FINE DELLA SCUOLA/ Da Greta al comizio di Salvini, quei desideri in cerca di salvezza

- Federico Pichetto

I giovani hanno un problema: intorno a loro, sempre più adulti teorizzano che non ci sia bisogno di adulti per crescere

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Scuola (LaPresse)

Puoi essere Greta Thunberg, l’attivista sedicenne svedese che tra qualche settimana non ritornerà a scuola per impegnarsi in un anno sabbatico tutto a difesa dell’ambiente, o puoi essere lo studente di Ascoli Piceno che non va a scuola per partecipare ad un comizio di Matteo Salvini nella sua città, tutto proteso nel desiderio di cambiare il mondo e pubblicamente apprezzato – per la sua assenza dai banchi di scuola – dallo stesso ministro dell’Interno, puoi essere Noa Pothoven, la ragazza che dopo una vita di abusi non ce l’ha più fatta e ha scelto di lasciarsi morire, puoi essere perfino Stefania, la ragazza che nessuno conosce e che guarda con un certo timore, misto a trepidazione, a questa estate che inizia, piena di promesse e di paure… puoi essere chi vuoi, ma la questione non cambia: chi salverà il tuo desiderio? Come sarà possibile portare in salvo i tuoi sogni, le tue speranze, il bisogno che hai di amare e di essere felice?

In un tempo dove tutti hanno qualcosa da dire ciò che sembra essere meno necessario è un luogo dove ascoltare ed essere ascoltati, un luogo dove mettere a tema quell’umanità che è chiamata ad attraversare tormenti e provocazioni per diventare grande e prendere il suo posto nel mondo. Siamo in un tempo, detto con altre parole, in cui sempre più adulti teorizzano che non ci sia bisogno di adulti per crescere, che non si cresca dentro ad un rapporto e che il rapporto decisivo per te – che hai sedici o diciassette anni – non sia a scuola, ma altrove. Ci si vende alla droga, ci si vende al sesso, ci si vende allo sballo, ma anche alla politica, all’ambientalismo, al nulla, perché si cerca in quello a cui si vende il punto morto del mondo, l’anello che non tiene, il varco da cui poter anche solo vedere il giallo dei limoni.

La scuola che finisce, e che si trova tirata in ballo da mille fatti di cronaca, è chiamata a fare i conti con nuovi esami, nuovi percorsi, nuove metodologie, ma soprattutto con la pervasiva sfiducia di una società che non la ritiene più un luogo, il luogo!, dove stare di fronte al desiderio dei giovani, nell’intima convinzione che non sia tra i banchi di scuola che si cambia il mondo, ma nelle circostanze che l’individuo si autopropone come esaltanti e significative.

È come dire che può arrivare un giorno non troppo lontano in cui un uomo potrà darsi la vita da solo. Ma non è così, non sarà mai così: la vita non ce la diamo da soli, la vita ci arriva sempre addosso attraverso un rapporto. È bello che Greta combatta per svegliare tutti noi dal sonno dell’irresponsabilità (e sarebbe bello anche se avesse torto), come è bello che uno studente riscopra il gusto della politica fino a tifare per qualcuno (non importa chi sia), ed è incredibile che un’adolescente possa sentire il dolore di Noa, un dolore che migliaia di adulti anestetizzano nel dovere e nella misura… tutto questo è grande ed è bello, è nobile ed è giusto, ma è vano se non ha uno volto a cui guardare, se non ha uno sguardo in cui giocarsi, se non ha un rapporto in cui crescere. 

Facevo ascoltare in questi giorni nelle mie classi, per concludere l’anno, un brano di sette minuti e mezzo (sette minuti e mezzo!) di pura musica, l’Adagio for Strings, opera 11 suonato dalla Royal Scottish National Orchestra… è l’avventura di una serie di archi che per tre minuti e quarantuno secondi cerca di emergere come può, cerca di fare quel che può per raggiungere le vette della vita, ma poi – dopo tre minuti e quarantuno secondi – emerge un arco che all’inizio sembra come gli altri – identico agli altri nella musica e nel ritmo – ma che, d’improvviso, non s’arrende, non s’arresta, va fino in fondo al desiderio che ha nel cuore fino a trasformarsi in puro grido. Quando racconto queste cose in classe gli occhi diventano lucidi, l’attenzione è incredibile, e mi fermo, taccio, come tace d’un tratto quell’arco. “Che fine fa prof. uno così? Che fine fa uno che va così a fondo di sé?”. La musica riprende e il suono adesso è maestoso e solenne: quell’arco è diventato grande, capace di stare al posto che il Mistero ha lui assegnato con dignità e verità. È diventato grande, è diventato adulto. Come è successo? Ha accettato di stare tra le mani di qualcuno che lo suonasse, ha accettato di essere nel mondo dentro ad un rapporto. Perché anche l’arco più dolce del mondo non sarebbe nulla se non avesse un musicista da guardare, un musicista in cui essere se stesso.

Ecco l’adulto che ci manca! Qualcuno che non violenti il nostro cuore, ma ci faccia risuonare di quella musica per cui – fin dalle origini dei tempi – il nostro cuore è stato fatto. Buona estate a tutti, ragazzi!

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