FINANZA E POLITICA/ La chance offerta da Francia e Germania per ritardare il Mes

- Giuseppe Pennisi

Si è parlato poco nel nostro Paese del non paper sul futuro dell’Europa messo a punto da Francia e Germania la scorsa settimana

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Il presidente francese Emmanuel Macron con la cancelliera tedesca Angela Merkel (LaPresse)

Molto presi dai nostri problemi interni, né il Governo né la stampa sembrano avere dato l’attenzione che merita al non paper sul futuro dell’integrazione europea preparato dai Governi di Francia e Germania e inviato agli altri Stati membri dell’Unione europea perché se ne inizi la discussione al Consiglio Europeo del 12-13 dicembre prossimo. È un documento conciso che traccia una procedura per una revisione del diritto europeo, in specie i Trattati e gli accordi intergovernativi al fine di dare loro maggiore coerenza, smussando, integrando e modificando parti o sezioni che possono sembrare contraddittorie o mal amalgamate.

Non è, però, un mero lavoro giuridico da affidarsi a esperti di pandette. È, invece, un compito eminentemente politico da attuarsi tramite una Conferenza sul futuro dell’Europa, presieduta da una personalità eminente affiancata da un Comitato Ristretto, nonché da un Segretariato, e con il coinvolgimento della società civile. Il non paper indica anche il calendario dei lavori: la scelta del Presidente e la nomina del Comitato in gennaio 2020 in modo da iniziare la prima fase (sul funzionamento democratico delle istituzioni europee) in febbraio e da concluderla nel giugno 2020; la seconda fase (sulle politiche europee) inizierebbe nell’estate 2020 (durante il periodo di Presidenza “europea” affidato alla Germania federale) e si concluderebbe all’inizio del 2022 (durante la Presidenza “francese”). Un programma serrato che non dovrebbe produrre un nuovo codice di diritto europeo, ma una serie di raccomandazioni al Consiglio europeo del giugno 2022 in materia di revisione e aggiornamento di trattati e accordi intergovernativi. Da queste raccomandazioni si partirebbe per costruire un nuovo codice di diritto europeo.

Francia e Germania hanno tenuto ampie consultazioni – pare – con vari Stati dell’Ue tramite canali sia diplomatici, sia informali (conversazioni tra Capi di Stato e di Governo). L’Italia non sembra essere stata inclusa in questo giro. Ha poca credibilità un Presidente del Consiglio che è passato rapidamente dalla guida di un Governo “sovranista” a trazione di destra a uno che si dice “europeista” e a trazione di sinistra. Ne ha ancora meno un ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale che ha corteggiato i gilet gialli in Francia e ora, senza alcuna consultazione con i suoi partner dell’Ue, filtra con la Cina dove i diritti umani (elemento centrale della civiltà europea) vengono brutalmente calpestati.

È indubbiamente triste che uno Stato fondatore dell’Ue sembri essere stato accantonato. Occorre riconoscere, tuttavia, che per decenni l’Italia è stata critica dell’asse – vero o presunto – franco-tedesco e ha tentato, per equilibrarlo, di costruire un asse italo-britannico. Peraltro, senza grande successo. Roma ha continuato a perseguire questa strada pure quando era chiaro che la Gran Bretagna, con la propria tradizione “atlantica”, non aderiva ad accordi come quello di Schengen e come quelli dell’unione monetaria. Altra ragione per non essere tanto presi in considerazione da Parigi e da Berlino.

Il non paper e, in prospettiva, la Conferenza aprono opportunità di breve e lungo periodo da valutare con attenzione. Nel breve periodo, l’iniziativa potrebbe essere il pretesto per ritardare il varo delle revisioni del Meccanismo europeo di stabilità (Mes), revisioni che hanno causato tante tensioni in Italia. In effetti, sarebbe logico inserire tali modifiche nel programma complessivo risultante dalla Conferenza. Occorre, però, forgiare un consenso al prossimo Consiglio europeo del 12-13 dicembre. È la nostra diplomazia economica e finanziaria internazionale in grado di farlo, dati i tempi stretti, anzi strettissimi?

Nel più lungo, occorre essere realistici e puntare non tanto nel fare del lobbying perché un italiano diventi il Presidente della Conferenza, quanto che uno dei componenti del Comitato Ristretto sia un nostro connazionale. Nei salotti romani della “sinistra al caviale e allo champagne”, spunta il nome di Romano Prodi come candidato italiano all’”alto scranno”. Non credo che l’interessato ne sia al corrente e abbia dato il proprio assenso. Al di là delle qualità personali e scientifiche dell’individuo, non credo che verrebbe accolto con favore dagli altri componenti del Consiglio europeo perché per numerosi aspetti la sua stagione è passata anche in quanto ha superato gli 80 anni e si è alla ricerca di qualcuno che guardi all’Europa con occhi giovani e visione di lungo raggio.

È essenziale che il Governo ricerchi un candidato valido per il Comitato Ristretto che sia portatore non tanto degli interessi di bottega dell’Italia, quanto di una ottica nuova all’integrazione europea in una fase in cui – come aveva previsto Gunnar Myrdal oltre 70 anni fa – l’integrazione economica internazionale (e quella europea) provocano una frattura nelle varie strade verso le integrazioni economiche nazionali e, quindi, innescano nazionalismi e sovranismi. Il compito principale della Conferenza sarà proprio quello di trovare un equilibrio tra integrazione economica europea e risorgere di nazionalismi e sovranismi. Un equilibrio delicato che richiede molto acume e molta saggezza.

Inoltre, è essenziale che il Governo punti sui temi che interessano l’Italia perché vengano accolti tra quelli trattati nelle raccomandazioni della Conferenza. Due sembrano prevalenti: una politica europea per l’accoglienza dei migranti (ovviamente dal resto del mondo) e una golden rule per investimenti pubblici di qualità e rigorosamente valutati. Possono sembrare obiettivi modesti. Ma se riuscissimo a tanto avremo fatto passi da gigante in Europa e per l’Europa.

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