FOCUS INFLAZIONE/ Petrolio e Russia, le chiavi degli Usa per sperare in un ribasso

- Giovanni Ricci

L’inflazione negli Stati Uniti è salita ancora e diventa cruciale a questo punto bloccare la dinamica rialzista del prezzo del petrolio

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Vladimir Putin e Joe Biden (LaPresse)

Nel pomeriggio del 12 gennaio scorso sono stati pubblicati i dati relativi all’inflazione generale e core dei beni al consumo degli Stati Uniti, e riferentesi a dicembre 2021 in tendenziale sull’anno. Abbiamo pertanto 5,5% per l’inflazione core e 7% per quella complessiva del paniere dei beni; il consensus di Wall Street aveva come aspettativa il 7% per l’inflazione complessiva e il 5,4% per quella core. Invece, chi scrive aveva previsto il 7,1-7,2% con intervallo minimo al 6,8% avendo così una minima sovrastima pari allo 0,1%. Comunque, quello che si impone è il dato in se stesso: 7%, valore che tocca arrivare al 1982 per ritrovare, e da questa iniziale prolusione di dati i temi che verranno analizzati e illustrati sono epocali e fondamentali per gli scenari prossimi.

In prima battuta, in linea con l’impostazione che vado presentando da mesi, reputo che le cause del fenomeno inflattivo attuale siano fattori di offerta che hanno cause al momento esogene; a mio parere, il grande protagonista indiscusso è la dinamica di prezzo del petrolio, conteggiato qui come dollari per barile WTI, che è sostanzialmente scatenata dal confronto geostrategico tra Stati Uniti e Russia. Su questo ordito di fondo si sviluppano e si avviluppano altre cause esogene dei fattori di offerta, secondarie ma assolutamente importanti, e parliamo dunque della gestione del Covid-19 e del suo impatto su filiere di trasporto e produttive, e sui suoi effetti sull’offerta lavorativa; si inserisce in questo secondo livello la guerra economica con la Cina, fatta di componenti produttive, logistiche, di organizzazione del lavoro, di accordo in seno alla Wto.

Ma in una girandola perversa di cause e di effetti, tipica dei grandi incendi quando non si sa più dove essere affascinati e intimoriti dalla potenza delle fiamme, un’immagine iconica di estrema potenza è il confronto tra i tassi di interesse del 1982 e quelli attuali: 11 a 0! Molte testate giornalistiche specializzate hanno sottolineato questa distorsione profonda delle cose, o se vogliamo con un’espressione più laica questa realtà estremamente diversa e identica dei fatti. Per inciso e per dovere di cronaca, va rimarcato che in Russia in questi giorni, con un tasso d’inflazione praticamente uguale all’8%, i tassi di interesse della Banca centrale russa sono pari al 7,5%.

È evidente che già solo da queste esposizioni di dati diversi tra loro si percepisce l’estrema fase di tensione e crisi che oramai fa parte del contenuto delle cose; ciò mi serve a esporre di nuovo un mio grande convincimento: il tutto si è originato in maniera drammatica con la diffusione del Covid-19 a inizi 2020, poi, grazie a questo grande e potente fattore di fratturazione della crosta degli equilibri mondiali, politici finanziari ed economici, sono venute fuori dinamiche inattese e più letali e drammatiche, la prima di tutte il confronto-scontro attuale tra Russia e Stati Uniti.

Ma un’altra immagine iconica da me già evidenziata e illustrata in interventi precedenti assume ora il sapore di qualcosa di molto più periglioso: a dirsi cioè il reale significato della mole dei debiti pubblici sull’attuale dinamica inflazionistica, ci si riferisce in questa analisi sempre alla focalizzazione sugli Stati Uniti.

Una premessa va posta ed è la seguente: molti operatori ed economisti si sentono tranquillizzati che nella logica delle cose stesse l’inflazione attuale ha le gambe corte perché il potentissimo fattore di autopropulsione degli anni ’70 è nei fatti non operante, ci riferiamo cioè alle dinamiche salariali guidate da sindacati forti compatti e ideologicizzati. Questa osservazione personalmente non credo risolva il problema, in quanto negli anni ’70 erano sconosciuti i volumi assoluti di risparmio privato e di debiti pubblici presenti attualmente negli Stati Uniti e nel mondo; in più chiare lettere, se mancherà una vera forza di autopropulsione salariale, l’inflazione verrà spinta in avanti e gonfiata dalla smobilizzazione sui mercati obbligazionari di ingenti quantità di risparmio che verranno convertite a consumo e che metteranno bene in chiaro una cosa: il livello dei tassi zero delle banche centrali e di yield curve bassissime e appiattite è oramai una pericolosa chimera. A ciò si deve aggiungere che l’orizzonte progettuale di transizione green, sebbene al momento privo di impatto reale sulle dinamiche odierne dei prezzi, dà agli operatori l’immagine di profonda nuvolaglia scura per il futuro.

