Fioramonti “non pensavo Conte accettasse dimissioni”/ Ex Miur (pentito) attacca M5s

- Niccolò Magnani

Lorenzo Fioramonti “pentito”: “non mi aspettavo che Conte accettasse le mie dimissioni”. L’ex Miur attacca il M5s e Di Maio “problema democratico”

Fioramonti e Conte
Lorenzo Fioramonti al giuramento del Governo Conte-2 (LaPresse)

L’allora Ministro Lorenzo Fioramonti aveva lanciato la promessa nel giorno dell’insediamento: «3 miliardi per la scuola oppure mi dimetto»; l’ha mantenuta dopo qualche mese, una volta approvata la Manovra di Bilancio e ora però quasi si “pente” di quanto avvenuto tra Natale e Capodanno nel Governo Conte-bis. Tra l’altro, proprio la “mossa” dell’ex Ministro Miur ha dato il là alla massima polveriera interna al suo ex partito, il Movimento 5 Stelle, che da quel giorno ha visto fughe di parlamentari verso la Lega e verso il Gruppo Misto, il “caso Paragone”, il documento anti-Di Maio, le stesse “voci” circa le dimissioni dello stesso leader e Ministro degli Esteri e da ultimo le polemiche sulla sua diretta “erede” del ruolo al Miur, Lucia Azzolina (per il caso della presunta tesi copiata). Insomma, non proprio un effetto “ridotto” quello provocato da Lorenzo Fioramonti, dimissionario tanto dal Governo quanto dal M5s: eppure ieri pomeriggio, intervenendo a “In Mezz’ora in più”, il professore si è detto quasi pentito di quanto fatto. «Io l’avevo sempre detto (di volermi dimettere, ndr): entro Natale, entro la legge di bilancio, io il 23 di dicembre dopo una serie di interlocuzioni con il presidente del Consiglio nelle settimane precedenti ho mandato una lettera dicendo: a questo punto se non cambiano le condizioni, non posso far altro che dimettermi dal mio ruolo. E poi è stato palazzo Chigi ad annunciare le mie dimissioni qualche giorno dopo».

FIORAMONTI “PENTITO” DELLE DIMISSIONI

In poche parole, Fioramonti non si aspettava la “mossa” del Premier Conte e da qui nasce tutto il vulnus della crisi politica: «Una lettera di un ministro non vuol dire che le dimissioni debbano essere accettate, per me era anche un modo per dire “faccio sul serio, sono serio su questa cosa”: anche nella speranza che il governo si ricredesse. Evidentemente non è stato così». Insomma, una immensa polveriera nata da una “minaccia” accolta come veritiera da Palazzo Chigi – e probabilmente anche dal M5s. Proprio sul Movimento e sul suo leader, Fioramonti si scaglia nella medesima intervista a Lucia Annunziata: lo scorso 7 gennaio ha annunciato di essere passato al Gruppo Misto della Camera, ma qualche sassolino dalla scarpa l’ex M5s se la toglie parlando di “problema democratico” interno al Movimento, «il M5s soffre di problemi strutturali, una sostituzione al vertice non risolve il problema. Non vorrei si trovasse con lui un capro espiatorio per giustificare gattopardescamente che tutto cambi perché nulla cambi. Sicuramente non comandano quasi nulla i parlamentari, tantomeno i ministri. Sicuramente non si decide su Rousseau, tranne cose banali. Quindi non lo so, non lo so davvero». Attacco finale a Rousseau e Di Maio quando Fioramonti sostiene «Non si capisce perché un’azienda privata debba gestire parte delle nostre risorse e detti l’agenda politica»: era stato proprio il vertice del M5s ad attaccare Fioramonti, dopo le dimissioni, accusandolo di non aver ridato indietro come pattuito i guadagni da ministro e parlamentare, «Io avrei continuato a versarli se fossero confluiti nelle casse dello Stato o, almeno, nelle casse di un ente pubblico. Ma qui, invece, non si sa che fine facciano».



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