FINANZA/ Italia e Ue non si accorgono del disastro in arrivo

- int. Gustavo Piga

Gualtieri ha risposto alla lettera dell’Ue relativa al Dpb. Né Bruxelles, né Roma sembrano cogliere la vera emergenza economica

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Ursula von der Leyen e Giuseppe Conte (Lapresse)
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Roberto Gualtieri ha risposto alla lettera di Pierre Moscovici e Valdis Dombrovskis, in cui venivano chiesti chiarimenti sul Documento programmatico di bilancio, con una missiva in cui si evidenzia che il peggioramento dell’economia consente di avere più margini sull’output gap, senza dimenticare la richiesta di 0,2 punti di flessibilità per eventi eccezionali, il gettito che si avrà con la lotta all’evasione fiscale, l’abbassamento dello spread che farà diminuire i costi di rifinanziamento del debito: tutte ragioni che dovrebbero portare Bruxelles a essere tranquilla sulla situazione dei conti pubblici italiani. «Mi sembra che si sia entrati in un ciclo ripetitivo e perverso in cui tutti continuano a fare a danno reciproco sempre le stesse cose e mi sembra anche che il cambio di Governo, così tanto apparentemente apprezzato dall’Europa, non abbia portato a risultati estremamente significativi», ci dice Gustavo Piga, Professore di Economia politica all’Università Tor Vergata di Roma.

A suo modo di vedere perché?

Secondo me non c’è una piena percezione dell’andamento dell’economia italiana e parallelamente del consenso popolare così come misurato dai sondaggi di opinione. Sappiamo che fare opposizione è sempre più facile che governare, ma siamo in tempi decisivi per la costruzione dell’Europa, che dipende anche dall’andamento del consenso che hanno i movimenti contro di essa, come quelli che si sono sviluppati per esempio in Polonia. È stupefacente il business as usual che sta caratterizzando le forze di governo europee conservatrici senza i Verdi e le forze italiane conservatrici che in questo momento governano.

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Perché le definisce conservatrici?

In questo momento le dobbiamo chiamare così perché sono a favore della conservazione di uno status quo della nostra costituzione fiscale che sembra non tenere conto di tutto quello che è successo negli ultimi dieci anni e dei suoi fallimenti. Mi sembra che siamo in una situazione analoga a quella di una grande quiete prima di una tempesta.

Secondo lei questa mancanza di percezione della situazione c’è da parte sia dell’Ue che del Governo?

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È come se entrambi non volessero rischiare ed evitassero di incontrarsi per ferirsi. È come se preferissero parlarsi a distanza, come si vede con questa vicenda dello scambio di lettere. Nel mondo di internet per costruire l’Europa ci si scrivono delle lettere quando c’è la possibilità di parlarsi e confrontarsi costantemente.

Questo scambio di lettere è visto come normale e non preoccupante, del resto c’è già stato anche in passato…

A me sembra proprio che si siano rotti i fili di un colloquio sano e intelligente. Se ci pensiamo siamo arrivati all’ultimo metodo di comunicazione prima del silenzio. E questo è drammatico. Io non credo che questo Governo abbia fatto tutto quello che è necessario per sedersi a un tavolo con delle controparti europee per chiedere un aiuto per uscire fuori da una situazione difficile e spegnere il fuoco del populismo. Non con un patto fiscale che venga riformato, come dice Ursula von der Leyen, tra due-tre-quattro anni, ma subito, adesso. E d’altro canto sembra che l’Europa magicamente, essendo riuscita a mettersi alle spalle il problema Brexit, ritenga di essersi messa altrettanto alle spalle il problema Salvini.

Non è così?

Il punto è che non esiste un problema Salvini, esiste un problema di territorio che stagna da ormai più di dieci anni e che in alcune zone del Paese vede condizioni drammatiche di recessione. Se l’Italia cresce dello 0,5% vuol dire che sicuramente il Sud è con il segno meno, con un deflusso di giovani che ormai tutti notano. C’è da mettere a posto la situazione Italia se vogliamo mettere a posto la situazione Europa. E lo possiamo fare soltanto dando lavoro. E in questa fase di pessimismo imperante non si dà lavoro se non con gli investimenti pubblici. L’Italia avrebbe dovuto fare un gesto eclatante di richiesta perentoria di fermarsi al 3% del deficit/Pil, anche mostrando dei sacrifici con il taglio di Quota 100 o del Reddito di cittadinanza, che non hanno assolutamente funzionato, e una spending review seria. Ci voleva qualcosa di brusco, di forte, ma sembra che prevalgano il timore e allo stesso tempo la distrazione rispetto a qualche cosa che sta per arrivare e che si vuol sognare di rimuovere magicamente con delle lettere.

Quindi è come se l’Ue, che ha sostenuto la nascita del nuovo Governo, ritenesse di aver risolto il “problema sovranismo” in Italia e di non dover più dedicare attenzione al nostro Paese?

Penso di sì e non posso che essere preoccupato da quello che appare evidente: in un momento in cui c’è tantissimo bisogno dell’Europa sullo scacchiere mondiale, questa è assente. Basta ascoltare i notiziari su quanto avviene in Medio Oriente: si sentono le parole di Usa, Russia, Cina, anche Iran e Turchia, ma non una voce dell’Europa. Questo è preoccupante ed è in parte dovuto a questa stasi decisionale interna che fa pensare a un continente catatonico, che ha perso veramente il senso della sua direzione. Questa situazione è tanto più drammatica se si pensa che siamo all’inizio di una nuova legislatura europea.

Cambierà qualcosa quando si insedierà la nuova Commissione?

L’impressione è che, come già avevo osservato, la decisione di tenere fuori dalla maggioranza il grande vincitore pro-europeo delle elezioni, i Verdi, la pagheremo molto cara. Sarebbero stati una controparte molto giovane e vitale che avrebbe potuto dare una sonora sveglia a questa coalizione troppo tranquilla e troppo addormentata, troppo abituata ai giochi di potere e di palazzo, da non sentire il senso dell’emergenza. Ho l’impressione veramente di una navigazione a vista. E quando si naviga a vista mentre è in arrivo una tempesta, senza prendere precauzioni in anticipo, le cose non possono che andare male. Sono preoccupato dalla calma che circonda in questo momento l’Europa.

Rischia di arrivare tardi anche il Green New Deal di cui si parla tanto…

Bisogna prima di tutto intendersi su che cos’è il Green New Deal. Se si guardasse all’industria del calcestruzzo italiano ormai in completa crisi da dieci anni ci si accorgerebbe che ci sono avanzamenti tecnologici importanti per rendere la costruzione di immobili e infrastrutture “sostenibile” ambientalmente, resiliente rispetto a eventuali shock naturali. Questo è il mio Green New Deal, quello che quando vede cosa è avvenuto in questi giorni alle strade nei territori colpiti da alluvioni e sente i responsabili delle stazioni appaltanti comunali dire che sono anni che attendono i fondi, viene a mettere a posto gli squilibri sociali, territoriali e ambientali che abbiamo.

Se questo il è suo Green New Deal vuol dire che quello di cui si sta parlando è diverso?

Sento prevalere quanti dicono che bisogna indirizzare la regolazione verso scelte più verdi. Di per sé va bene ristrutturare l’offerta rendendola più verde, ma abbiamo un problema emergenziale di domanda. C’è l’idea che le leggi e le riforme possono incidere laddove invece il Paese ha bisogno immediatamente di essere rimesso in moto con produzione e occupazione.

(Lorenzo Torrisi)

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