FINANZA/ Lusso e calcio, i veri affari del futuro alla faccia della Silicon Valley

- Ugo Bertone

Le operazioni su Tiffany e Manchester City mostrano quali sono gli affari del futuro: il lusso e le squadre di calcio

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Bernard Arnault (Lapresse)

Non è facile, di questi tempi, stupirsi di fonte ai colpi di scena sui mercati finanziari che continuano, a partire dai listini Usa, a macinare primati uno dietro l’altro. Ma l’ultima settimana di novembre ha riservato due colpi davvero a sorpresa, che hanno riguardato due settori “leggeri” ma assai popolari: il lusso e il calcio.

L’icona del benessere made in Usa, Tiffany, è passato di mano dopo 183 anni da indipendente. A comprare, per 16,6 miliardi di dollari (pari a un ebitda di 17 volte, il 50 % in più della media degli ultimi dieci anni) è stato il francese Bernard Arnault, che detiene ormai il controllo di 70 marchi del lusso, così potente e ricco da aver superato nella classifica dei super ricchi sia Bill Gates che Warren Buffett. Un Paperone che, forte della spettacolare ascesa della sua ammiraglia, Lvmh, cresciuta in Borsa del 55% negli ultimi dodici mesi, ha sbaragliato i concorrenti di Silicon Valley. Non è un’eccezione, se si guarda ai profitti ai profitti dell’hard luxury (gioielli più orologi) capaci di resistere alla guerra dei dazi tra Usa e Cina che ha colpito l’industria e i servizi, ma ha risparmiato le griffe.

Nemmeno la crisi di Hong Kong, la grande vetrina degli orologi, ha frenato la corsa dei consumatori del Celeste Impero che hanno proseguito lo shopping in patria o in trasferta, senza farsi impressionare dalle turbolenze dei gilet gialli. Meglio una borsa di Gucci, insomma, che un investimento in titoli Uber o in WeWorks, altra grande delusione della gig economy. E le previsioni, incuranti di una possibile recessione, volgono al bello.

Secondo lo studio annuale World Wide Luxury Market Monitor, realizzato da Bain e Altagamma, nel 2019 il settore del lusso globale crescerà del 4% su base annua nonostante la crisi di Hong Kong abbia fatto perdere circa 2 miliardi di vendite di prodotti. E Arnault, balzato in testa anche nel segmento hard luxury ha fatto un ottimo affare in attesa del derby con l’altro super ricco Jeff Bezos: il signore dell’e-commerce, grande azionista di Amazon, contro il re francese delle boutiques che non disdegna Internet ma fa affari soprattutto coi negozi fisici, compresa la Samaritaine, i grandi magazzini parigini che riapriranno i battenti in primavera.

Sorprende, a prima vista, che Arnault dimostri un interesse (per ora non confermato), per il mondo del pallone, grazie a una possibile offerta per il Milan su iniziativa di Elliott partners, l’attuale socio di controllo alla ricerca di un nuovo patron per il club. Che interesse può avere Arnault, appassionato di tennis (ama allenarsi con Roger Federer) per il soccer? La spiegazione sta nel fatto che lo sport partecipa ormai a pieno titolo al mondo del lusso, un ingrediente essenziale della società dell’entertainment.

La conferma l’ha data il secondo grande affare della settimana: l’acquisto del 10% del Manchester City per l’astronomica cifra di 485 milioni di dollari. A comprare non è stato un ricco scemo, bensì gli scafatissimi finanzieri di Silver Lake, il private americano che vanta colpi memorabili nella tecnologia tra cui l’acquisto di Skype, poi ceduto a Microsoft. Il calcio promette di essere un grande affare, è la loro tesi, grazie al mix di servizi tv e Internet, la gestione dello stadio e il merchandising. L’esordio boom di Walt Disney nello streaming (un milione di nuovi abbonati al giorno) dimostra del resto che la miscela spettacolo più sport (nell’offerta di Topolino è prevista anche la rete Espn) è la formula vincente per conquistare l’attenzione dei consumatori. Ma, come sempre, bisogna avere la materia prima.

Il City Football Group, la società controllata da Abu Dhabi che controlla ancora il club di Pep Guardiola, ha reinvestito i proventi incassati con la vendita del 10% nell’acquisto di un club indiano, il Mumbai, che va ad arricchire una scuderia che già conta una squadra a New York, una in Cina, oltre a partecipazioni in club del Giappone, Australia, Spagna ed Uruguay. Una vera e propria multinazionale dello sport che muove i primi passi con grandi ambizioni nella convinzione che i prossimi veri profitti si faranno con il soft power, mica con l’acciaio.

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