Ma torniamo ora all’impietosa forza dei numeri: il passivo attuale della Fed è pari a circa 8.800 miliardi di dollari netti, mentre il lordo si aggira a 10.500 miliardi circa e questo perché parte della base monetaria emessa è momentaneamente rientrata per operazioni tipiche dei sistemi di liquidità di pronti contro termine e intraday funzionali; è chiaro che il passivo degli 8.800 miliardi della Fed ha come attivo la detenzione dei titoli del debito pubblico statunitense scandagliati su tutto l’orizzonte della yield curve, in sostanza dai Treasury a 2 anni fino ai trentennali; ma qui quello che va sottolineato è che l’intero debito pubblico degli Stati Uniti è pari a circa 34.000 miliardi di dollari; ora, tolta la quota detenuta dalla Fed, il resto di 26.000 miliardi chi lo possiede?

Lo possiede il resto del mondo con la Cina in testa – si parla addirittura di 3.000 miliardi di dollari (valori paragonabili a quelli della stessa Fed). Ma una quota parte di questo immenso debito è posseduto dalle famiglie statunitensi, e anche non conoscendo il dato di possesso ma stimandolo in maniera verosimile, si può dedurre che le famiglie americane abbiano in portafoglio titoli del debito pubblico del loro Paese per circa 8.000-10.000 miliardi di dollari (è l’ipotesi minima, la più verosimile che pareggia gli importi a quelli della Fed, e che dà il debito pubblico degli Stati Uniti in proprietà della nazione intera per più del 50%).

Ed è qui che si possono vedere in modo plastico i problemi attuali, segnalati dalla pericolosa distorsione di tassi di interesse ufficiali pari a zero con inflazione al 7%; cioè, dinamiche o non dinamiche salariali, se il cittadino americano medio avrà bisogno di liquidità potrà contare su un ammontare gigantesco in valori assoluti di debito pubblico detenuto, e questa operazione farà muovere verso l’alto in maniera sensibile i tassi di interesse. La Fed a quel punto seguirà solamente la curva, con in più la perdita di credibilità; è purtroppo lo stato dell’arte: lo strumento reale che ha in mano la Fed al momento attuale per affrontare l’inflazione è l’innalzamento dei tassi, anche scomodo e drammatico; restano come strumenti di secondo intervento la fine del tapering per placare gli eccessi isterici su mercati finanziari di fatto un po’ scollegati al momento dall’economia produttiva e quotidiana, e la selettività degli interventi di liquidità, sia per mitigare, per quello che si può, un’inflazione da costi esogeni, sia per non acuire tensioni sociali.

Resta sullo sfondo l’arma atomica ventilata da Powell e stranamente andata in sordina nei commenti di tanti e vari operatori, borsistici e giornalistici; parliamo cioè della riduzione assoluta del passivo della Fed da quest’estate in avanti; arma molto più potente delle manovre sui tassi di interesse, e che non a caso ha influenze gigantesche e dirette sui tassi; nonché arma formalmente in mano alla Fed, ma che io credo sia sostanzialmente appannaggio del Presidente degli Usa Biden con l’ulteriore vincolo di un’approvazione esplicita del Congresso. In più chiare lettere, io credo che la Fed abbia possibilità di ridurre il passivo fino a 7.000 miliardi di dollari netti, poi il suo potere sostanziale termina, anche se formalmente resta sempre essa la titolare di tali interventi.

E qui va fatto il punto su un’altra questione cruciale: l’inflazione può essere gestita dalle sole autorità monetarie fino a valori di circa il 9%, perché da questo punto in avanti per risolvere i problemi ci vuole la politica fiscale e di bilancio pubblico, a dirsi esecutivo e legislativo. Se poi l’inflazione, anche azzerando saldi di spesa in deficit, non ne vuole sapere di piegare la testa, abbisognano impegnative politiche regolamentari, di politica industriale, di politica della salute pubblica e sindacale.

Insomma, a parere dello scrivente la soluzione reale dell’attuale ondata inflazionistica passa da un vero e condiviso accordo strategico e politico tra Russia e Stati Uniti; questo è il punto centrale dell’attuale contrasto all’inflazione: bloccare la dinamica rialzista del prezzo del petrolio.

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