FINANZA/ Prestiti condizionati, la ricetta che l’Italia ha già provato

- Giuseppe Pennisi

Sembra più vicina l’ipotesi di avere risorse europee sottoposte a condizionalità. Un qualcosa che il nostro Paese conosce per esperienza

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Questa settimana entra nel vivo il negoziato per dare vita a un nuovo strumento “europeo e con garanzia comune” che fornisca addizionali risorse finanziarie agli Stati più colpiti dal Covid-19 e che non dispongono della capacità di bilancio per utilizzare fondi propri (in gran misura, a ragione dell’alto rapporto tra debito pubblico e Pil). È un negoziato complesso in cui è essenziale non partire (come sembra si sia fatto) con il piede sbagliato, ossia battere i pugni sul tavolo e accusare gli Stati che hanno seguito le regole concordate di non comprendere le esigenze di coloro che, invece, non le hanno ottemperate. Tale atteggiamenti possono avere effetti interni, ossia far crescere il gradimento di Governi e uomini politici “duri”, ma rischiano di compromettere una trattativa che, per essere efficace, deve essere silenziosa e basata su elementi concreti e proposte ben articolate.

Ricordiamo che nel 1992 alla firma del Trattato di Maastricht, in Italia il rapporto debito/Pil era al 105,5% e siamo entrati nel club dell’euro per il rotto della cuffia, grazie al cosiddetto “emendamento Carli”, in base al quale ci impegnavamo a portarlo al livello prescritto (60%) entro un lasso di tempo ragionevole (10-15 anni). Oggi sfiora il 136% del Pil, ed è aumentato rapidamente dal 2012 (119% del Pil), a ragione principalmente di “flessibilità” chieste con insistenza e spesso impiegate per spese pubbliche di dubbio rendimento economico e sociale.

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Al tavolo negoziale siamo i “soci del club” in difetto che chiedono aiuto agli altri in un momento di grandissime difficoltà. È naturale che “gli altri”, che devono rispondere ai loro parlamenti e ai loro elettori, chiedano condizioni per ulteriori finanziamenti. Ci vorrebbe l’atteggiamento di Tevye, il povero lattaio ebreo nella Russia zarista che, nella memorabile commedia musicale “Fiddler On the Roof” (Un violinista sul tetto) diceva alle proprie figlie che chiedevano di avere corredi e doti consistenti: “Non c’è da vergognarsi se si è troppo indebitati e ci vengono chieste garanzie, ma non si deve neanche esserne orgogliosi”.

Con questo atteggiamento, occorre chiedersi cosa deve intendersi per condizionalità. Avendo lavorato per oltre tre lustri in Banca mondiale in stretto contatto con il Fondo monetario internazionale, è tema di cui ho una certa dimestichezza perché sia la Banca sia il Fondo ponevano, e pongono, condizioni ai prestiti e ai crediti ai propri soci.

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La Banca ha esteso linee di credito alla Cassa del Mezzogiorno (principalmente per l’acquisto dall’estero di macchine utensili e componenti per la produzione industriale) sino al 1964, ultimo anno in cui l’Italia chiese prestiti all’istituto; ciascuna linea di credito era accompagnata da condizioni relative non solo alle modalità per gli appalti, ma anche all’utilizzazione del finanziamento. La Banca esercitava un’attenta vigilanza. Grazie a questa condizionalità, “la Casmez – sostiene Amedeo Lepore nel libro “La Cassa per il Mezzogiorno e la Banca mondiale. Un modello per lo sviluppo economico italiano” Rubettino, 2013 – è stata molto di più di una intuizione felice. Un modello per lo sviluppo realizzato grazie a un impianto studiato nei minimi particolari, concordato e promosso anche dalla Banca mondiale”. Alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso gareggiava per efficienza ed efficacia con la banca di sviluppo tedesca Kreditanstalt für Wiederaufbau, oggi in prima linea per incanalare i 550 miliardi di euro di finanziamenti e garanzie messe a disposizione dal Governo tedesco per sostenere imprese grandi e piccole nella crisi del coronavirus.

Sino agli Ottanta, la condizionalità della Banca mondiale era essenzialmente a carattere microeconomico, finanziario e gestionale in quanto riguardava progetti o programmi di sviluppo settoriale. Diventò più estesa quando, ai tempi della crisi debitoria, i finanziamenti vennero estesi al riassetto strutturale (politiche e riforme a medio termine per rimettere in ordine l’economia). Su tale condizionalità e le sue ramificazioni esiste una vastissima letteratura e c’è stato un vasto dibattito. Le altre Banche di sviluppo adottano analoghe condizionalità. Nonostante voci dissenzienti sui suoi effetti, si concorda che è stata essenziale perché l’istituto affronti il suo attuale obiettivo principale: la lotta alla povertà.

Differente la situazione delle linee di credito del Fondo monetario internazionale, di norma sono per evitare crisi di breve termine e hanno condizionalità tarate a questi obiettivi. Interessante il prestito stand by all’Italia del 1974, fortemente voluto nel nostro Paese dal ministero del Tesoro (allora guidato da Emilio Colombo) e dalla Banca d’Italia (allora governata da Guido Carli) perché le condizioni relative alla bilancia pubblica avrebbero impedito quella che sarebbe stata una crisi della bilancia dei pagamenti e del tasso di cambio della lira. Allora ero a Washington. Meglio dei miei ricordi il breve saggio del compianto Marcello de Cecco “Italy’s Payments Crisis: International Responsibilities in International Affairs” (Royal Institute of International Affairs) Vol. 51, No. 1 (Jan., 1975), pp. 3-22.

Cosa avviene se non si ottempera alle condizioni? In Banca mondiale si può bloccare l’erogazione della parte del prestito o credito non ancora erogata e cessare di fare prestiti al settore sino a quando non vengono adottate misure adeguate. Provvedimenti analoghi al Fmi. Ma c’è soprattutto la sanzione in termini di reputazione internazionale. Nel novembre 1967, la Gran Bretagna dovette svalutare dopo infruttuose trattative con il Fondo e ciò pose fine all'”area della sterlina”, una perdita pari a quella dell’Impero.

In breve, non si deve avere paura della condizionalità. Non è una stigma, come non lo era per il povero Tevye. Può essere invece lo strumento per effettuare politiche economiche o investimenti di migliore qualità e di ottenere, quindi, un giudizio più favorevole da parte dei mercati (con conseguente riduzione dello spread). Occorre, però, saper negoziare, guardando agli interessi e alla reputazione del Paese, non alla propria (peraltro effimera) popolarità.

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