GERMANIA AL VOTO/ AfD, la rabbia “nera” tedesca che abbaia ma non morde

- Edoardo Laudisi

Il partito di destra Alternative für Deutschland non riesce a definire un programma che vada oltre la German-exit e lo stop alle migrazioni

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Alice Weidel (LaPresse)

Quando si chiede dell’AfD (Partito Alternativa per la Germania) a un interlocutore tedesco, si riceve immediatamente una sequela di improperi: razzisti, nazisti, fascisti, populisti, idioti; seguiti da una serie di insulti irripetibili. Questo indipendentemente dal fatto che il vostro interlocutore abbia o meno votato questo partito. Anzi, chi insulta di più probabilmente lo ha anche votato di più e in questo modo forse cerca di mascherare l’atto vergognoso. L’AfD è la bestia innominabile, il pozzo nero dell’animo tedesco, il vorrei ma non si può più, e questo la dice lunga sul fallimento del partito che si era illuso di essere la reincarnazione della Cdu (Partito cristiano-democratico) ante Merkel.

Già i natali infelici fanno intuire come i leader del nuovo partito conservatore non siano proprio dei fulmini di guerra. L’AfD si forma nel 2013 a Berlino allo scopo di promuovere la German-exit, l’uscita della Germania dall’euro. Ora, in Germania anche i sassi sanno che la prosperità economica tedesca dell’ultimo ventennio è dovuta soprattutto all’euro e al suo sistema economico improntato all’austerity, che ha permesso a Berlino di trionfare sui mercati internazionali. Mettere come tema unico di un partito nuovo di zecca l’uscita dal paese dei balocchi non è sbagliato, è stupido. Infatti, alle elezioni del 2013 i nuovi conservatori non vanno oltre al 3%, rimangono fuori dal parlamento e tutto sembra finito ancora prima di cominciare.

Ma la storia a volte aiuta gli stolti e nel 2015 davanti all’AfD si apre una prateria di voti. Accade che a settembre di quell’anno Angela Merkel apra le frontiere a un milione di profughi siriani, ma c’è chi parla di due, senza interpellare nessuno. Una marea umana si riversa nella patria di Goethe accolta da una folla di tedeschi festanti al grido di “Flüchtlinge Willkommen” (benvenuti profughi). Certo, il fatto che profughi sedicenti minorenni avessero barbe e peli da adulto navigato qualche dubbio lo fece venire anche ai più convinti e così, per evitare che i sospetti generassero diffidenza, stampa ed establishment culturale iniziarono un bombardamento a tappeto su chiunque si azzardasse a dire qualcosa di non positivo sui profughi.

La pressione morale generò malcontento non solo nei sostenitori del governo, l’AfD lo capì e si gettò a pesce. In quattro e quattr’otto la German-exit andò in soffitta e il suo posto fu preso dal nuovo tema unico: stop all’invasione. Un trionfo. Dal misero 3% l’AfD passa al 12% alle politiche del 2017 con puntate del 24% alle regionali del Sassonia-Anhalt nel 2016. A livello nazionale il target diventa il 20%, ma vista la crescita esponenziale qualcuno sogna il 30 o addirittura il 35%.

Per qualche anno il partito che voleva rifare la vecchia Cdu cavalca la protesta, poi qualcuno inizia a sospettare che forse il fantino non sa dove andare. Perché non basta ripetere fino alla noia “stop invasione e Merkel via” se non hai nulla da offrire in sostituzione e soprattutto se non hai idea di come governare una società moderna che ospita al suo interno grandi minoranze di gruppi etnici diversi. Per un po’ la gente ti segue perché è arrabbiata e non ne può più di essere chiamata razzista soltanto perché critica l’immigrazione di massa o perché prova diffidenza nei confronti dell’islam, ma poi, quando si accorge che sei un disco rotto che ripete sempre la stessa traccia ma non ha la minima idea di come attuarla, ti molla.

Alle europee del 2019 arriva la mazzata: invece dell’atteso 20%, appena uno stiracchiato 10%. L’esplosione della pandemia nel 2020 assesta un altro colpo. Non avendo solide tradizioni liberali che mettano al centro la libertà dell’individuo, l’opposizione dell’AfD alla deriva sanitaria del governo risulta debole e poco convincente. Sembra più che altro un pretesto per contrastare l’esecutivo più che una difesa dei diritti fondamentali. Il sospetto di molti è che se l’AfD fosse al governo attuerebbe le stesse politiche liberticide. Per bloccare l’emorragia di consensi la candidata alla cancelleria nonché capo partito Alice Weidel rinforza le parole d’ordine e punta ai duri e puri di destra. E l’emorragia s’intensifica. Alle regionali 2021 del Baden-Württemberg l’AfD passa dal 15,1% (regionali 2016) al 9,7%. Stesso discorso per le regionali del Rheinland-Pfalz, dove il 12,6% del 2016 diventa 8,3% nel 2021.

La Weidel ha 42 anni, studi economici, ex analista, consulente finanziaria ed è una omosessuale dichiarata. Il fatto che il capo di un partito di destra che vorrebbe prendere il posto della Cdu sia dichiaratamente omosessuale e co-madre di due figli insieme alla sua compagna, è la conferma di quanto il mondo di oggi sia complesso e non possa essere governato a colpi di slogan. Il motto dell’AfD per le elezioni del 2021 è “Germania sì, ma normale”. Cosa significhi normale non è dato sapere. Quel che è certo è che nel programma è rispuntato l’antico cavallo di battaglia del German-exit, forse per dare un tocco di diversità, e naturalmente rimane lo stop generalizzato alle migrazioni. I pronostici le accreditano il 10%, cifra che ormai sembra essere diventata il limes invalicabile per un partito dalle ambizioni decisamente sproporzionate rispetto alle capacità.

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