GAS DALL’ALGERIA/ “L’accordo non basta, l’Italia in inverno si prepari al peggio”

- int. Davide Tabarelli

L’Italia ha siglato un nuovo accordo con l’Algeria per le forniture di gas. Il rischio di restare senza energia in inverno non è però scongiurato

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Mario Draghi in Algeria con il presidente Abdelmadjid Tebboune (LaPresse)

Con il nuovo accordo siglato con l’Algeria, l’Italia fa un altro passo da 4 miliardi di metri cubi per cercare di rendersi indipendente dal gas russo. Un compito non facile, soprattutto se nel frattempo le forniture da Mosca verso l’Europa continueranno a essere tagliate come avvenuto nelle scorse settimane.

In questo senso Bruxelles si prepara a presentare domani un piano d’emergenza per superare l’inverno in caso di totale azzeramento dei flussi di Gazprom. Stando alle prime bozze trapelate, un ruolo importante dovrebbe averlo un meccanismo di solidarietà tra gli Stati membri, per fare in modo che chi dispone di maggiori stoccaggi possa andare in aiuto di un Paese in difficoltà. Abbiamo fatto il punto della situazione con Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia.

L’Italia si è garantita altri 4 miliardi di metri cubi di gas dall’Algeria. Come cambia la situazione del nostro Paese in vista dell’inverno?

Questo accordo, come altri che l’hanno preceduto nei mesi scorsi, è certamente positivo – anche per l’Algeria che, visto che i prezzi sono dieci volte quelli di un anno fa, ha tutto l’interesse a venderci più gas -; tuttavia, non basta a risolvere il problema di come superare l’inverno in caso di un ammanco totale o comunque importante delle forniture russe. 

Se non ci fosse un ammanco totale delle forniture russe potremmo avere un problema non relativo alla quantità di gas, ma al suo prezzo?

No, ormai non è più una questione di prezzo, visto che nell’arco di un anno è decuplicato, ma di quantità. Possiamo anche pagare di più, ma il vero problema è che il volume complessivo di gas proveniente dalla Russia non può essere sostituito questo inverno. Il rischio resta quindi quello di una mancanza fisica di gas.

Stefano Besseghini, Presidente di Arera, l’Authority del settore energetico, in un’intervista a Repubblica ha detto che se l’Italia non riuscirà a riempire le riserve entro l’autunno, “passeremo un inverno un po’ più al freddo, bisognerà intervenire con qualche distacco nelle forniture all’industria. Ma sono difficoltà gestibili”. È così?

Certo, rispetto a una guerra, non sarà una tragedia se qualcuno rimarrà al freddo o al buio questo inverno. L’emergenza sarà, quindi, certamente gestibile, ma il fatto di non parlarne, di non prepararsi all’ipotesi peggiore, che poi magari non si verificherà, mi sembra un po’ assurdo. È chiaro che non bisogna diffondere il panico, ma occorre anche evitare di essere troppo superficiali.

Cosa vuol dire prepararsi all’ipotesi peggiore? Sapere già, per esempio, quali saranno le aziende da staccare?

Esatto. Vuol dire contemplare l’ipotesi per cui a gennaio e febbraio per alcuni giorni non ci sarà gas per tutti e quindi decidere a chi tagliarlo per primo, come procedere in caso di ammanco. Ovviamente sperando che poi non ce ne sia effettivamente bisogno.

E per i cittadini cosa significa prepararsi? Sapere che dovranno abbassare di un grado il riscaldamento in casa?

Può anche essere questo, ma gli italiani hanno visto già le bollette raddoppiare nei mesi scorsi, quindi saranno già certamente più accorti nei consumi. Io suggerisco di prepararsi anche al peggio, a veri e propri ammanchi per alcune ore in alcuni giorni del prossimo inverno, ricorrendo quindi a stufe a legna, a pellet o a gpl.

Secondo la Banca d’Italia, uno stop totale delle forniture di gas russo potrebbe portare a un calo del Pil del 2% l’anno prossimo. Cosa ne pensa?

I calcoli della Banca d’Italia sono certamente affidabili. In Germania ad aprile erano state sviluppate previsioni con impatti molto più forti per l’economia tedesca, ma c’era anche chi vedeva comunque un Pil positivo nonostante un rallentamento: dipende dalle ipotesi che vengono prese in considerazione. Al momento l’ipotesi di chiusura totale di forniture dalla Russia rimane quella più improbabile, più estrema.

Forse si capirà qualcosa di più dopo il 21 luglio, quando finirà il periodo di chiusura per manutenzione del Nord Stream 1.

Esatto. Vedremo lì cosa intende fare la Russia.

Si possono mettere in campo alternative come il carbone per la produzione di energia elettrica?

In Italia abbiamo chiuso molte centrali, c’è molta reticenza a parlare di questo tema per non urtare i 5 Stelle o gli ambientalisti che sono presenti in tutti i Governi europei, anche a livello di Commissione. Aspettiamo di vedere il piano di emergenza di Bruxelles, che qualcosa probabilmente dirà sul carbone. Il fatto di dover essere imbarazzati a parlarne, tuttavia, è assurdo. Non dobbiamo comunque dimenticare che usando il carbone potremmo risparmiare 2-3 miliardi di metri cubi di gas l’anno, ma dalla Russia ne prendevamo 29.

Sembra che l’Europa punterà anche sulla solidarietà energetica: è una via realmente percorribile?

Lo scopriremo questo inverno se diventeranno difficili le condizioni di approvvigionamento. Posso dire, però, che già adesso questa solidarietà è sotto pressione. Per esempio, l’Olanda dovrebbe aumentare la produzione di gas dal giacimento di Groningen, il più grande d’Europa, invece di volerlo chiudere. La Germania, invece, dovrebbe ritardare lo spegnimento delle sue centrali nucleari. In buona sostanza, il sistema andrebbe ottimizzato, solo che la politica ambientale che domina nei Governi europei non sembra lasciare spazio a una vera solidarietà. Alla fine, quindi, si parla di cose un po’ fumose, come l’efficienza energetica, qualche grado in meno per i riscaldamenti o l’aumento delle rinnovabili: tutte cose belle, ma poco concrete. Anche in Italia si parla con fatica di carbone. Di aumentare la produzione nazionale di gas, invece, non ne se parla proprio.

C’è il rischio che una sorta di ideologia green dimentichi la realtà…

L’Europa è dominata dalle politiche ambientali attuate per raggiungere gli obiettivi di Parigi sulla riduzione della CO2, così da evitare una catastrofe climatica. Il problema è che in una catastrofe di breve termine ci siamo finiti dentro adesso e dobbiamo sperare che non peggiori questo inverno. Ci siamo, quindi, distratti: abbiamo fatto troppa politica ambientale e poca per migliorare la sicurezza degli approvvigionamenti e ci siamo ritrovati con un sistema molto esposto alle interruzioni delle forniture. Ora sembra che non siamo capaci di intervenire per evitare il peggio.

(Lorenzo Torrisi)

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