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Home » Esteri » Medio Oriente » GAZA E CISGIORDANIA/ Capuozzo: la pace è una finzione, c’è un equilibrio precario che conviene a tutti

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GAZA E CISGIORDANIA/ Capuozzo: la pace è una finzione, c’è un equilibrio precario che conviene a tutti

Int. Toni Capuozzo
Pubblicato 7 Novembre 2025
Palestinesi prendono aiuti da un camion arrivato a Khan Yunis, Striscia di Gaza, 12 ottobre 2025. EPA/HAITHAM IMAD

Palestinesi prendono aiuti da un camion arrivato a Khan Yunis, Striscia di Gaza, 12 ottobre 2025. EPA/HAITHAM IMAD

Paesi arabi, Stati Uniti, Israele, Hamas: nessuno vuole la pace vera a Gaza e in Cisgiordania, perché equivarrebbe ad una sconfitta

Gaza, novembre 2025. Il cessate il fuoco siglato a inizio autunno regge solo sulla carta: nel Sud del Libano si combatte di nuovo, Israele mantiene la pressione militare e l’Autorità nazionale palestinese (ANP) fatica a riprendersi un ruolo politico. Gli Stati Uniti tentano una nuova risoluzione all’ONU per una forza internazionale di stabilizzazione a Gaza, ma i Paesi arabi esitano.


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“È un equilibrio del disordine che conviene a molti”, dice Tony Capuozzo, giornalista e inviato di guerra. E aggiunge: “Dovremmo smettere di pensare alla pace come a un abbraccio tra ex nemici. Lì la pace è una parola di comodo, un modo per non chiamare le cose con il loro nome: un conflitto destinato a durare decenni”.


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Partiamo dal quadro generale. Gli Stati Uniti hanno lanciato una risoluzione per creare una forza di stabilizzazione a Gaza, con il coinvolgimento di Paesi arabi e islamici. È facile o difficile attuarla?

Guardi, la prima difficoltà è pratica: chi ci va, sul terreno? Il “manpower”, come dicono gli americani, non si trova facilmente. La Giordania, che è sempre stata alleata leale di Washington, si è già sfilata. E questo dice tutto. Tutti temono di restare invischiati in una missione impossibile, dove non c’è una vera pace da mantenere. Il piano americano ha la forza di essere stato sottoscritto dai principali Paesi arabi, ma la debolezza di poggiare su una finzione: nessuno vuole davvero la pace. E dico nessuno, né Israele né Hamas, né gli Stati Uniti né l’Autorità palestinese. Tutti traggono un vantaggio dal disequilibrio.


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Cosa intende dire con “nessuno vuole davvero la pace”?

Intendo che ognuno, a modo suo, ha interesse a non cambiare lo stato delle cose. Hamas parla di tregua, ma la sua strategia è sempre quella della guerra permanente contro Israele. Dall’altra parte, i partiti ultraortodossi israeliani chiedono la colonizzazione di Gaza: è chiaro che significherebbe guerra aperta. E poi c’è Netanyahu, che trova nella tensione il modo di restare in sella. Più il Paese è insicuro, più lui diventa “l’uomo della sicurezza”. È un gioco che conosce bene. Dunque sì, la pace in Medio Oriente non è un obiettivo, è un pretesto.

In altre parole, secondo lei, l’attuale equilibrio conviene a tutti?

Esattamente. È un equilibrio instabile ma comodo. Hamas rimanda il suo disarmo a tempo indefinito e mantiene un ruolo politico di fatto. L’ANP sogna di tornare a Gaza ma non ha la forza, né politica né militare. E Israele, finché controlla la situazione senza pagarne il prezzo internazionale, non ha motivo di accelerare. È la logica del “conflitto gestito”: nessuno vince, ma tutti sopravvivono.

Eppure, in questi mesi, Hamas ha dichiarato di voler collaborare con l’ANP nella fase di ricostruzione. È solo tattica?

