FINANZA & ENERGIA/ Il boom delle navi cisterna e il ritorno in scena di Greta

- Jack Cambiaso

L’andamento del prezzo del petrolio ha smosso i prezzi dei noli delle navi cisterna. Si rendono intanto evidenti alcuni limiti della Green economy

Friday For Future Roma
Manifestazione degli studenti (Lapresse)

Dopo qualche settimana di pausa torniamo ad aggiornarvi sulla situazione dipinta dai traffici marittimi, ma prima di entrare nei tecnicismi e nelle cifre in arrivo dal commercio via mare vorrei aprire una breve parentesi, solo per strapparvi un sorriso spero, questione di punti di vista forse. L’altro giorno mi sono imbattuto in una notizia, ammesso sia possibile definirla tale, che personalmente ho trovato a dir poco esilarante visti i tempi che corrono. Ero indeciso se classificarla nella raccolta della satira di cattivo gusto o in quella del grottesco insulto alla realtà, ma resto aperto a suggerimenti.

Mi limito a farvi una breve sintesi, l’eroina Greta pare non smetta di fare attivismo neanche mentre il mondo è letteralmente fermo da mesi e si prepara a una depressione economica che resterà scolpita nella storia. Addirittura il suo movimento lancia una iniziativa nuova ed è qui che forse ci offre un contributo di sdrammatizzazione per questi preoccupanti e tristi giorni regalandoci una grossa grassa risata: “Il primo sciopero online”! Ma non è finita signori, perché poi si fa cenno a una lettera indirizzata all’Italia fatta di consigli e ricette per fronteggiare la crisi… climatica! Perdonatemi se vi sembro uno scorbutico negazionista senza scrupoli che se la prende con una povera innocente ragazzina, credetemi se vi dico che non c’è nulla di personale dietro questa critica, ma solo una dose massiccia di cinico realismo di cui sono affetto a causa della mia presenza e comprensione dello Shipping, un valido specchio delle dinamiche macroeconomiche globali.

Veniamo al commercio via mare, ovvero la fonte principale delle mie serie perplessità riguardo la sempre più dubbia ragione esistenziale dell’attivismo verde che ho appena scherzosamente schernito con voi. Come premessa una rapida panoramica: mercato passeggeri delle crociere a serio rischio estinzione, quello dei contenitori continua a flirtare con contrazioni percentuali a doppia cifra e un Baltic Dry Index che rischia pericolosamente di vedere il suo peggior anno del nuovo millennio. Sintesi tradotta seguendo ordinatamente questo elenco: disoccupazione crescente, calo dei consumi e della produzione. Fin qui nessuna sorpresa in un momento in cui siamo tutti o quasi, chi più chi meno, imprigionati in limitazioni di circolazione, consumo e soprattutto lavoro.

Ecco il primo collegamento con la Green economy, uno dei pochi record positivi del 2020 riguarderà inevitabilmente il contenimento delle vituperate emissioni, visto che a credere (veramente?) nelle ottimistiche previsioni di una ripresa economica a V sono rimasti solo il nostro ministro dell’Economia Gualtieri insieme a un pugno di analisti finanziari.

Ma adesso arriviamo al vero punto cruciale, la sinistra anomalia di questo mercato in rovina, il boom straordinario delle navi cisterna altrimenti dette petroliere. Nelle ultime settimane si è verificato quel contesto che vi avevamo già anticipato a fine marzo, ovvero un mondo letteralmente innondato dal petrolio, l’ormai ex-oro nero, come mai prima d’ora nella lunga storia di questa materia prima per eccellenza.

Primi e unici beneficiari di questa sovrapproduzione al momento? Traders e armatori di cisterne. Presumo tutti sappiate bene cos’è successo recentemente al Wti, il barile di greggio americano, che ha visto per la prima volta nella storia il suo prezzo andare in negativo fino all’inverosimile cifra di 40 dollari. Ebbene sì, dollari pagati a qualcuno perché si prendesse in consegna il petrolio sottostante ai future del mese di maggio ormai prossimi alla scadenza. Molti di voi, fosse solo perché incuriositi dall’anomalia in corso, si saranno anche documentati sulle cause che non si limitavano a un eccesso di petrolio in circolazione, ma all’inconveniente pratico del suo stoccaggio fisico.

Sempre come da noi previsto e anticipatovi, quest’ultima particolare circostanza ha scatenato il panico sul prezzo del barile, ma anche creato i presupposti per una corsa alle navi da usare come deposito galleggiante dove parcheggiare il greggio in attesa di utilizzo e traducendosi in un mese di guadagni straordinari per questo settore dell’armamento.

Ora immaginerete un mondo dove di colpo non ci sono più navi cisterna sufficienti per soddisfare la domanda di trasporto, ma in realtà i fondamentali da soli non giustificherebbero i noli vertiginosi che vengono registrati. In questo giocano un ruolo fondamentale i grossi traders, per citarvene un paio gente come Vitol e Glencore, ora vi spiegheremo come e perché. La domanda di questi noleggiatori per prendere navi a tempo (Time Charter) da utilizzare per fare storage (stoccaggio) crea una competizione parallela per coloro che semplicemente vorrebbero muovere carichi con un singolo viaggio (Voyage Charter) causando così un circolo virtuoso che proietta i noli nella stratosfera.

