FINANZA/ Il “rischio Bce” può lasciare l’Italia senza soldi

- int. Massimo D'Antoni

Il Recovery fund avrà tempi lunghi. Non si capisce quindi perché il Governo non sfrutti la finestra dei bassi tassi di interesse per finanziarsi sul mercato

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La sede della Bce a Francoforte (LaPresse)

Dal Forum on Central Banking 2020 Christine Lagarde ha mandato un messaggio chiaro: “La Bce era presente per la prima ondata e noi ci saremo per la seconda ondata. Siamo, e continuiamo ad essere, totalmente impegnati a sostenere i cittadini europei”. Quasi contemporaneamente, in un’intervista al Financial Times, il Commissario europeo agli Affari economici Paolo Gentiloni ha detto: “La clausola di salvaguardia del Patto resterà in vigore per tutto il 2021 ma non significa che da gennaio 2022 sarà interrotta”. Parole che lasciano intravvedere mesi “tranquilli” per l’Italia, con il pieno sostegno dell’Eurotower e le regole europee sul bilancio pubblico congelate. Almeno finché l’emergenza pandemica riguarderà tutta l’Europa. «Preferiremmo tutti che le cose andassero diversamente dal punto di vista dell’epidemia. Sappiamo però che una volta finita l’emergenza una serie di questioni verranno al pettine; abbiamo già avuto qualche avvisaglia della posizione di alcuni Paesi all’inizio dell’estate, quando ci fu chi iniziò a parlare di riattivazione delle regole fiscali nel 2021. Poi per fortuna la cosa rientrò; con questa seconda ondata e con l’incertezza per i prossimi mesi credo che questa situazione si protrarrà a lungo», ci spiega Massimo D’Antoni,  professore di Scienza delle finanze all’Università di Siena.

Il 10 dicembre si terrà la riunione del board della Bce. C’è chi si attende un ampliamento del programma Pepp e chi invece un freno quanto meno agli acquisti di titoli di stato sbilanciati verso i Paesi più in difficoltà come il nostro. I “falchi” condizioneranno le scelte dell’Eurotower?

Alcuni segnali colti in queste settimane fanno pensare che qualcuno intenda condizionare la continuazione del programma di acquisti Bce alla richiesta formale di assistenza da parte dei Paesi con le finanze pubbliche più deboli. Non so quanto sostegno abbiano queste posizioni, ma sappiamo che una cosa del genere rientrerebbe pienamente nella logica che si è seguita finora. Ricordo ad esempio che quando nel 2012 si autorizzò l’Omt, cioè il programma che dava concretezza operativa al «whatever it takes» di Draghi, venne specificato che la condizione per l’intervento della Bce era l’attivazione della sorveglianza via Mes. Anche la sentenza tedesca della scorsa primavera era in questa logica: la Bce da statuto non potrebbe fornire sostegno fiscale diretto ai Paesi in difficoltà.

Lagarde, come del resto a suo tempo Draghi, ha evidenziato l’importanza che oltre alle politiche monetarie siano messe in campo le politiche fiscali per supportare l’economia. Facendo ogni Paese da sé, su questo fronte, come si sta comportando l’Italia?

Smorzati gli entusiasmi per il Recovery fund, che avrà tempi più lunghi del previsto, si torna a dover contare sulle politiche fiscali degli Stati nazionali. Come sempre, mi verrebbe da aggiungere. Da questo punto di vista, stupisce che il Governo italiano non abbia sfruttato con maggiore convinzione il momento particolarmente favorevole dal punto di vista dei tassi di interesse, mai così bassi da molto tempo.

È un punto che aveva sottolineato già nella scorsa intervista. Si è dato una risposta sul perché di questa scelta?

Non so francamente cosa pensare. In certi momenti ho collegato questa timidezza con l’intenzione dichiarata di attivare il Mes. O forse anche il timore di suscitare reazioni a Francoforte. Ma su questo non posso andare oltre le supposizioni.

Ci si prepara a un nuovo scostamento di bilancio, che porterà inevitabilmente a un nuovo incremento del debito pubblico su Pil. Rischiamo di pagare queste scelte quando ritorneranno in vigore le regole del Patto di stabilità?

Torniamo alla questione trattata in precedenza. Come sa, sulla possibilità di cambiamenti delle regole per noi realmente vantaggiosi sono sempre stato un po’ scettico. Occorre un cambiamento di impostazione più generale, non l’adozione di un diverso indicatore di convergenza. Devo dire però che su questi temi vedo qualche interessante cambiamento sul versante della riflessione economica.

A che cosa si riferisce?

Ormai da qualche anno economisti autorevoli e certo non “eterodossi”, come ad esempio Oliver Blanchard, già capo economista del Fondo monetario internazionale, mettono in discussione apertamente il dogma della riduzione del debito pubblico come priorità di politica fiscale. Si fa strada l’idea che la condizione normale nel prossimo futuro sia quella di convivere con debiti che qualche anno fa avremmo considerato elevati o molto elevati. Del resto, noi forse arriveremo al 160% del rapporto debito/Pil, ma si prevede che Francia e Spagna superino il 120%, cioè il livello che noi avevamo nel 2011, in occasione della crisi dei debiti sovrani.

Tornando alla possibile revisione delle regole del Patto di stabilità. Qual è la deadline dopo la quale sarebbe troppo tardi per ipotizzare un vero cambiamento?

Non la metterei in questi termini. Non c’è nessuna deadline, è solo questione di volontà politica.

Ritiene che in caso di un lockdown generalizzato potrebbero esserci contraccolpi molto seri sulle dinamiche della mostra finanza pubblica?

Un secondo lockdown imporrebbe indubbiamente un costo pesante all’economia, specie in considerazione del fatto che non ci siamo mai del tutto ripresi dal primo. D’altra parte le misure prese per il rientro di settembre non sono state sufficienti per evitare questa seconda ondata, né qui, né in nessun altro Paese europeo. Non invidio la posizione del Governo, che deve trovare il giusto equilibrio tra esigenze sanitarie e il rischio che per molte attività la chiusura diventi definitiva.

(Lorenzo Torrisi)

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