FINANZA E POLITICA/ Il guaio rimasto per l’Italia dopo lo stop al Patto di stabilità

- Natale Forlani

Lo stop al Patto di stabilità lascia il fardello di ripagare il debito sulle spalle degli italiani. Il Paese dovrà cambiare le sue politiche economiche

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Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Ue (LaPresse)

Forse un giorno dovremo ringraziare la presidente della Bce che con un’improvvida dichiarazione è riuscita, in maniera contemporanea, a scatenare le vendite sui mercati e per reazione a imprimere una svolta nelle politiche dell’Unione Europea. Un cambiamento di linea che è stato delineato con determinazione dalla presidente della Commissione in una recente intervista sul principale quotidiano italiano.

Se si tratterà di una svolta epocale lo vedremo nei prossimi mesi. Ma la decisione di sospendere il Patto di stabilità per gli Stati aderenti e di accompagnare le scelte della Bce rivolte a immettere un forte liquidità nel sistema finanziario con l’acquisto di titoli di stato, con una mobilitazione di risorse del Bilancio dell’Ue, rappresenta un notevole cambio di passo. Soprattutto se accompagnato dalla scelta di offrire un supplemento di garanzie europee alle risorse mobilitate d’intesa con i Governi nazionali per il sostegno alle attività produttive e all’occupazione colpite dagli effetti del coronavirus.

L’ipotesi di affiancare queste prime misure con l’attivazione di nuovi fondi finalizzati a mobilitare il risparmio privato con rendimenti garantiti per sostenere i programmi rivolti finalizzati a potenziare le infrastrutture e le attività produttive era già stata auspicata da diversi economisti e da esponenti governativi. Rientra negli interventi evocati dalla von der Leyen, ma viene ancora osteggiata dai governi dei paesi del Nord Europa, per il timore di assecondare un ulteriore allargamento della spesa pubblica dei Paesi indebitati, in primis l’Italia. L’emergenza coronavirus, e la necessità di rafforzare i sistemi sanitari nazionali, potrebbe offrire buoni motivi per superare queste resistenze.

Tuttavia, l’esigenza di tradurre la massiccia emissione di nuova liquidità in interventi rapidi e concreti rivolti a sostenere la ripresa economica rappresenta una sfida notevole per l’Italia. Secondo gli esperti, il fabbisogno di risorse per salvaguardare l’apparato produttivo e l’occupazione potrebbe far crescere il debito pubblico verso il 150% in rapporto al Pil. Una previsione che potrebbe rivelarsi persino ottimistica nella condizione di un prolungamento ulteriore delle attività produttive nel corso dei prossimi mesi. I provvedimenti adottati nell’ambito delle Istituzioni Ue diventano indispensabili per approvvigionarsi delle risorse necessarie a condizioni sostenibili. Ma non possiamo illuderci: l’indebitamento graverà comunque sulle spalle dei contribuenti italiani. E la sua sostenibilità, oltre che dall’allungamento dei tempi per la riduzione dello stesso, dipenderà essenzialmente dall’intensità della crescita economica.

Una condizione che impone all’Italia, che registra da oltre 20 anni un tasso di crescita del Pil dimezzato rispetto la media dei Paesi euro, di ripensare radicalmente le sue politiche economiche. Le scelte europee, se portate a regime, tolgono alla nostra nazione ogni alibi. In particolare, quello di attribuire alla moneta unica la responsabilità del declino della nostra economia. I numeri sono eloquenti. L’economista Marco Fortis, in tempi recenti, ha evidenziato come le aziende esportatrici e i nostri settori aperti alla concorrenza, turismo compreso, abbiano concorso alla crescita del nostro Pil in misura largamente superiore rispetto la media dei Paesi europei. Diversamente, sono i settori meno esposti alla concorrenza a registrare le performance più negative. Evidenziate del resto nei differenziale del tasso di occupazione rispetto agli altri Paesi europei, 10 punti in meno equivalenti a 3,8 milioni di occupati, che si riscontrano principalmente nei comparti della sanità e dell’assistenza (-1,4 milioni), dei comparti del commercio, servizi per il mercato interno e professioni (- 1 milione), dell’istruzione e formazione (-480 mila), delle costruzioni (-350 mila).

La sostanziale stagnazione dell’economica Italiana negli anni 2000 è in gran parte attribuibile al grave sottoutilizzo delle risorse finanziarie e umane disponibili nella nostra comunità. Il fatto che tra i provvedimenti a sostegno dell’Italia in questo frangente ci sia la possibilità di riutilizzare 11 miliardi di fondi europei che dovevano essere restituiti, in quanto non impegnati entro i termini previsti, dovrebbe farci riflettere.

Quello del mancato utilizzo dei fondi europei è solo la punta dell’iceberg rappresentata dal declino complessivo degli investimenti infrastrutturali (-40% rispetto a dieci anni fa), dal mancato impiego dei patrimoni e del risparmio privato per un importo equivalente a 5 volte il Pil nazionale, da una spesa sociale concentrata sulle pensioni e l’assistenza (quest’ultima aumentata di oltre il 60% nel decennio recente) sottraendo risorse per il ricambio generazionale nella Pubblica amministrazione, agli investimenti nel settore sanitario e nell’istruzione, ai sostegni alle famiglie.

Quello evidenziato non è un assemblaggio di contraddizioni, è la rappresentazione coerente del sistema Italia: dell’utilizzo distorto delle risorse pubbliche che drena i prelievi fiscali verso una spesa corrente destinata a sostenere il reddito improduttivo, e a finanziare gli interessi sul debito pubblico. Una distorsione largamente accompagnata dalle politiche dei governi, compresi quelli recenti. Fino a un mese fa le priorità dell’agenda politica erano ancora i pensionamenti anticipati, una riforma fiscale rivolta a redistribuire il nulla e che penalizzava i ceti produttivi e la crescita del reddito ufficiale. E persino la tentazione di predisporre una sanatoria e un nuovo decreto flussi per gli immigrati per far svolgere a loro i lavori che non vogliono fare gli italiani.

Tentazioni spazzate via dall’emergenza coronavirus e dall’esigenza di salvaguardare le colonne portanti della nostra comunità: le imprese, l’occupazione, la sostenibilità dei redditi familiari e la centralità dei beni collettivi. Lezione accolta? A prima vista sembrerebbe di sì. Ma scorrendo la rassegna stampa troviamo un’interessante intervista del presidente dell’Inps che invoca l’avvento di un reddito di cittadinanza generalizzato per tutti i cittadini come risposta risolutiva alla crisi. Una sortita destinata a offrire argomenti a coloro che in Europa sono ostili ai provvedimenti annunciati dalla presidente della Commissione.

Niente polemiche, tutti uniti nello sforzo di solidarietà nazionale per uscire rapidamente dai tempi bui. Ma prima o poi il problema di avere una classe dirigente all’altezza della situazione ce lo dovremo porre.

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