FINANZA/ Il teorema Landini-Lagarde (e pm) contro l’Italia che produce

- Nicola Berti

L’offensiva contro la Lega non è finita: ora nel mirino del doppio potere non eletto (governativo e Ue) c’è il Nord e il suo elettorato

landini di maio sindacato unico per i lavoratori
Maurizio Landini (Lapresse)

Il teorema non è di facile sostenibilità legale – anzi -, ma è di sicuro effetto nella sua elementarietà da Grande Purga staliniana, da Procura dipietrista, da Cgil landinista: tutti i contanti detenuti dagli italiani nelle cassette di sicurezza non possono non essere frutto di evasione fiscale o di altri illeciti. Quindi sono giustificabili – addirittura auspicabili, anzi ineludibili – azioni straordinarie e rapide di “giustizia fiscale”. E non bisognerà andare troppo per il sottile se l’attività del governo dovesse fondersi – confondersi – ancora una volta con quella dell’autogoverno della magistratura.

È una narrazione in cui – in senso neppure troppo lato – la neo-presidente della Bce, Christine Lagarde, può ritrovarsi fianco a fianco con il segretario della Cgil, Maurizio Landini, che anche sabato ha premuto sul Conte-2 per un’immediata patrimoniale redistribuitiva. Entrambi abili – la tecnocrate francese e il neo-tribuno giallorosso – nell’appropriarsi in sottofondo del magistero evangelico di Papa Francesco.

Ma il “teorema italiano delle cassette bancarie” appare anche concreto punto di ricaduta di altri storytelling cosmo-mediatici, come il recente Manifesto della Business Roundtable. Qui, fra i firmatari a favore di una non meglio precisata svolta etico-filantropica dell’economia, compaiono Jamie Dimon, numero uno di JPMorgan Chase e grande corresponsabile del crack del 2008 a Wall Street; e un elusore fiscale seriale e globale ben oltre i dieci zeri in dollari come Tim Cook per Apple. Ma come ha ricordato con sottile sarcasmo lo stesso Dimon a una delle ultime edizioni del Forum di Davos, “Fra i compiti dei miliardari c’è lo spiegare ai milionari come i ceti medi possono soccorrere i poveri”.

Nel qui e ora della manovra 2020 in arrivo in Italia l’assalto di Stato alle cassette dei privati si profila come risposta diretta a una triplice pressione sul Conte-2.

La prima e più importante viene dalla Ue che – attraverso il nuovo ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, rispedito a Roma dopo un lungo addestramento eurocratico – si vedrà obbligata a concedere all’Italia una flessibilità sui conti, anche se forse limitata al solo 2020. Questo avviene dopo che Francia e Germania hanno autonomamente deciso di auto-assegnarsi temporanee deroghe al patto di stabilità per far fronte alla recessione in arrivo e alle minacce populiste domestiche. Dall’establishment italiano viene tuttavia pretesa – oltre alla cacciata della Lega dalla maggioranza di governo – un garanzia collaterale di natura più genuinamente finanziaria: un prelievo straordinario sul giacimento di risparmio privato nazionale.

La Ue lo intende, peraltro, come pegno iniziale di una futura e strutturale azione taglia-debito pubblico.

Il secondo momento di pressione (interna, sintetizzato dalla Cgil) sembra invece guardare altrove: a una patrimoniale in chiave di “lotta alle diseguaglianze”, su un terreno principalmente socio-sindacale: “È povero anche chi lavora”, ha detto sabato a Repubblica Landini, ponendo come priorità l’abolizione del cuneo e l’innalzamento dei livelli salariali privati e pubblici.

Ma un obiettivo diverso ancora è quello che verrà perseguito – con tutta probabilità – da un terzo soggetto-chiave in partita. Difficilmente, infatti, M5s  arretrerà sul reddito di cittadinanza, sui navigator parastatali neoassunti, sulla redistribuzione diretta per cassa verso “i poveri che non lavorano”, concentrati nei bacini elettorali del Sud (il nuovo ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo, è non a caso una pentastellata siciliana, fedele al leader campano Luigi Di Maio).

