FOCUS INFLAZIONE/ Covid e Afghanistan mettono in dubbio le convinzioni Usa

- Giovanni Ricci

Rispetto all’inflazione negli Stati Uniti sembra esserci una strategia basata su una convinzione che non appare più solida come pochi anni fa

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Jerome Powell (Lapresse)

Per il dato inflattivo Usa che verrà pubblicato domani e riferentesi a settembre 2021 in tendenziale sull’anno si stima un tasso del 5,7-5,8% con valore minimo non sotto al 5,5%. Probabilmente il consensus del mercato e della Fed è per i valori 5,3-5,4% (ci si riferisce ovviamente al dato complessivo). La differenza quali-quantitativa di questa analisi è dovuta essenzialmente al prezzo del petrolio, che in settembre portandosi per il mese in media sopra i 70 dollari al barile Wti, fa da spinta al differenziale dei prezzi. L’ulteriore motivo è che si crede che le aspettative degli operatori di mercato stiano diventando a mano a mano e a poco a poco sempre più nervose e reattive, la qual cosa dipende dai fatti reali economici come si stanno svolgendo e poco più dietro di quelli geo-strategici.

La lettura dei colli di bottiglia transitori sulla supply chain complessiva ha significato proprio dalla loro effettiva essenza; in parole povere, si può sostenere che una strozzatura resti tale se dopo sei mesi ancora non si è operato in alcun modo per sbrogliarla?

Ricordiamo a titolo di esempio l’incaglio dell’immensa nave cargo nel Canale di Suez; un fatto del genere è l’esempio perfetto di strozzatura a collo di bottiglia per i fattori dell’offerta, e tanto è vero questo con la circolazione bloccata al Canale di Suez, che in capo a 2 settimane è stata disincagliata la nave e posto termine al collo di bottiglia. Quindi, nessuna influenza permanente sui prezzi ma solamente turbolenze transitorie; a questo punto, la differenza tra strozzatura dell’offerta e collo di bottiglia diventa più chiara: il collo di bottiglia lo elimini più o meno rapidamente, ma comunque in tempi brevi, mentre la strozzatura su un punto della catena dell’offerta può diventare sistemica se non si riesce a risolvere.

È probabile che nei rumors e nei quotidiani incontri di affari borsistici finanziari la lettura condivisa di tutti gli operatori direttamente interessati e no ai singoli affari è che sia tutto un problema di coordinazione, la quale potrebbe a sua volta generare problemi; però, se c’è accordo condiviso su questioni del genere che riguardano un’indeterminata numerosità di fattori dell’offerta si può essere tranquillizzati dalla transitorietà dei problemi.

Solamente che il mondo che stiamo vivendo attualmente è entrato in fermento e c’è una spinta al cambiamento soprattutto per l’azione più o meno coordinata di Cina e Russia contro l’egemonia americana e l’ulteriore corollario di fondo è la inesistenza politica della Unione europea; allora, da tale punto di vista, gli americani e noi mondo tutto non possiamo più credere che a Wall Sreet e alla Fed si arrivi alle decisioni finali e coordinate per il mondo intero. Non è più così, e purtroppo la ritirata e nel modo in cui è avvenuta dall’Afghanistan è il simbolo di questo cambiamento.

Morale della favola: il mondo non è più globalizzato e meglio sarebbe di dire globalizzante come fino a 6-7 anni fa; è un mondo diverso più vasto e più nervoso del globalizzato, e l’inflazione che sta diventando più alta e più bizzosa ne è un perfetto radar. Ma a differenza di rappresentazioni mainstream che tendono a dare l’idea della Cina come attore principale insieme agli Stati Uniti per la soluzione dei problemi economici, io al contrario credo che sia la Russia a essere l’altro attore principale per dare il la iniziale alla soluzione dei troppi e tanti problemi di un mondo post-Covid. E i dossier sono quelli sollevati dallo stesso Presidente Biden: armi nucleari, armi iper cinetiche e petrolio.

Solo un nuovo accordo sistemico Usa-Russia porterà a una nuova discesa sistemica del tasso inflattivo, o detto in maniera più precisa: a un nuovo mondo ancora con la coordinazione operativa affidata agli americani e a tutte le loro “agenzie”: Fed, Wall Sreet, Cia, ecc.; la Russia non avrebbe le capacità di poter intervenire in tali ambiti, che di fatto vanno lasciati alla gestione operativa degli americani, una volta che i dossier geo-strategici di fondo siano stati condivisi dalle uniche due reali superpotenze. Dietro, e di molti gradini, sta l’importanza economica della Cina e dell’Unione europea: è il secondo livello geo strategico ed economico.

Per i motivi di cui sopra, sono troppe le variabili che stanno diventando e ritornando di nuovo a essere veramente esogene, e queste hanno un potere forte sulle aspettative, le quali a loro volta nella moderna impostazione macroeconomica sono il motore vero, finale e definente dell’inflazione.

Perciò, come tantissime volte ho sostenuto con forza, il valore del petrolio come proxy più robusta dell’intero fenomeno inflattivo (il big kahuna) è dovuto anche e soprattutto al fatto che al momento attuale è la più importante variabile esogena, sia per il fatto proprio, sia se “disturbata” dal movimento di altre variazioni.

Un esempio occorre meglio a comprendere le cose: è stato detto anche altre volte che se facciamo 100 l’utilizzo di energia mondiale, il petrolio vale 35 circa, ma in più per circa 16/17 non è sostituibile nemmeno in capo a 5 anni con tutti gli altri idrocarburi (gas, metano) e il carbone; ve lo immaginate se tutto il parco mondiale di autovetture dovesse dall’oggi al domani fare il pieno di gas e/o di metano? Per non parlare poi degli aerei e anche delle navi; insomma, il petrolio è in grado di portare a chiusure che fanno impallidire quelle che abbiamo sperimentato col Covid.

Al contrario, dall’oggi al domani il petrolio è in grado di sostituire gas e carbone, solamente che da un utilizzo del genere questa risorsa in 20-25 anni terminerebbe (alle riserve sfruttabili con l’attuale tecnologia). Questo è uno dei motivi principali che fanno stare ancora tranquilla la Fed a proposito dell’inflazione, e cioè che il valore limite minimo per iniziarsi a preoccuparsi sul serio di essa siano gli 80 dollari al barile Wti; ma di fatto, visto che anche i primi giorni di ottobre hanno già visto toccare di sfuggita gli 80 dollari al barile Eti e precisamente nella giornata di venerdì 8 ottobre, si può già da ora affermare che tende a diventare più probabile per il mese di ottobre un’inflazione al 6,3-6,5% che il contrario: pertanto, attendiamo lo svolgersi del mese per questo aspetto (pubblicazione dato in novembre).

In definitiva, a mio parere, l’inflazione a livello mondiale ha iniziato i primi passi per tornare a essere meno gestibile e inquadrabile a causa prima del Covid-19 e poi in maniera più ampia e importante, per altri versi, per l’affaire Afghanistan; e, chicca delle chicche, se si indugia qualche altro mese in più a iniziare un serio tapering si può andare incontro all’appariscente e contraddittorio fatto che con un tapering robusto esploda un’inflazione moderata intorno al 10% (si cercherà poi in separato intervento di illustrare le argomentazioni macroeconomiche di quest’ultima affermazione).

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