FRANCIA/ Macron da 314 a 288 deputati: sogna Roosevelt, ma rischia la fine di Greta

- int. Francesco De Remigis

Altri sette deputati lasciano il partito di Macron, che perde così la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento. Intanto i consensi continuano a calare

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Emmanuel Macron (Lapresse)

Il giorno dopo l’annuncio, a due voci con Angela Merkel, del piano da 500 miliardi per ricostruire l’Europa, sul fronte interno Emmanuel Macron incassa un duro colpo politico: altri 7 deputati hanno lasciato La République en Marche (Lrem), il partito del presidente francese, che perde così la maggioranza assoluta di 289 seggi all’Assemblea nazionale. Il nuovo gruppo “Ecologia, democrazia, solidarietà” sarà una formazione indipendente, che non si schiera “né con la maggioranza, né con l’opposizione”. Lrem, che a inizio legislatura aveva 314 i deputati, ora ne ha 288. Che impatto avrà questo sui programmi di Macron, che con l’emergenza Covid-19 sta perdendo progressivamente consensi? Lo abbiamo chiesto a Francesco De Remigis, giornalista, già corrispondente da Parigi per Il Giornale e autore del libro “Gilet gialli. Dalla sfida a Macron alla crisi diplomatica con l’Italia”.

In Francia è nata una nuova formazione costituita da dissidenti di En Marche, che ora non ha più la maggioranza assoluta dei seggi. Un duro colpo per Macron?

Anche il predecessore François Hollande aveva i suoi frondeurs, con cui è riuscito a convivere quattro anni e mezzo prima di annunciare che non si sarebbe ricandidato all’Eliseo. Macron ha un gruppo di veri e propri disertori, scesi dal treno in corsa di En Marche, eppure punta alla rielezione nel 2022. I numeri costringeranno la truppa presidenziale a contare sugli alleati. I centristi Modem e il piccolo movimento di centrodestra Agir, che esprime il ministro della Cultura. Il dato credo sia quindi più politico. L’asse si sposta leggermente.

In che senso?

In un momento in cui il presidente va in tv dicendo al Paese di restare unito, non riesce a tenere intatta neppure la maggioranza che lo ha sostenuto finora. Deve gestire un fronte sanitario ed economico, ma ora pure politico. Un fronte che rappresenta una parte di elettorato anche suo, scontento della mancata svolta di sostenibilità ecologica e di giustizia sociale. In qualche modo dovrà ricapitalizzare il suo “progressismo” dissolto nel centrodestra.

Virata ecologista prima che siano i suoi a mandarlo fuori giri?

Secondo l’ex segretario del Ps, Cambadélis, Macron punterà presto a “un green deal per salvare l’Europa”. E quindi se stesso. La domanda è se sarà in grado di trasformarsi in Roosevelt. E non in Greta, tassando qua e là in nome della rivoluzione verde. Per ora, notava qualche giorno fa un suo ministro, “sostiene l’unità in tutti i discorsi eppure alcuni del gruppo lo abbandonano”.

Chi c’è dietro questa operazione “spina nel fianco”?

L’ex ministro dell’Ambiente, Nicolas Hulot, che aveva sbattuto la porta in faccia a Macron dimettendosi un anno e mezzo fa e ora è in assetto da manovratore. Contando, peraltro, sul favore di molti francesi, mentre Macron scende nel gradimento. Insomma, passare da 314 deputati a 288 in tre anni di mandato presidenziale non è un bel segnale. Senza contare le defezioni nel suo entourage, qualcuno parla di un mini-rimpasto per lanciare una nuova fase.

La gestione del Covid-19, pur non premiando le opposizioni, sta costando cara al presidente francese, che oggi gode solo del 39% dei consensi. Colpa di come è stata affrontata l’emergenza sanitaria o di come ci si prepara all’emergenza economica?

Dopo che il Senato ha respinto il piano per la Fase 2, su cui l’esecutivo ha poi insistito, riaprendo asili e scuole elementari, c’è un curioso “caso” francese. È vero che Macron perde consensi, invece il premier Philippe, l’uomo che ha messo la faccia durante tutta la crisi, è stato presente in Parlamento e in tv e ora cresce nei sondaggi. Il capo dello Stato pare più fragile anche a causa di questo dato. Il rischio è che gli aspetti negativi della pandemia – come il tasto dolente della penuria di mascherine nella Fase 1 – ricadano sull’Eliseo. E ciò che di buono verrà dalle riaperture andrà invece a favore del premier. Un effetto boomerang delicato da gestire.

