FINANZA E POLITICA/ Le conseguenze della “resa” italiana all’Ue

- Giuseppe Pennisi

Per evitare la procedura d’infrazione l’Italia si è sostanzialmente arresa all’Ue. Tutto ciò avrà ancora delle conseguenze

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Giuseppe Conte e Giovanni Tria (Lapresse)

L’8 settembre 1943, l’armistizio di Cassabile fu essenzialmente una resa incondizionata firmata dall’Italia, dopo lo sbarco degli alleati in Sicilia. Il 2 maggio 1945, in una Berlino occupata, quel che restava del comando tedesco firmò una resa incondizionata alle forze alleate. Dopo le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, il 15 agosto 1945, per la prima volta nella loro storia millenaria, i giapponesi ascoltarono alla radio la voce dell’Imperatore Hirohito che annunciava la sconfitta e la resa senza condizioni.

Questi ricordi di storia moderna non possono non riaffiorare guardando le immagini televisive del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e del suo addetto alla comunicazione e consigliere in toto Rocco Casalino sorridenti, e apparentemente felici, dopo avere in effetti firmato una “resa incondizionata” all’Unione europea, senza che quest’ultima preparasse le armi ma unicamente ne ventilasse l’ipotesi, al termine di un percorso non immediato. Ciò dimostra la forte fragilità del Governo, nonostante gli sbandieramenti di aver evitato una procedura d’infrazione, il cui iter era solamente iniziato, e di avere ottenuto (riservatamente) la promessa di un Commissario “di peso”.

Vediamone gli aspetti salienti e le implicazioni per la prossima manovra di bilancio. La resa incondizionata ha due punti importanti che sono sfuggiti a numerosi osservatori. In primo luogo, nonostante il Governo avesse ripetutamente ribadito che non sarebbe stata fatta alcuna “manovra” di metà anno, utilizzando il paravento dell’aggiustamento di bilancio è stato effettuato un totale di aumenti delle entrate e di riduzioni delle spese di 8 miliardi su sei mesi, ossia di 16 miliardi su base annua, la più vasta “finanziaria bis'”(per utilizzare il linguaggio giornalistico) mai fatta in tempi che non fossero di crisi finanziaria. È inoltre una manovra fortemente restrittiva destinata a spegnere i flebili segnali di ripresa avvertiti nel primo semestre 2018.

A questa manovra, si aggiunge la lettera firmata, oltre dal Presidente del Consiglio Conte, anche dal ministro dell’Economia e delle Finanze Giovanni Tria, in cui si prendono impegni solenni a rispettare, nella prossima Legge di bilancio, tutti i trattati e gli accordi intergovernativi relativi all’eurozona. Ciò implica rinunciare a chiedere – come fatto da tutti i Governi italiani, quale che fosse il loro colore politico, dal 2000 – una golden rule per gli investimenti pubblici (ossia il loro finanziamento in deficit). Ciò vuol dire una nuova Legge di bilancio restrittiva che non potrà avere alcuna, neanche piccola, vitamina per rivitalizzare la stagnante economia italiana, in una fase, per di più, di rallentamento economico internazionale. Tranne che in questi due-tre mesi non venga effettuata una profonda ristrutturazione della spesa, tagliando quella di parte corrente per dare spazio all’investimento pubblico. Improbabile senza cancellare il reddito di cittadinanza.

Gli impegni – è vero – possono essere assolti solamente in parte o anche ripudiati, ma è probabile che la prossima Commissione europea sarà più “rigorista” di quella in carica, che Francia e Germania si ricorderanno che nel complesso negoziato per la nomine-chiave l’Italia ha fatto un piccolo “rovesciamento delle alleanze” schierandosi con gli avversari dei suoi partner tradizionali, e in ogni caso che lo spread si farà sentire. Lo spread – notiamo – si è subito abbassato alla resa incondizionata. È facile calcolare che se non ci fosse stato lo spread, causato da politiche e dichiarazioni incaute, questo anno avremmo raggiunto il pareggio strutturale di bilancio. Sarebbe stato sufficiente gestire la finanza pubblica con competenza. Merce che appare molto rara nel mondo giallo-verde.

E la promessa di un “Commissario di peso”? In primo luogo, chi diventa Commissario europeo giura di non prendere istruzioni, o anche solo indicazioni, dal suo Stato di provenienza, ma solo ed esclusivamente dalle istituzioni europee. In secondo luogo, uno Stato può unicamente indicare, ma la persona proposta deve superare un doppio vaglio: degli altri Stati e del Parlamento europeo. In terzo luogo, i “portafogli” vengono attribuiti dal Presidente della Commissione non tramite negoziato intergovernativo. Indubbiamente, lo Stato proponente può suggerire, più o meno sommessamente, il “portafoglio”. Quanto valgono i suggerimenti di un Governo che, dopo avere voltato le spalle ai suoi alleati tradizionali, ha firmato una resa incondizionata? Poco. Pure al Grande Fratello.

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