FINANZA E POLITICA/ La strategia delle “garanzie” ci fa (ancora) brancolare nel buio

- Alfonso Ruffo

Sembra mancare una visione, un Pensiero alto e coinvolgente in grado di guidare le nostre azioni e imboccare la strada verso una vera ripresa

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(LaPresse)

Siamo frastornati. Sì, frastornati. E non tanto o non solo per i provvedimenti pasticciati e contraddittori che dovrebbero governare le nostre vite professionali e familiari, quanto per il vuoto concettuale che li contiene. Un vuoto pneumatico che ci lascia in balia di un’indeterminazione insopportabile.

Sappiamo che dobbiamo convivere con l’incertezza e vincerla tenendola abbracciata. Sappiamo che dobbiamo avere e dispensare fiducia. Sappiamo che dobbiamo essere e mostrarci responsabili. Ma abbiamo perso la percezione dei punti cardinali, e quindi l’orientamento, muovendoci a casaccio e con difficoltà.

Manca, insomma, un inquadramento logico – filosofico potremmo azzardare – all’interno del quale collocare la bontà o la giustezza delle nostre azioni. Mai come in questo momento di proliferazione di norme e regolamenti ci siamo sentiti così soli con noi stessi, così disperatamente dipendenti dalla nostra coscienza.

Potrebbe sembrare una contraddizione, ma non lo è. Nonostante i numerosi tentativi di affermare il contrario, prima di ogni altra cosa viene il Pensiero. Ed è il Pensiero – alto e coinvolgente – che manca oggi alla nostra esperienza di fronte a un accadimento globale e profondo come quello della pandemia che stiamo vivendo.

Sappiamo che molte cose in cui credevamo non hanno la certezza di una volta. È fallito il socialismo, soprattutto nella sua forma reale, ed è sotto attacco il capitalismo, soprattutto nella sua forma turbo. Si salva ancora l’istituto del mercato come luogo di definizione degli interessi, ma con credibilità decrescente.

Aumenta la confusione tra ciò che dovrebbe fare il pubblico e ciò che spetta fare al privato. Le conseguenze economiche del coronavirus minacciano di essere più profonde e di resistere più a lungo di quelle sanitarie. E di stravolgere gli assetti consolidati permettendo quello che fino a poco prima era fermamente vietato.

Non c’è più freno ai deficit statali e i debiti possono lievitare senza incorrere nelle sanzioni dell’Europa. Prima o poi arriverà il tempo della restituzione di quello che oggi si prende a prestito, ma l’emergenza giustifica le forzature del momento. Il basso costo del denaro incoraggia a chiedere e prendere a piene mani.

Aumenta a dismisura il ruolo dello Stato che intermedia le risorse, stabilisce (se e quando lo stabilirà) dove collocarle, chi avvantaggiare e chi no, quali imprese salvare e quali lasciare al proprio destino disponendo anche di capitali per entrare negli assetti proprietari e condizionare il gioco delle parti.

All’istinto di libertà si sostituisce l’istinto di sopravvivenza che si nutre di garanzie. Troppo rischioso andare per il mare aperto e la richiesta di sussidi e ristori quasi sopravanza quella per le riforme utili a restituire al Paese una capacità competitiva sempre più compromessa. Si naviga a vista con il criterio del piccolo cabotaggio.

Il sistema della rappresentanza va in frantumi. La varietà delle condizioni e delle posizioni in campo è così vasta che ciascuno cerca da sé la soluzione ai propri problemi delegando alle categorie di appartenenza fino a quando conviene e sempre a tempo limitato. Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio.

Manca un quadro generale cui riferirsi. Manca, appunto, un Pensiero dominante che non sia passeggero o dettato dalla moda dell’attimo fuggente. Ci diciamo più buoni, ma non ci crediamo. Ci dichiariamo rispettosi dell’ambiente, solidali e inclusivi perché così si porta. Con le dovute eccezioni, naturalmente.

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