FINANZA E POLITICA/ Le domande che avvicinano Draghi a palazzo Chigi

- Stefano Cingolani

Si è diffusa la sensazione che stiamo entrando in un tunnel elettorale. Così però le chance di ripresa dell’Italia restano basse

mariodraghi 2 lapresse1280
Mario Draghi, ex presidente della Bce (LaPresse)

Il tonfo è stato grande non c’è dubbio: il Pil nel secondo trimestre è sceso ancora del 12,4% rispetto ai tre mesi precedenti in cui aveva fatto registrare un -5,4%; la variazione acquisita per l’intero 2020 è del 14,5%. Se ha ragione il ministro dell’Economia e vedremo un rimbalzo del 15% vuol dire che l’Italia avrà recuperato l’intera caduta provocata dalla pandemia. C’è da sperarlo e facciamo gli scongiuri. Molti segnali lasciano ben sperare (per esempio, la produzione elettrica che ha già raggiunto il livello precedente o i consumi che stanno risalendo), altri invece restano allarmanti (tra i settori resta drammatica la situazione del turismo, mentre incombe la valanga di disoccupati attesa in autunno). L’Italia è andata meglio della Spagna (per non parlare degli Stati Uniti) ed è in linea con la Francia. La Confindustria è pessimista, l’Istat parla comunque di una “contrazione senza precedenti”, Roberto Gualtieri si aspettava peggio e tira un sospiro di sollievo. Ma anche se si verificasse la sua previsione, bisogna ricordare che prima del Covid-19 l’Italia era a crescita zero e la curva del Pil puntava verso il basso.

Non c’è davvero molto di cui rallegrarsi, il Governo fa bene a guardare avanti (messaggi positivi aiutano le aspettative), purché si renda conto del livello basso, anzi minimo, dal quale siamo partiti. Colpisce che il dibattito politico ed economico sia concentrato sulla congiuntura e le sue variazioni, mentre tutto dovrebbe spingere a focalizzarsi sugli interventi strutturali per mettere in moto per davvero la macchina economica. Se c’è una logica in questa miopia, bisogna cercarla nella politica spicciola.

Si è diffusa la sensazione che stiamo entrando in un tunnel elettorale che porta al voto regionale del prossimo settembre. A sentire i rumori del palazzo rilanciati dai giornali, la vita stessa del Governo e della coalizione giallo-rossa che lo regge dipende dall’esito di una consultazione che ancora una volta da locale diventa nazionale, da amministrativa si fa politico-strategica. Reggerà l’alleanza tra Pd e M5S? Matteo Salvini recupererà il terreno perduto? Di quanto Giorgia Meloni si avvicinerà alla Lega? Non sono domande peregrine, non vogliamo certo cadere nel qualunquismo o nei luoghi comuni sul Palazzo o sulla Casta. Dagli equilibri politici dipenderà anche quali scelte economiche e sociali verranno messe in campo. Tuttavia il rischio è che il tunnel sia buio e senza uscita in tempi ragionevoli.

Nel frattempo, si pensa solo al giorno per giorno, alle emergenze che certo non mancano. Non si sa che cosa il Governo voglia fare sulla sanità che dovrebbe rappresentare la priorità delle priorità. Basta dire apriamo dei pronto soccorso locali, assumiamo più medici e infermieri? Non c’è bisogno, invece, di un approccio sistemico che parta dall’università e dalla ricerca per arrivare ai farmaci e alla loro distribuzione, insomma a tutto quello che c’è prima e dopo l’ospedale? Sulla scuola ci si accapiglia attorno ai banchi con le rotelle. Sugli investimenti pubblici finora si sono spese solo parole. E anche l’immenso problema della disoccupazione viene affrontato con un’ottica assistenziale, prolungando la cassa integrazione. Mentre è sempre più chiaro che bisogna prepararsi a una complessa e dolorosa riconversione delle imprese, anche di quelle manifatturiere. Occorre accompagnarla, favorirla, minimizzarne l’impatto sociale, accettare che scompaiano posti di lavoro senza più ragion d’essere e fare in modo che vengano riempiti quelli di cui abbiamo bisogno.

Adesso o mai più non è uno slogan propagandistico. Non c’è molto tempo. Una scadenza precisa riguarda il piano richiesto per accedere al fondo europeo per la ripresa. Siamo certamente ingenui, ma ci aspettavamo un pullulare di proposte e idee, invece tutto sembra delegato ai tecnici del ministero dell’Economia. Ci pensino loro, ci pensi Gualtieri: è l’atteggiamento diffuso nel Governo; quanto all’opposizione, è un profluvio di invettive sui social media, sui giornali, in Parlamento. Lo abbiamo visto anche a proposito del voto sullo scostamento di bilancio: Forza Italia si è allineata ai sovranisti in vista delle prossime elezioni. Intanto, si preannuncia un altro scontro frontale e tutto ideologico sull’utilizzo del Mes, il Meccanismo europeo di stabilità. Nella maggioranza c’è un’apertura sotto la pressione dei fatti: non si può andare avanti con altro deficit fino a che non arriveranno i sostegni del fondo europeo, per finanziare direttamente e indirettamente la sanità c’è bisogno di risorse abbondanti e subito.

Chi sarà in grado di parlare con autorevolezza a nome dell’Italia intera? Chi fornirà garanzie che i prestiti saranno gestiti al meglio? Chi potrà rassicurare i mercati? Certo non un Governo Conte logorato ed esausto, non una maggioranza incoerente, non una opposizione demagogica. Più tempo passa più l’ombra di Mario Draghi prende forma. Non sarebbe male se prendesse corpo prima di entrare nel tunnel dell’impotenza.

© RIPRODUZIONE RISERVATA