FINANZA/ La fine delle popolari venete e la lezione che non abbiamo imparato

- Maurizio Delfino

Qual è la lezione da trarre, a due anni esatti dalla liquidazione coatta amministrativa di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza?

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Palazzo Chigi (Lapresse)

Il 25 giugno 2017 con un colpo di scena, in realtà ormai trapelato da qualche giorno, il Governo stabilisce la liquidazione coatta amministrativa di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza e nello stesso momento l’intervento di Banca Intesa Sanpaolo che al prezzo simbolico di 1 euro, nell’ambito di un’operazione più complessa che vede l’intervento diretto dello Stato con fondi pubblici, diventa l’assuntore a titolo particolare di una parte delle attività dei 2 gruppi e garantisce così la regolare prosecuzione dell’attività bancaria per oltre un milione di clienti.

Vale la pena osservare che questa storia, ancora tutta da capire, è una magica, imperitura testimonianza dell’italianità. Perché ancora oggi c’è più di qualcuno, specie nelle valli padane, che a dispetto di una grande fibra umana fatta di dedizione alla realtà e concretezza, preferisce ricostruire la storia di un miracolo come quella di un complotto. Carlo Messina, consigliere delegato e Ceo di Banca Intesa, nella lettera datata 25 giugno 2017 spedita a tutto quel milione abbondante di nuovi clienti, rompendo la consuetudine disastrosa e controproducente della comunicazione inutile e patinata del mondo bancario, confessa la più banale e semplice delle realtà. E cioè che dopo aver bruciato oltre un miliardo e mezzo (altro che un euro simbolico!) nei vari tentativi di salvataggio delle cosiddette venete (e delle altre più piccole che erano cadute già da prima nel burrone), fatti i conti e constatata la sostanziale incapacità degli attori intervenuti fino a quel momento, nonché i rischi sistemici che la caduta definitivamente rovinosa di quelle due banche avrebbe prodotto per il sistema, tanto valeva farsene carico personalmente.

Banca Intesa, se volessimo ragionare nella spicciola logica complottista da osteria sulla via Feltrina, avrebbe avuto di gran lunga più vantaggio ad aspettare il requiem alla finestra, per poi aprire le sue porte solo alla fetta di clienti ricchi e forti che si sarebbero trovati da un’ora all’altra senza interlocutore. In un territorio dove peraltro era già da tempo signora e padrona, per varie ragioni.

In realtà e con una certa semplicità, da una parte la fisionomia coltivata in molti modi da Banca Intesa, di azienda internazionale attenta e sensibile ai valori della sostenibilità e dell’impatto ambientale in senso lato del proprio ruolo, il costo effettivo che nel sistema industriale e finanziario sarebbe ricaduto sulla prima banca del paese nell’ipotesi di conclamato bail in delle due grandi venete  e, infine da non dimenticare, la figuretta che il Governo avrebbe fatto in Europa a paragone con la Spagna, che in quelle settimane, in poco tempo, ha gestito e portato a casa un’operazione di salvataggio di sistema molto simile, sono le ragioni che hanno portato a quella soluzione.

È importante collocare gli eventi del 25 giugno 2017 nella categoria del miracolo, e non in quella del complotto, né in quella del progetto, perché questo serve a rileggere con giudizio quel che è accaduto e a verificare l’affidabilità degli elementi con cui si disegnano le prospettive. Perché sarebbe troppo comodo – e pericoloso – fondare la visione del futuro sui miracoli.

Sono saltate le banche dei territori che registrano numeri e performance da primato mondiale. Questo sono i territori di Treviso, Vicenza, Bergamo, e le dorsali costiere dove più insistevano le due popolari. In un sistema creditizio non così complesso da analizzare, Veneto Banca e Popolare di Vicenza erano appena sotto le top 10 su circa 500 o 600 players nazionali, a seconda del periodo di analisi. Tutt’e due figlie del modello di banca popolare. Tutt’e due figlie dell’egemonia paternale di un padre-padrone. Sono state le vittime sacrificali di un grande disegno di potere, che le ha strumentalizzate e lasciate morire finché non servivano più? Sono state i giocattoli di un manipolo di sciagurati, avventurieri senza scrupoli che le hanno inventate per poi scappare col malloppo (più o meno in tempo)? Sono la prova di un mondo globalizzato e cattivo che non sopporta le presenze genuine che hanno un rapporto diretto con i loro territori e i loro uomini? E se invece fossero le storie di aggregati umani che, per colpa della più becera mediocrità, ignoranza e incultura, non hanno fatto altro che portare dei prototipi di Ferrari a schiantarsi contro un muro?

Il 25 giugno 2017 è la ricorrenza di un paese (e di un sistema industriale) che, sfinito dalla logica dell’orticello, non sa farsi più le domande, teme l’analisi e l’autocritica come la morte e soprattutto sembra sempre più incapace di generare relazioni e nessi fra la memoria e il futuro.

Il 25 giugno 2017 si è verificato un miracolo che – forse – sarà persino completato da un qualche ristoro per diverse migliaia di soci di quelle banche. Un miracolo laico che potrebbe rivelarsi fatale se impedisce di trarre i molti insegnamenti che pulsano sotto le ceneri delle banche popolari venete.

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