FLORENCE/ Meryl Streep e la musica che supera la malattia

- Gianni Foresti

Il film di Stephen Frears, biopic un po’ romanzato, parla di Florence Foster Jenksin, splendidamente interpretata da Meryl Streep

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Una scena del film

“Forse possono dire che non so cantare, ma nessuno può dire che non ho cantato”. Sono le ultime parole di Florence prima di spirare tra le braccia del marito. Bellissimo questo film, Florence (2016) di Stephen Frears, biopic un po’ romanzato, che parla di musica e di una donna, Florence Foster Jenksin, ricchissima ereditiera nata nel 1868 e morta nel 1944. Ammalata di sifilide per 50 anni trova la forza di vivere nella musica, nel canto lirico. Incide un disco a proprie spese in onore dei soldati in guerra. Lo potete ascoltare su YouTube nella versione originale. Le radio americane lo mandarono in onda a manetta e suo malgrado divenne una star… stonata. Anzi stonatissima. Ma lei non lo voleva sapere, viveva nel suo mondo mentre il marito elargiva stecche in dollari per comprarsi i critici musicali.

Direte: una pazza, un’eccentrica, una riccona fuori dalla realtà. Forse, può darsi, non ho letto il libro della sua vita, non spetta a me giudicare. Certo che la sua vita sembra una favola. Americana chiaramente. Florence trapassa la sua malattia con la musica e il canto. È questo che nonostante la sua patologia la tiene in vita.
Florence ė interpretata dalla bravissima Meryl Streep. Per me la più grande attrice degli ultimi 40 anni, sulla cresta dell’onda dal 1978 con Il Cacciatore, tre Oscar, tantissime interpretazioni di varia natura. Non è bella come Sharon Stone, come la Theron, ma le batte tutte. Vestire i panni di Florence poteva non essere difficile, ma lei ci ha messo del suo, poteva essere sconveniente come immagine, ma ne è valsa invece la pena. Ha reso umana e non viziata e neppure oca la figura di una donna ferita fisicamente con il pallino del canto lirico e con la presunzione di essere una brava cantante.

Il marito è nel film il pacione Hugh Grant che, beato lui, non invecchia mai. Le fa da manager e da corruttore di giornalisti. La mette a letto e poi va tutte le sere dalla sua amante, così da vent’anni. Finché arriva al punto di rottura, sentendo prendere in giro Florence per le sue non attitudini canore, riconosce invece un vero affetto che era rimasto sempre sopito per lei.

Florence ha fondato con i suoi dollari il Club Verdi, dove canta ed elargisce cospicui bigliettoni a vari personaggi tra cui Arturo Toscanini. Nella sua non modestia presunzione si esibì nella prestigiosa Carnegie Hall con un pienone pazzesco. La critica questa volta la massacrò senza che il marito riuscisse a coprirla. Morì un mese dopo.

Grandissima Meryl anche nei gorgheggi, negli acuti striduli, nelle stonature. Immedesimata sino in fondo, nell’umanità vera della cantante, con le sue paure e i suoi desideri, le toglie l’alone di macchietta che la circonda. Hugh Grant all’inizio ė il solito bamboccione inamidato nel sorriso e nello sguardo, con il suo freddo aplomb inglese. Ma poi si scioglie nel momento in cui viene toccata Florence e si trasforma in un uomo che sa amare non solo il proprio tornaconto. Grant da attore sottovalutato attraversa bene questa trasformazione.

Bravissimo il pianista di Florence (Simon Helberg) ha un viso e uno sguardo che fa sorridere anche quando non si muove. Non lo scopriamo adesso, basta sintonizzarsi sulla serie tv “The Big Bang Theory”, dove con i capelli a caschetto dei primi Beatles è uno dei mattatori e protagonisti dal 2007. Meriterebbe più spazio sul grande schermo.

Due parole sul regista Stephen Frears. Ha sfondato con The QueenLa Regina (2006), con cui Helen Mirren vinse l’Oscar nel 2007 come attrice protagonista, poi ha inanellato dei buoni film come Philomena (2013), Florence e Vittoria e Abdul (2017). Invecchiando ha girato dei film di buona qualità.

Giudizio finale su Florence. Grande M. Streep, bravissimo il suo pianista, voto positivo alla storia romanzata della soprano convinta di essere un’ugola d’oro. Un film biopic/commedia e allo stesso tempo drammatico, ma non banale. Anzi.


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