Unico appare, comunque, il collante politico delle diverse istanze: combattere e abbattere la Lega di Salvini nelle sue costituency del Nord Italia. Qui il “teorema delle cassette” si articola chiaramente nel dipingere come “nemico del popolo” – come “kulako” da perseguitare e sterminare nell’Italia 2020 – l’elettore della Lega. Un archetipo generalizzante dell’italiano del Nord: non più solo tout court “fascista”, “razzista anti-migranti” e “sovranista anti-europeo” ma ora anche “evasore” (“ladro fiscale” e “criminale sociale”), in quanto “produttore abituale di reddito elevato” e “accumulatore regolare di risparmio”. Un pezzo di Italia che – narrato così – il governo M5s-Pd-Leu a trazione centromeridionale si ritiene legittimato a punire: subito, molto, in modo esemplare.

Non sorprende, in ogni caso, che la formulazione più compiuta del teorema (con tanto di dato sull’imponibile presunto: 200 miliardi) sia giudiziaria. Proviene infatti dal capo della Procura di Milano, Francesco Greco: giovane inquirente nel pool di Mani pulite che aveva in Antonio Di Pietro il suo campione e in Piercamillo Davigo uno scudiero già proiettato verso il ruolo di ideologo giudiziario al vertice di Anm e Csm.

Anche nel 1992 e seguenti tutti erano colpevoli a prescindere, “non potevano non sapere”. Anche allora l’epicentro della disruption politico-giudiziaria fu Milano perché dal centro del Nord veniva il Truce del tempo: il leader socialista Bettino Craxi. Finito rigorosamente appeso, se non a piazzale Loreto, in una spiaggia africana. Anche allora la radice simbolica e mediatica della “colpevolezza” personale di Craxi fu estratta in banca: il cosiddetto “conto Protezione” aperto presso la filiale Ubs di Lugano. Anche a fine 1992 il governo Amato prelevò con un blitz notturno lo 0,6% per mille dai conti bancari di tutti gli italiani. Oggi il premier di allora – a lungo braccio destro di Craxi – è giudice costituzionale: chissà cosa diranno lui e i suoi colleghi se un raid sommario sulle cassette venisse impugnato di fronte al tribunale ultimo della legalità democratica nel Paese.

Un premier non eletto, privo di precisa identità politica salvo il “ribaltonismo” e un opaco “umanesimo”, senza reale esperienza di governo. Un ministro dell’Economia di formazione marxista, parlamentare solo nella dieta accademica di Strasburgo, pure lui pure privo di esperienze di governo. Tre partiti perdenti alle ultime europee (due anche alle precedenti politiche). Il Centro-Sud contro il Nord. Riusciranno a trovare una quadra per il “teorema della cassette”? E con quali conseguenze e sviluppi politico-sociali per il Paese?

A monte dell’impasse non vanno lasciati in ombra otto anni di storia nazionale: iniziati quando un altro premier non eletto – economista bocconiano ed eurocratico – impone al Paese l’austerity franco-tedesca, assicurando ai suoi concittadini il rispetto stretto dei parametri di Maastricht come terapia unica per la crisi italiana. Ma non va messa fra parentesi neppure una legislatura piena governata dal centro-sinistra, per quanto “non vincente” alle elezioni 2013. In ogni caso: l’Italia dell’autunno 2020 disegna un eccellente case-study per un ghiotto seminario in qualche alta scuola internazionale di scienze politiche.

Il Nord dell’Europa e la sua tecnostruttura fanno leva sul Centro-Sud italiano per mettere sotto scacco il Nord italiano, su ogni terreno: politico-istituzionale ma anche economico, finanziario, industriale, di coesione sociale. Chissà come finirà quest’inedita guerra civile italiana del ventunesimo secolo, cinicamente ribattezzata “Orsola” dal  venerabile ex premier italiano della Commissione Ue – sedicente “cattolico adulto” – che ha contribuito non poco a scatenarla.

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