimolo monetario con uno di politica fiscale, inteso come detassazione e/o massicci investimenti pubblici, nonché modifica delle regole che ostacolano la dinamicità del mercato.

Scenario: i banchieri centrali immetteranno, come stanno già facendo nel più delle nazioni e nell’Eurozona, ancora più liquidità nel sistema, ma senza una politica fiscale correlata e una riduzione delle turbolenze e degli ostacoli ai commerci, nonché massicci investimenti di riqualificazione del capitale umano per adeguarlo alle nuove tecnologie, l’effetto antirecessivo sarà minimo. Inoltre, c’è il rischio che la svalutazione delle monete a seguito della riduzione del costo del denaro porti a una guerra economica diffusa con l’esito di aumentare i dazi che, soffocando i flussi economici globali, porteranno ad un inasprimento della crisi in ogni nazione.

Pessimismo? Non ancora. Il danno per ogni nazione dell’aumento della conflittualità internazionale e dell’inerzia stimolativa dei governi si sta facendo evidente e sta inducendo i politici al potere il timore di perderlo. Pertanto c’è una speranza che i primi effetti recessivi inducano i governi a riconvergere e attuare politiche fiscali interne stimolative, ricostruendo la fiducia economica che ora manca.

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