FORMAZIONE & LAVORO/ Le “scuole in azienda” e i passi per avere ITP adeguati

- Giorgio Spanevello

Gli Insegnanti Tecnico Pratici hanno un ruolo importante, ma spesso non hanno le giuste competenze per la formazione dei giovani

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Prima delle innumerevoli riforme che hanno interessato negli ultimi trent’anni l’istruzione tecnico professionale nel nostro Paese, venivano chiamati “maestri d’officina” e hanno costituito un’impostante e insostituibile risorsa nella formazione dei giovani: sono gli Insegnanti Tecnico Pratici o con la sigla che li distingue ITP.

Negli anni il loro ruolo si è evoluto passando da una professionalità legata al singolo laboratorio dove gestivano da soli intere classi di studenti durante l’attività pratica a un ruolo di “compresenza” con un insegnante laureato di teoria nel tentativo, mai completamente riuscito, se non in casi sporadici, di mettere in atto un’interazione di competenze teoriche e applicative auspicato, sulla carta, ma di difficile realizzazione.

Il ruolo e l’importanza dell’ITP non sono comunque cambiati nel corso degli anni, continuando gli stessi a essere elementi di fondamentale importanza nel trasferimento di competenze tecniche e professionali, in ambiente protetto (il laboratorio). Proprio per questo motivo, in un momento nel quale l’evolversi rapidissimo dello sviluppo tecnologico legato alle produzioni industriali, diventa improrogabile ripensare alla figura dell’ITP, slegandola da vincoli organizzativi e contrattuali ormai superati e rendendola flessibile e direttamente collegata alle realtà produttive.

Non possiamo nasconderci infatti che, soprattutto negli ultimi anni con la rivoluzione legata all’industria 4.0, il livello di aggiornamento tecnologico degli istituti tecnici e professionali è andato via, via sempre più staccandosi dalle innovazioni, rimanendo legato al trasferimento di solide competenze di base, ma con applicazioni molto spesso obsolete.

Il problema generale è sicuramente da ascrivere all’organizzazione rigida e “immutabile” della scuola italiana. Due elementi per tutti.

Il primo è legato a un’assegnazione delle cattedre basata su rigide graduatorie legate ai titoli e all’anzianità di servizio. In di ciò conseguenza il sistema costringe a organizzare gli insegnamenti in classi di concorso molto ampie che comporterebbero competenze poliedriche da parte dell’ITP. L’esempio del perito agrario inserito nella classe di concorso di meccanica è eclatante. Come potrà mai chi non ha mai visto in vita sua una macchina utensile insegnare alle nuove generazioni competenze che lui stesso non possiede? Eppure, nella scuola italiana accade frequentemente che, con pieno diritto, vengano assegnati posti di ITP a chi non ha le competenze proprie del ruolo.

Il secondo è più generale ed è collegato alla “non obbligatorietà” dell’aggiornamento professionale dei docenti italiani. Già il fatto che chi insegna non abbia obbligo, se non morale e professionale, di aggiornarsi per mantenere efficace il proprio operare nei confronti dei discenti ha dell’incredibile se paragonato a tutte le altre professioni, nel caso degli ITP che devono preparare gli allievi su temi in continua evoluzione, diventa un problema sostanziale.

Come ripensare allora la figura e il ruolo dell’Insegnante Tecnico Pratico?

A volte le soluzioni di problemi immensi sono a portata di mano e non è necessario pensare a rivoluzioni per arrivare a migliorare la situazione, ma è sufficiente solo guardare alle esperienze degli altri con mente aperta e senza condizionamenti ideologici. Se si guarda alle esperienze dei Paesi del nord Europa, si può vedere che, ad esempio, il reclutamento degli Insegnati Tecnico Pratici avviene con contratti legati alla professionalità e alle competenze specifiche dell’insegnante, che quasi sempre proviene dal mondo del lavoro. In questo anche in Italia l’esperienza positiva degli ITS sta dando risultati molto positivi.

In Austria e Germania l’Insegnante Tecnico Pratico deve obbligatoriamente trascorrere ogni paio d’anni un periodo di qualche mese in azienda (nel quale evidentemente è esonerato dall’insegnamento) per aggiornare le proprie competenze.

In tutto questo appare evidente che deve essere ripensata totalmente la collaborazione e l’interazione tra scuola e impresa prevedendo e organizzando delle vere e proprie “scuole in azienda” senza per questo alimentare allarmismi di “assoggettamento” della cultura al mondo industriale e mantenendo quindi autonomia e indipendenza proprie dei sistemi formativi.

Un’ esperienza che può essere illuminante in questo senso si può osservare presso l’impianto produttivo VOLVO di Torslanda (sobborgo di Göteborg in Svezia), una specie di città dove si producono con metodi straordinariamente innovativi tutte le vetture della casa svedese (che ora è di proprietà cinese). 

L’istituto tecnico più importante della città di Göteborg è inserito fisicamente tra i reparti produttivi della casa automobilistica, pur essendo gestito direttamente dalla municipalità della città. Un sistema integrato che consente non solo di organizzare la formazione dei giovani per tutto il sistema produttivo del territorio, ma anche di aggiornare le competenze, non solo tecniche, dei dipendenti e quindi di elevare il livello culturale dei cittadini.

Esempi di questo tipo potrebbero anche essere di aiuto in un’altra problematica alla quale la scuola tecnica e professionale italiana non riesce a far fronte: l’aggiornamento e la manutenzione delle costose attrezzature di laboratorio.

Il primo passo quindi per una nuova professionalità degli ITP potrà essere quello di slegare i loro contratti dalla rigida organizzazione scolastica e aprire l’attività a esperti del mondo del lavoro. Questo passo unitamente alla creazione di vere e proprie “scuole in azienda” potrà essere la soluzione per chiudere il “gap” tecnologico e ridare professionalità agli Insegnati Tecnico Pratici. 

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