FLANNERY O’CONNOR/ Il “territorio del diavolo” e quell’America che non è passata

- Paolo Vites

Viene ristampato con una nuova traduzione il capolavoro della scrittrice americana Flannery O’Connor “Il cielo è dei violenti”, uscito nel 1960

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Flannery O'Connor (1925-1964)

Sessant’anni dopo la sua prima edizione italiana, Il cielo è dei violenti, considerato il massimo capolavoro della scrittrice americana Flannery O’Connor (1925-1964), viene ripubblicato con una nuova traduzione a cura di Gaja Cenciarelli dalla casa editrice Minimumfax. Considerato una pietra miliare della letteratura americana, esempio della sensibilità “southern gothic” della scrittrice americana, ma anche delle sue capacità satiriche non prive di un aperto cinismo, oggi può forse apparire datato, ma non è così in realtà. Quanto meno, anche se certi aspetti descritti nel romanzo per fortuna sono stati superati nei decenni passati, è un libro fondamentale per capire che cos’è l’America: come si è formata, di cosa sia costituita e di un certo spirito che ancora la anima, basti vedere l’enorme successo elettorale di Donald Trump e, al suo opposto, la coscienza cosiddetta “liberal”.

Ne Il cielo è dei violenti infatti c’è tutto l’individualismo, il moralismo, la religione vista come mezzo di soffocamento della libertà, e in contrapposizione a questa visione, ci sono ragione e scienza come unica possibilità di liberazione. Flannery O’Connor, cattolica senza peli sulla lingua, non si è mai fatta problema di denunciare l’uso e la strumentalizzazione della religione come mezzo di coercizione, ma allo stesso tempo, individua una terza via, quella che solo la fede vissuta come esperienza di carità e amore sa dare. La trama è semplice: Francis Marion Tarwater ha quattro anni e vive con lo zio Rayber, maestro elementare cui è stato affidato dopo la morte della madre, quando viene rapito dal prozio Mason, un fanatico religioso che vive come un eremita nei boschi convinto di essere un profeta.

Alla morte di Mason, Francis, ormai quattordicenne, torna a casa di Rayber con una missione da compiere: deve battezzare ad ogni costo suo figlio Bishop, che a detta del prozio è nato ritardato per “grazia divina”.

Comincia così una guerra senza esclusione di colpi, nella quale Rayber – ligio ai dettami della ragione e della scienza – cerca in ogni modo di riportare Francis alla ragione e alla normalità, mentre nella mente del ragazzo continuano a risuonare gli insegnamenti di Mason, e il richiamo di una fede tanto brutale quanto potente e liberatoria. Ma ecco che la figura del bambino handicappato, Bishop, fa capolino, fa irruzione dimostrando con la sua semplice esistenza pura e incontaminata i limiti delle altre due prese di posizione: Bishop è un bambino down con i capelli bianchi e gli occhi azzurri, che Rayber ha avuto con un’assistente sociale che poi li ha abbandonati. Tarwater non lo sopporta, eppure è colpito dall’attaccamento che il bambino gli manifesta e in una spaventosa gita sul lago finirà per eseguire a modo suo il compito di battezzarlo, per poi fuggire verso il luogo dove abitava un tempo e a cui ha dato fuoco.

Una storia cupissima, senza alcun riscatto, scritta con stile ironico e implacabile e destinata a influenzare scrittori e artisti di ogni parte del mondo. Bishop è la purezza, l’innocenza, la pietra scartata di un mondo violento, ideologico e cupo. Ed è la salvezza, per tutti.

Il cielo è dei violenti, che prende il nome da una citazione evangelica dell’apostolo Matteo (Gesù disse: “dal tempo di Giovanni Battista il cielo è preso d’assalto e i violenti lo rapiscono, lo portano via”) è un crudo romanzo nel quale O’Connor fa calare il lettore in un’atmosfera atroce, quasi folle, quella del contrasto pressoché insanabile tra fede e pensiero razionale.

La scrittrice, in questo che è solo il suo secondo e ultimo romanzo, pubblicato quattro anni prima di morire a soli 39 anni nel 1964 per una grave malattia che l’aveva colpita a 25 anni, non ha mai risparmiato quello che può apparire cinismo e mancanza di pietà verso i bigotti moralisti, violenti e cinici, l’opposto del classico atteggiamento di una persona di fede. Polemica, cruda fino quasi all’insostenibile, ha saputo descrivere quell’ambiente del sud degli States dove era nata e cresciuta e che odiava profondamente (quel “caro vecchio lurido Sud”), la cosiddetta Bible Belt, la regione sud-orientale degli Stati Uniti a maggioranza protestante.

I suoi racconti, l’opera maggiore per chi scrive ancor più di questo romanzo, hanno influenzato centinaia di scrittori, ma anche di cantanti rock: impossibile pensare a dischi come Nebraska di Bruce Springsteen senza la sua influenza, o certe canzoni di Nick Cave, per non dire Johnny Cash. Nessuno come lei ha saputo tirare fuori e a mettere a nudo il male che inabita nel cuore dell’uomo, quasi che a una lettura superficiale, senza sapere la sua storia, non ci si accorge del suo essere cattolica.

Il suo impegno letterario fu un’esplorazione del “territorio del diavolo”, come lo chiamava lei, intendendo quella parte del mondo, di noi stessi, dove scorrazza il male e c’è confusione. Ma a una lettura attenta e priva di pregiudizi, appare evidente la manifestazione di quella Presenza che sempre fa capolino in modo inesorabile: “Tarwater era seduto all’angolo dello scalino, l’espressione torva nascosta nel buio rivolta alla macchina che si allontanava. Non guardò il cielo ma era spiacevolmente consapevole della presenza delle stelle. Sembravano buchi nel suo cranio da cui una luce lontana e immobile lo stava osservando. Era come se fosse solo alla presenza di un occhio immenso e silenzioso”.

Nel suo Diario, aveva scritto: “Ciò che devi accettare adesso è il perdono e io ti dico che questo è la cosa più difficile da accettare e che devi farlo continuamente”, aggiungendo: “Il significato della Redenzione è precisamente che noi non dobbiamo essere la nostra storia e niente è più semplice per me che dirti che tu non sei la tua storia”.

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