Come sta uscendo la Francia dal lockdown?

Con azzardi calcolati e almeno dal punto di vista della comunicazione ineccepibili. Dicevo del premier: question time, dibattiti in aula, dirette televisive e conferenze stampa accompagnato dai cinque ministri-chiave in questa fase: Lavoro, Sanità, Scuola, Trasporti e Interno. Il governo non ha mai abbandonato i francesi, non li ha costretti a rispettare norme dove in gioco c’erano interpretazioni arbitrarie. Non li ha confusi.

Sulla scuola, però, c’è stata qualche polemica.

Anche sulla scuola, il piano è stato spiegato punto per punto: facoltativa la ripresa, controllata ma necessaria per permettere al Paese di ripartire. Soprattutto, non è mai stato confuso il governo con lo Stato. Anzi, l’esecutivo in questa fase post-lockdown ha dato non poche responsabilità ai prefetti sulle riaperture, per esempio su spiagge e centri commerciali. Insieme ai sindaci, i veri protagonisti della ripartenza saranno i prefetti, cioè le braccia dello Stato sul territorio, e naturalmente i primi cittadini. Il governo fa il governo, detta la linea. Ma si affida anche a chi vive e conosce le diverse realtà locali lasciando una certa libertà operativa. Questo già dall’11 maggio.

Potrebbero ripartire nuove proteste sociali dopo la stagione dei gilet gialli?

Si è già mosso qualcosa. Settimana scorsa alcuni gilets jaunes sono scesi in piazza con bandiere e cartelli preannunciando una “seconda ondata”. Quella “dell’odio contro questo potere”, cioè Macron. Lunedì, per esempio, nel giorno della riapertura francese, una cinquantina di manifestanti hanno puntato Place de la République e tra loro c’era pure l’ex “amico” di Luigi Di Maio, il gilet giallo Cristophe Chalençon: l’hanno arrestato. Era quello che a febbraio dell’anno scorso voleva istigare i militari contro l’Eliseo. Ma altri moderati, per così dire, anche senza bandiere, si stanno organizzando per farsi sentire.

Che fine hanno fatto le grandi riforme annunciate da Macron?

Sospese. Quella delle pensioni, per esempio, è stata accantonata a causa del Covid. Ed è tornato centrale il tema delle disuguaglianze. Durante il confinement (lockdown) è emerso in tutta la sua gravità. La fase riformista di Macron potrebbe ripartire da qui. Per ora c’è un uomo, Jean Castex, che sta gestendo le riaperture. Tutto passa da lui e altre 10 persone, senza task force. Una dozzina tra medici, economisti e specialisti della logistica. E un politico di rango, che gode del rispetto bipartisan. Nessun manager.

Macron e Merkel hanno siglato un accordo per un piano da 500 miliardi per ricostruire l’Europa. Qual è l’obiettivo di Macron?

Pare per la prima volta davvero fragile, specie in casa. Per imbracciare lo scettro del leader guarda quindi alla Ue. In molti per l’accordo con Merkel hanno storto il naso in sede europea, soprattutto per una sorta di mutualizzazione del debito. Credo che Macron abbia, come tutti i Paesi colpiti dal coronavirus, semplicemente bisogno di liquidità per far ripartire l’economia. Lo stile franco-tedesco riempie il vuoto della governance europea.

Il rilancio dell’asse franco-tedesco può segnare anche una riscossa del presidente francese sul fronte interno?

Per ora mi sembra che possa fare un favore alla maggioranza italiana di governo. Quando hai Pd e Cinquestelle divisi su più fronti, il piano Macron-Merkel politicamente può far comodo al premier Conte, sbarazzandosi del Mes ed evitando altre discussioni tra i due principali azionisti dell’esecutivo. Quanto a Macron, siamo al pressing in una fase in cui bisogna pagare la cassa integrazione, ma guardando anche al dopo. In Francia sono stati più celeri nell’immettere liquidità sui conti correnti delle imprese. Ma i soldi prima o poi anche a Parigi faranno comodo per il rilancio.

(Marco Tedesco)

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