FINANZA E POLITICA/ Il centauro Mediobanca ci riprova come araba fenice

- Nicola Berti

Si avvicina l’assemblea annuale di Mediobanca. Non sarà un momento semplice per lo storico istituto di piazzetta Cuccia

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Piazzetta Cuccia, sede di Mediobanca (Lapresse)

Non è la prima volta che Mediobanca si trova a difendere la sua identità: un profilo tanto singolare che spingeva già vecchi almanacchi finanziari europei a escluderla dal novero della banche propriamente dette.

È noto che la “Banca di credito finanziario” fondata da Enrico Cuccia nel 1946  – con i capitali delle allora tre “banche di interesse nazionale” controllate dall’Iri – fu modellata su Lazard: la casa d’affari franco-americana di cui Cuccia aveva conosciuto il leggendario leader André Meyer, durante la missione del “governo italiano del Sud”  del 1944 negli Usa. E non è stata certo una coincidenza se trent’anni dopo le italiane Assicurazioni Generali hanno trovato i loro azionisti di riferimento in Mediobanca ed Euralux, una finanziaria lussemburghese nell’orbita Lazard. Né é avvenuto per caso che Antoine Bernheim, senior partner di Lazard e storico fiduciario dei rapporti con Cuccia, sia divenuto infine Presidente delle Generali.

Ancora: quella relazione di primo livello con la grande finanza internazionale non fu affatto estranea – alla fine degli anni ’80 – all’affermazione di Cuccia nel braccio di ferro con l’allora presidente dell’Iri, Romano Prodi, deciso a cancellare l’anomalia del “centauro” Mediobanca (gestione privatistica di una banca a controllo pubblico, al servizio di un “capitalismo senza capitali”). Cuccia poté inizialmente restare nel consiglio della “sua” banca solo perché Gianni Agnelli gli cedette il suo seggio, ma Mediobanca fu alla fine privatizzata come voleva Cuccia: che rimase “Presidente onorario” (cioè plenipotenziario com’era sempre stato) fino all’ultimo giorno della sua vita) nel 2000.

Allora l’istituto di via Filodrammatici era al suo zenith. Aveva in parte mancato – per le resistenze del centro-sinistra prodiano – l’obiettivo di utilizzare le privatizzazione di Comit, Credit e Banco di Roma per costruire un mega-gruppo bancario sotto il suo controllo. Ma aveva respinto con successo  il doppio attacco portato nel 1999 dalle Opa di UniCredit su Comit e SanpaoloImi su Bancaroma.  Aveva lucidato il suo blasone di investment bank guidando la “madre di tutte le Opa” su Telecom. Aveva raggiunto un controllo egemone sulle Generali ed era azionista-baricentro del “Corriere della Sera”, rilanciato dopo la crisi piduista. Negli anni ’90 Mediobanca aveva intanto funzionato da cabina di regia di tante crisi industriali: da quella – catastrofica – che aveva colpito il gruppo Ferruzzi-Montedison a quella che aveva interessato la stessa Fiat.

L’istituto – nel frattempo riaffacciatosi su “piazzetta Cuccia” – mostrò un’identità forte anche nel difendersi dai prevedibili tentativi di impossessarsi dell'”eredità”  del fondatore. Il delfino storico, Vincenzo Maranghi, architettò una sorta di “auto-scalata”, facendo sempre sponda sulla finanza francese. È stato allora che – vivo attivo ancora Bernheim – si è affacciato con prepotenza sulla ribalta italiana il finanziere francese Vincent Bolloré: tuttora protagonista (è primo azionista di Tim e importante azionista di Mediaset, a lungo in contrasto con Fininvest).

La reazione della finanza nazionale – sotto la regia del governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio – si tradusse in una scalata difensiva di banche e Fondazioni italiane alle Generali: dove approdò infine come Presidente, per un periodo, Cesare Geronzi. Ma nella sostanza il mantra dell'”autonomia” di Mediobanca  ha continuato a essere rispettato: Presidente e Amministratore delegato attuali – Renato Pagliaro e Alberto Nagel – sono due allievi in successione diretta di Maranghi, cresciuti ancora con Cuccia. E le Generali sono rimaste un dominio dell’istituto: oggi con un Amministratore delegato francese, Philippe Donnet.

Attorno però è tutto cambiato: Leonardo Del Vecchio è divenuto il primo azionista, con una partecipazione che assomma le quote un tempo possedute da due “Bin”. Il “patto di consultazione” che ancora sorregge il vertice (un patto pallidissimo erede di quello “di sindacato” un tempo maggioritario fra grandi banche, grandi assicurazioni, “tycoon” nazionali e internazionali) è stato indebolito nei giorni scorsi dall’uscita di Edizione Holding (Benetton). È stato puntellato, nell’immediato, dall’ingresso del gruppo Monge (mangimi per animali). Sotto attacco anche in Generali (da un patto formato da Del Vecchio, Francesco Gaetano Caltagirone e Fondazione Crt), piazzetta Cuccia ha improvvisato un filo spinato prendendo a prestito un pacchetto di azioni dalla francese Bnp Paribas.

Nel frattempo l’istituto che appena un ventennio fa aveva subito le contestazioni dell’Antitrust per posizione dominante nel mercato nazionale del merchant banking, vi è oggi divenuto marginale. Dopo anni di digiuno di grandi incarichi – imposto soprattutto dal Governo Renzi – ha ritrovato un ruolo di medio rilievo come advisor di Intesa Sanpaolo nell’Opa su Ubi. La Cassa depositi e prestiti è sembrata però strappare di dosso a Mediobanca i panni storici del “centauro”: un po’ pubblico e un po’ privato (nella partecipazione delle Fondazioni), un po’ banca di sviluppo, un po’ cassaforte di partecipazioni strategiche.

Fra pochi giorni – come sempre il 28 ottobre, data statutaria decisa dall'”a-fascista” Cuccia a sberleffo della Marcia su Roma – Mediobanca terrà la sua assemblea annuale. Non sarà certamente delle più facili. Ma non è ancora detto che l’ormai ex centauro non abbia ancora vitale il dna dell’araba fenice.

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