FINANZA E POLITICA/ Il nodo Mes complica la partita di Conte sul Recovery fund

- Giuseppe Pennisi

Conte è pronto a creare una complessa struttura per gestire le risorse del Recovery fund. Ma il nodo Mes complica la sua partita

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Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte (LaPresse)

Si mormora che questa sera 7 dicembre si farà notte alta a palazzo Chigi. Il presidente del Consiglio, Prof. Avv. Giuseppe Conte, non può mancare di fare quanto meno un capolino telematico alla “prima” della Scala e, quindi, il consiglio dei Ministri non inizierà prima delle 21. Il Dipartimento per gli Affari giuridici e legislativi (Dagl) della Presidenza del Consiglio ha lavorato a pancia a terra tutto il fine settimana a un maxi-emendamento al disegno di legge di bilancio 2021 che – secondo le malelingue, di solito, però, ben informate – supererebbe le mille pagine.

Il maxi-emendamento, su cui il Governo metterebbe il voto di fiducia, non solo farebbe contento questo e quello in materia di richieste particolaristiche grandi e piccole (dalle concessioni balneari ai ristori per i taxi, dalle fermate degli Eurostar ai restauri dei campanili), ma soprattutto “normerebbe” la struttura organizzativa per il Recovery ed Resilience Fund quale delineata una decina di giorni fa ad uno dei “vertici notturni” di maggioranza: un Triunvirato politico, presieduto dal presidente del Consiglio e composto dai ministri dell’Economia e delle Finanze e dello Sviluppo economico, sei manager, ciascuno responsabile per un “cluster” o settore, e trecento addetti. Alla visione complessiva di sviluppo dell’Italia per le nuove generazioni in cui inserire il programma di progetti e di riforme ci si penserà poi. E così pure ai modi e ai tempi per rendere operativa tale “struttura di missione”. Nonostante quei rompiscatole tosatori di lana caprina dello stesso Dagl abbiano sommessamente suggerito che tra decreti attuativi, interpelli, procedure di selezione (e via discorrendo) prima della primavera del 2022 una tale “struttura di missione” non potrà decollare.

Tutto sembrava andare più o meno bene sino a quando al Recovery Plan e Fund si è intrecciato il Meccanismo europeo di stabilità (Mes, per gli amici e anche per i nemici). Un intreccio che pare essere un nodo scorsoio. In breve, il 9 dicembre, alla vigilia del Consiglio dei Capi di Stato e di Governo dell’Unione europea, il Governo dovrà riferire al Parlamento da cui avere il “placet” per porre la firma dell’Italia alla revisione dell’accordo intergovernativo Mes del 2012. In Parlamento si è formata una maggioranza ostile alla revisione, formata non solo dal centrodestra compatto, ma anche da parte dei parlamentari del Movimento 5 Stelle.

Gli aspetti giuridici sono stati commentati più volte su questa testata. Dopo la riunione del Consiglio dei ministri dell’Economia e delle Finanze dell’Ue, è sorto un problema politico di non poco conto. Da quando è iniziato il negoziato per la revisione del Mes, nonostante siano cambiate maggioranze e Governi, la posizione italiana è stata lineare: la revisione che potrebbe essere pericolosa per Stati con alto debito della Pubblica amministrazione come Grecia e Italia andrebbe situata in un quadro solidaristico europeo coerente e fatta di pari passo con il completamento dell’unione bancaria dell’ormai lontano 2014 – tramite la messa in atto della “terza gamba” di detta unione, “la garanzia europea” sui depositi sino a 100.000 euro (anche in armonia con il dettame costituzionale italiano sulla tutela del risparmio) e con l’avvio dell’unione del mercato dei capitali. Secondo l’ordine del giorno della riunione del Consiglio dei ministri Economici e Finanziari, il ministro delle Finanze tedesco (Olaf Scholz) avrebbe dovuto riferire sul primo punto e si sarebbe dovuto iniziare una discussione sul secondo. Non c’è traccia di una “relazione Scholz” sull’unione bancaria nel comunicato – si sarebbe trattato (dicono i maligni) di una mera informativa verbale -, né dell’avvio di un barlume di negoziato sull’unione dei capitali – declassato dai soliti maligni a “due chiacchiere da bar”.

Ciò ha inviperito il M5S, di cui lo stesso fondatore ha preso carta e penna per diffidare a votare la revisione del Mes e anzi ad avere a che fare con l’istituto. Ciò ha anche convinto Forza Italia a fare fronte comune con il resto del centrodestra. Ciò pone un problema serio per la delegazione italiana, guidata dal Prof. Avv. Giuseppe Conte: se non pone la firma alla revisione del Mes, come può partecipare attivamente alla trattativa per risolvere il “maledetto imbroglio” del Recovery fund in un “triangolo delle Bermuda” tra Parlamento europeo, Commissione europea e i Governi di Polonia e Ungheria? Il Cancelliere della Repubblica federale tedesca, Angela Merkel, spera di giungere ad un’intesa di principio il 10 e 11 dicembre, da concludere con una nuova seduta del Consiglio Ue il 18-19 dicembre e con una sessione speciale del Parlamento europeo dal 26 al 29 dicembre. Un’Italia che non un firma la revisione Mes sarà, in tutto questo percorso, su uno strapuntino in attesa che “i grandi” trovino un’intesa.

Buon senso vorrebbe “depennare”, nel lessico Dagl, i comma sul Recovery Fund dal maxi-emendamento e discutere la materia in una sessione parlamentare in gennaio, una volta approvata la Legge di bilancio e chiaritosi il quadro Ue. Il Prof. Avv. Giuseppe Conte è stato molto abile a giocare su due tavoli: quello europeo e quello pentastellato. Questa potrebbe essere in parte una via d’uscita. La prenderà?

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