Attenzione però a non fraintendere le intenzioni di questi giganti del trading, la loro non è una semplice scommessa sul futuro ipotetico rincaro del prezzo, né un disperato tentativo di trattenere una merce pagata troppo che di colpo si svaluta, o quantomeno non solo, ma una sofisticata operazione di “cash and carry arbitrage”. Roba da professionisti del settore, insomma della serie non provateci a casa signori, anche se pur volendo fatevi dire che risulterebbe alquanto difficile replicarlo.

In cosa consiste questo tipo di fine operazione speculativa dal rischio limitato? Si tratta di un’operazione di hedging operata in un mercato fortemente in contango, quindi quando il margine tra il prezzo depresso di una merce a pronti e quello futuro si amplia sufficientemente da doppiare, triplare o anche quadruplicare il costo di stoccaggio e trasporto di quella stessa merce. Questo fornisce ai traders l’opportunità di fare quello che comunemente si definisce lock profit, ovvero assicurarsi un profitto sicuro. Piccolo inconveniente, non tutti sanno dove mettersi milioni di barili di petrolio e come farli poi arrivare a destinazione tra qualche mese.

Non basta l’idea, ci vuole un nome e competenza, non è un mercato per gli improvvisati, ma per grossi player dotati di grandi risorse e capacità organizzative. Detto ciò ancora non si spiega l’impennata dei noli, ma è presto detto: per quanto gli armatori non siano preparati come i traders a fare queste operazioni d’arbitraggio, sono tutt’altro che ignari dell’attività speculativa in corso e sono altrettanto consci di essere gli unici dotati dei veicoli necessari per portarla a termine. Morale? Si fanno due conti e poi chiedono la loro fetta di torta ai traders. In più, come già detto, avendo questa ghiotta alternativa rispetto al singolo viaggio, seppur le navi per ogni carico abbondino, non si fanno problemi a chiedere premi cospicui per fornire il normale servizio.

Infatti, un singolo viaggio può durare un mese o poco più, lo storage sono sei mesi o anche un anno di guadagno certo, il rischio che tra un mesetto la festa sia finita è concreto e si traduce in richieste ai limiti della decenza per operare sul breve.

Fin qui solo buone notizie per gli armatori di questo settore, ma attenzione, questa situazione non durerà in eterno e una volta giunta a termine c’è il rischio concreto che saranno dolori. Vi ricordiamo che le cause di questo boom sono paradossalmente dovute al crollo della domanda e questa speculazione altro non fa che aumentare il petrolio in circolazione da smaltire, quindi l’offerta. Le cifre fanno già paura, dai 43 milioni di greggio saudita in rotta per gli Usa, gli stessi del Wti in negativo, alle 76 navi già ormeggiate davanti alle loro due coste in attesa di scaricarne ulteriori 50 stimati milioni. A Singapore si parla addirittura di 120 navi cisterna che pescano in attesa di scaricare e non si tratta solo di navi adibite allo storage, ma di normali viaggi in cui una volta giunti a destinazione viene semplicemente negato il permesso di scaricare fino a nuove istruzioni. Nessun dramma per gli armatori che vengono compensati con le controstallie, ovvero un ricco forfait giornaliero per ogni giorno d’attesa, ma pessime notizie per il mercato del petrolio e di conseguenza per la produzione futura.

Per completare il quadro del mercato energetico ora vorrei rapidamente aggiornarvi sulla situazione delle altre due fonti primarie, meno legate ai trasporti, ma messe in antagonismo per i processi industriali proprio seguendo la retorica dell’energia pulita: carbone e metano. Il primo, un noto campione d’inquinamento che si vorrebbe mandare verso una costosissima imminente dismissione, vedere sotto la voce Germania, nonostante l’epidemia nel primo trimestre rispetto all’anno scorso ha visto un incremento delle importazioni in Cina (+14%), India (+7%) e Giappone (+3,5%) . A far da contraltare il pulitissimo metano, molto costoso dal punto di vista degli investimenti, che ha visto il suo prezzo prendere una brutta piega fin da prima che esplodesse l’emergenza sanitaria e ora, causa margini poco sostenibili, risulta prossimo all’implosione.

Adesso ripensate alle cifre in arrivo da macroeconomia e interventi emergenziali delle banche centrali a partire dagli Usa, decine di milioni di disoccupati e svariati trilioni di dollari stampati in un mese, il tutto aspettando un miglioramento della situazione che stenta a mostrarsi. Bene, ora mettetelo in prospettiva con la soluzione “climatica” proposta dell’autore di fantascienza Kim Stanley riportate qualche giorno fa su Bloomberg Green: “Carbon quantitative easing”. Essenzialmente, secondo il presunto esperto, le banche centrali potrebbero pagare tutti sulla Terra per sequestrare il carbone. Chissà quale stravagante soluzione potrebbe avanzare questo scienziato green, al pari della sua collega Greta, per risolvere i problemini che vi ho esposto in questo articolo, magari cominciando con suggerimenti sullo smaltimento di milioni di barili di petrolio in cerca di acquirenti che sappiano cosa farne.

Vi lascio con il mio modesto suggerimento, in questo momento dovremmo concentrare le risorse sì sul salvataggio, ma non del pianeta, bensì dell’uomo a cominciare dall’economia, perché all’orizzonte si prospetta qualche problema più serio e imminente dell’innalzamento dei mari di qualche millimetro per decennio.

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