Francesco Cossiga, chi è e come è morto/ L’anti-Quirinale, le BR e il caso Moro

- Niccolò Magnani

Chi era Francesco Cossiga, per cosa è morto e perché viene ricordato come il Presidente della Repubblica più “anomalo”: l’anti-Quirinale, le BR, il caso Moro e Tangentopoli

Cossiga
Francesco Cossiga (LaPresse)

CHI ERA FRANCESCO COSSIGA

Francesco Cossiga è stato l’ottavo Presidente della Repubblica italiana, ma forse davvero l’unico che è riuscito ad uscire fuori dai normali “contorni” di tradizione, retorica e “liturgie” quirinalizie.

Sardo di origine e tradizioni (mai rinnegate, anzi portate avanti con cordogliò), membro della Democrazia Cristiana, Cossiga sarà ricordato nello Speciale Quirinale di questa sera in onda su Canale 5 nel programma “Viaggio nella grande bellezza” con Cesare Bocci. Nei giorni fitti di trame per le elezioni del nuovo Presidente della Repubblica, la memoria di uno dei Capi di Stato più “anomali” e “fuori dagli schemi” che l’Italia abbia mai avuto interroga tutti sul possibile prossimo nuovo inquilino del Quirinale. Di certo il Presidente più di “destra” rispetto agli altri 12, ma anche quello più schietto, più avversato e odiato dagli avversari, come amato e preso di ispirazione per la tradizione liberale, conservatrice e cristiana della politica. Morto per un infarto e complicazioni respiratorie ormai 22 anni fa (era il 9 agosto 2010), l’aurea di grandezza e importanza del ‘Presidente con la K’ (come lo “chiamavano” gli odiatori avversari assimilandolo ad un pericoloso neo-fascista) arriva fino ai nostri giorni.

DAGLI INTERNI AL QUIRINALE, IL PRESIDENTE PIÙ ANOMALO…

Anomalo fin dalla sua elezione fu Francesco Cossiga: “discepolo” politico di Aldo Moro – fu lui, più di tutti nella Dc, a cercare la via del dialogo con le Brigate Rosse nel 1978 quando venne rapito il Presidente della Democrazia Cristiana – l’ottavo Capo di Stato venne eletto nel 1985 con quasi tre quarti del Parlamento fin nelle prossime votazioni. Per lui votarono anche i grandi elettori della Sinistra indipendente, per dire quanto fosse abile politicamente e rispettato nel suo ruolo di rappresentate delle istituzioni (al di là delle “fedi” politiche): Cossiga fu un grande testimone dell’Italia repubblicana uscita dalle macerie della Guerra e delle dittature, della Guerra Fredda e di tutti i conflitti che videro l’Italia al centro della scena mondiale fino al terrorismo islamico di inizio Duemila. In molti cercarono di farlo passare per “pazzo” per quello stile spiazzante e la retorica schietta, da sassarese testardo ma con l’eloquio forbito: lui respinse tutti gli attacchi, pur molte volte optando per scelte contro la propria parte politica (in piena Tangentopoli, nella Guerra nei Balcani eccetera…). Venne dilaniato dal periodo delle Brigate Rosse, come ricorda splendidamente Davide Giacalone nel “focus” su Francesco Cossiga: «Fu la pretesa delle Brigate Rosse, in armoniosa operatività con servizi segreti comunisti, di divenire soggetto politicamente, direi statualmente riconosciuto. Non poteva e non doveva essere concesso nulla, a qualsiasi costo. In quella situazione Cossiga si trovò in una situazione insostenibile: figlio politico del condannato a morte, tutore della nostra affidabilità occidentale, coordinatore di uno Stato che gli assassini chiamavano di “polizia”, ma, in realtà, scassato e infiltrato». Ministero degli Interni e poi Presidente della Repubblica, l’ultimo prima della dissoluzione dei vecchi partiti con Mani Pulite: memorabile il discorso di fine anno del 1991, quando in soli 3 minuti ruppe la “tradizione del Quirinale” e spiegò perché in fondo, non aveva voglia di dire niente. Non per “pazzia” ma perché voleva evitare di riempire di inutile retorica un momento così solenne. Avrebbe voluto dire tanto, se non molto contro lo scempio che stava avvenendo tra politica, corruzione e magistratura: eppure scelse la linea “pacata”, con uno stile però che lo resero “immortale” tra le stanze del Quirinale. Ecco il passaggio gustoso: «parlare non dicendo, tacendo anzi quello che tacere non si dovrebbe, non sarebbe conforme alla mia dignità di uomo libero, al mio costume di schiettezza, ai miei doveri nei confronti della Nazione. […] Ed allora mi sembra meglio tacere».







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