Sì, è una mossa di sopravvivenza. Hamas sa di non poter tornare a governare apertamente Gaza, ma cerca di restare nell’ombra, di dare la sua “benedizione” all’ANP per non sparire. È il vecchio gioco delle parti: gli americani vorrebbero l’ANP al posto di Hamas, e Hamas dice “va bene, ma solo con il nostro permesso”. È un modo per rimanere in scena. Il problema è che l’Autorità palestinese fatica a imporsi perfino in Cisgiordania. Le incursioni dei coloni e le tensioni durante la raccolta delle olive hanno mostrato quanto sia fragile la sua autorità. Figuriamoci a Gaza.

Abu Mazen, intanto, è stato ricevuto dal Papa e ha incontrato la premier Meloni. Può ancora giocare un ruolo politico reale?

Papa Leone e Abu Mazen
Papa Leone XIV incontra il presidente dell’ANP Abu Mazen in Vaticano (ANSA 2025)

Difficile. Abu Mazen è anziano e circondato da un apparato burocratico logoro. L’ANP gode di più favori all’estero che in patria, perché in patria è percepita come corrotta e impotente. L’illusione di un “autogoverno palestinese” si è spenta da quando Hamas ha preso Gaza con la forza. Oggi l’ANP è un fantasma politico: esiste solo perché serve a qualcuno poter dire che esiste.

Gli americani, secondo fonti diplomatiche, starebbero valutando un presidio temporaneo a Damasco per favorire un patto di sicurezza tra Siria e Israele. È uno scenario realistico?

In parte sì, ma chiamiamolo con il suo nome: non è un accordo di pace, è un patto di non aggressione. La nuova leadership siriana sta cercando di presentarsi in giacca e cravatta al mondo, e Israele ha interesse a ridurre i rischi sul suo confine nord. Israele è diventato una sorta di protettore dei drusi siriani, e questo obbliga Damasco a un atteggiamento più prudente. Ma parlare di “pace” tra Israele e Siria è ancora troppo. È una tregua armata, nulla più.

A proposito di Nord: l’escalation nel Sud del Libano sembra confermare che il cessate il fuoco con Hezbollah è solo teorico. Che sta accadendo, in concreto?

Di fatto il fronte si è riaperto. L’esercito israeliano ha colpito duramente alcune postazioni nel Sud, invitando la popolazione di tre villaggi a evacuare. Hezbollah ha risposto chiedendo al governo libanese di considerare l’attacco “un’offesa all’intero Paese”. Nel mezzo ci sono le forze ONU, i caschi blu – anche italiani – incaricati di vigilare sul disarmo di Hezbollah. Ma con quali strumenti? Israele ha deciso di agire da sola, ovvero “Facciamo noi, visto che l’ONU non lo fa”. Non credo però che il governo libanese voglia farsi trascinare in una guerra aperta. Israele, logorato da tre anni di conflitto a Gaza, non ha interesse ad aprire un secondo fronte su larga scala.

Intanto, i coloni israeliani hanno intensificato le azioni in Cisgiordania, con assalti alla moschea di Al-Aqsa e demolizioni di case palestinesi. Si può parlare di un’annessione di fatto?

Sì, e sarebbe inutile fingere di no. C’è una colonizzazione lenta ma inesorabile, coperta da motivazioni di sicurezza. Chiunque sia stato in Cisgiordania lo sa: posti di blocco ovunque, viaggi di mezz’ora che diventano odissee. A Gaza, almeno, la gente viveva recintata ma relativamente libera. In Cisgiordania, invece, la vita quotidiana è ostaggio dei check-point. E tutto il mondo fa finta di non vedere. Le risoluzioni ONU che chiedono a Israele di ritirarsi dai territori occupati sono diventate pura retorica. In Medio Oriente non contano i principi, contano i rapporti di forza. E oggi i rapporti di forza dicono che Israele può fare ciò che vuole senza temere reali conseguenze diplomatiche.

Dunque, secondo lei, il futuro del Medio Oriente sarà ancora segnato dal “disequilibrio permanente”?

Sì, e le dirò di più: quel disequilibrio è diventato un modello di governo. È il modo in cui si tiene insieme un’area dove nessuno può vincere davvero. Ogni volta che si parla di “piano di pace” o di “nuovo inizio”, bisognerebbe chiedersi: a chi conviene? Finché la risposta sarà “a tutti”, allora vorrà dire che la pace non serve a nessuno.

(Max Ferrario)

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Tags: Benjamin Netanyahu

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