IL CASO/ Il caos del Nord Africa “merito” di Wikileaks? La sinistra ci crede…

- Luigi Santambrogio

L’ultima di Julian Assange, capo di Wikileaks? Le rivolte in Nord Africa sono avvenute grazie alle sue rivelazioni. E la sinistra ci crede. Ma a chi giova? Ne parla LUIGI SANTAMBROGIO

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Julian Assange, capo di Wikileaks (Ansa)

Sapete chi c’è dietro i ribelli anti Gheddafi della Libia, gli insorti della Tunisia, i manifestanti di piazza Tahir al Cairo? Al Qaeda e i tagliagola di Bin Laden? Ma no. I Fratelli musulmani e gli integralisti del Corano? Acqua, acqua. La voglia di libertà e giustizia di popoli oppressi per anni da dittatori e rais? Forse, ma ancora non ci siete. Ok, basta indovinelli: lo spirito della rivoluzione che infiamma il Nord Africa si chiama Wikileaks, il sito fondato da Julian Assange, l’hacker che i potenti del mondo vorrebbero rinchiudere in una cella e buttare la chiave per sempre.
Lo dicono La Repubblica e l’Espresso, giornali della sinistra perbene e vincente, mica quella clandestina dell’Unità o sfigata e con le pezze al culo di Manifesto e Liberazione. La sinistra degli onesti, dei post-it gialli e del popolo viola, quella che non le manda a scrivere e non guarda in faccia nessuno perché  punta dritta alle parti basse (delle ragazzotte che affollano la tavernetta di Arcore e la piscina di Villa Certosa). E che oggi hanno una nuova super star da adorare: Assange, l’uomo che i suoi files segreti ha fatto tremare i governi di mezzo mondo e che è attualmente agli arresti domiciliari (è accusato di stupro e molestie sessuali) a Norfolk, in Inghilterra. Da lì dialoga e discute, organizza web conference, manda messaggi e appelli, scrive libri e memorie. Per Espresso e Repubblica, mister Julian è diventato una sorta di intoccabile, di totem dell’informazione democratica e martire mondiale della libertà di stampa.
Sono mesi, infatti, che l’Espresso e  lo spione australiano si scambiano affettuosità in cambio di informazioni proibite: decine di cablo sull’Italia, paginate di intercettazioni, documenti, colloqui riservati e report segreti rubati a generali e diplomatici Usa. Con lo scopo di sputtanare il governo Berlusconi e far apparire l’Italia come alleato inaffidabile pasticcione.
In realtà, nel materiale pubblicato da Wikileaks, le informazioni inedite sono scarse e in dosi omeopatiche; in compenso, nei file rivenduti da Assange ai giornali del mondo ci sono tonnellate di chiacchiere raccolte nei party alla ambasciate, barzellette e gossip piccante raccattati agli happy hours dai travet della Casa Bianca. Il che fa di Wikileaks una sorta di Novella Tremila planetaria, la continuazione mediatica e con altri mezzi della guerra delle escort di Silvio. Insomma, un Rubygate in versione yankee.
Vabbè, ad Assange donato non si guarda in bocca, ma anche alle più balle panzane c’è un limite. Nella web conference che l’Espresso ha organizzato per i suoi lettori, l’ex hacker australiano ne spara una talmente grossa da far crepare dalle risa. Assange,nel culmine di un delirio di auto-celebrazione, arriva a dire che pure le rivoluzioni in corso nel Nord Africa sono figlie di Wikileaks: grazie al suo esempio coraggioso, i popoli di Libia, Tunisia e Siria si sono ribellati ai loro tiranni. Da non crederci. E infatti sono soltanto l’Espresso e Repubblica che ci credono.

Il re delle soffiate, lo spifferatore planetario che ha scombussolato gli equilibri della politica mondiale, «mettendo a rischio innumerevoli vite umane», (copyright Casa Bianca e Dipartimento di Stato Usa) resta comunque un mistero. Di lui si è detto di tutto e di più. Un eroe romantico in codice binario. Un esaltato. Un paranoico antisociale ossessionato dall’utopia della trasparenza assoluta. Genio e pazzo. O forse furbissimo ricattatore mediatico. Dilemmi irrisolti. Resta il fatto che il pifferaio magico della trasparenza a oltranza, il campione delle rivelazioni scottanti su internet, soprattutto anti-occidentali, è l’uomo meno trasparente del pianeta. Si presenta come paladino anti-cattivoni (Pentagono, Cia, ecc.) ma raccoglie informazione come una qualsiasi spia o mercenario delle informazioni, con la differenza che alla fine lui pubblica tutto in rete. Un gioco degli specchi che deve far comodo a qualche servizio segreto, mai sfiorato da una sola rivelazione di Assange: come quello russo o cinese. In realtà, quasi tutti i report di Wikileaks si concentrano contro i governi dell’Occidente.
I colpi grossi di Assange arrivano con le rivelazioni sulla guerra in Iraq e Afghanistan. «Queste cosiddette fughe di notizie sono chirurgiche e riguardano sempre l’Occidente. Wikileaks è diventato uno strumento di potere amplificato dai media. Sono tutti sintomi che dimostrano come il sito non sia più in mano a un paladino della verità, ma sotto l’influenza di uno o più apparati di intelligence di grandi potenze», spiega Fabio Ghioni, l’hacker più famoso d’Italia.
Bisognerebbe dirlo a quelli dell’Espresso: dedicano al farloccaro Julian decine di copertine e vorrebbero dargli il premio Pulitzer. Che smacco per l’incazzoso Marco Travaglio: le sue performance arrivano, al massimo, a fare imbufalire lo staff del Cavaliere. È una vita che l’hacker Marco diffonde veline politiche e verbali giudiziari top secret, sforna articoli e confeziona libri per procura delle Procure italiane e, alla fine,  che cosa ci ha guadagnato? Solo qualche editoriale sul Fatto e veloci comparsate ad Annozero di Santoro. A confronto della multinazionale delle balle di Assange, quella di Travaglio è solo una sfiatata macchinetta del fango.



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