FINANZA E POLITICA/ Se il risiko bancario c’è ma non si vede (ancora)

- Nicola Berti

Il risiko bancario italiano che c’è ma non si vede ha vissuto ieri un’altra giornata calda per via di un rumor riportato da Bloomberg

banca unicredit milano lapresse 2018 640x300
La sede di Milano di Unicredit (LaPresse)

Il risiko bancario che c’è ma non si vede – almeno non si vede ancora – ha vissuto ieri un’altra giornata calda. Puramente virtuale, ma segnata da passaggi mediatici non da poco.

Il primo è stato un nuovo ballon  d’essai di Bloomberg, ormai la più importante agenzia finanziaria globale: attivissima – negli ultimi tempi – nello scrutare il riassetto bancario atteso in Italia attorno alla stabilizzazione-riprivatizzazione di Mps. Dopo aver riattizzato le braci, nel lunedì elettorale, sul pressing del Mef in direzione di UniCredit per un intervento a Siena, ieri i fari sono stati puntati verso la Francia: dove il  Credit Agricole – secondo Bloomberg – avrebbe riaperto il dossier acquisizioni in Europa. Con un occhio specifico all’Italia, dove il secondo polo francese – dopo BnpParibas e SocGen – è già presente in forze con Cariparma, resa via via più forte dalle aggregazioni di FriulAdria e di Casse di risparmio nel Centronord. 

Nel quadro di rumor e congetture raccolti dall’agenzia, Credit Agricole – a suo tempo partner estero di Ambroveneto e Intesa – guarderebbe al Credito Valtellinese: ex Popolare, attualmente public company, partecipata dalla Banque Verte transalpina con una quota istituzionale del 5 per cento. Ma il colosso parigino non starebbe disdegnando di studiare neppure BancoBpm: terzo gruppo italiano dopo i due champions Intesa Sanpaolo e UniCredit. E proprio il Banco – esso pure una Spa public company senza soci stabili noti – è stato ieri sugli scudi (+6,5%) in una Borsa di Milano debole. 

Si è visto obbligato – l’Ad Giuseppe Castagna – a una precisazione-smentita, rivolta però in direzione di altre indiscrezioni: quelle che vorrebbero in cantiere un avvicinamento fra lo stesso Banco e UniCredit (un’ipotesi suffragata con insistenza anche dal broker Equita, anche sulla scia del recente successo dell’offerta di Intesa Sanpaolo su Ubi).

In un ampio punto della situazione fatto da Repubblica, UniCredit e Banco Bpm sono chiamati in causa rispettivamente come “piano A” e “piano B” per l’operazione Mps: in cima alle preoccupazioni del Governo  anzitutto per gli impegni formali assunti a fine 2016 quando il Monte fu salvato con un intervento statale da 5 miliardi. UniCredit ha ripetuto anche in questi giorni la sua indisponibilità a qualsiasi ipotesi di aggregazione. È noto tuttavia che il Ceo Jean Pierre Mustier sta lavorando a un progetto di riorganizzazione delle attività italiane di UniCredit rispetto a quelle non italiane (principalmente in Germania e Austria).  E si profila uno sbocco che – potenzialmente – potrebbe essere funzionale a operazioni successive sia in Italia che in Germania. In più, non è noto, al momento, se il Tesoro sarebbe disponibile a concedere a piazza Gae Aulenti aiuti e agevolazioni confrontabili con quelli riconosciuti tre anni fa a Intesa Sanpaolo in occasione del salvataggio di Popolare di Vicenza e Veneto Banca.  

Non manca, naturalmente, sul delicato scacchiere Mps, un possibile “piano C”: un intervento congiunto di UniCredit e Banco in un piano a tre. Ma mancano ancora dati importanti sul versante europeo: dove Bce e Ue stanno ancora mettendo a punto le misure per fronteggiare la nuova ondata di Npl (crediti in sofferenza) provocata dalla recessione-Covid. Solo quando saranno noti i meccanismi fiscali di smaltimento sarà possibile attribuire valori alle singole aziende bancarie sul tavolo del risiko. Il tutto, naturalmente, al netto dei pesi – tuttora altrettanto incogniti – dei diversi soggetti politici e di vigilanza al tavolo. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA