GIANLUIGI GELMETTI/ Il gigante con un merito non riconosciuto dai certi critici

- Giuseppe Pennisi

L’11 agosto è scomparso Gianluigi Gelmetti, direttore d’orchestra che ha avuto un importante merito non riconosciuto da alcuni critici

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Gianluigi Gelmetti (Lapresse)

L’ultima volta che conversai con Gianluigi Gelmetti, che ci ha lasciati l’11 agosto, è stato nel suo ufficio a Montecarlo, dove risiedeva da anni, con la finestra che rasentava il Mediterraneo. A Montecarlo dirigeva la Filarmonica del Principato, un’orchestra di tutto rispetto. Gelmetti, allievo di Sergiu Celibidache, di Franco Ferrara e di Hans Swarowsky, è stato forse l’ultimo dei direttori d’orchestra poliedrici ed eccellenti in un repertorio, sia lirico che sinfonico, vasto e diversificato proposto in tutti i maggiori teatri e sale di concerto. Lo conobbi e diventammo amici nei dieci anni in cui è stato Direttore Musicale del Teatro dell’Opera di Roma. Era appassionato del suo lavoro e generoso del proprio tempo: poteva conversare per ore sui dettagli di una partitura. Era amatissimo dagli orchestrali.

In questi giorni, molti hanno ricordato i suoi successi. Riconosciuto internazionalmente anche per la vastità e poliedricità del suo repertorio, sia lirico che sinfonico, ha diretto in tutto il mondo: in Europa, al Teatro alla Scala al Royal Opera House Covent Garden, all’Opéra National de Paris, al Teatro Real di Madrid, alla Filarmonica di Berlino, a Monaco di Baviera, Vienna e San Pietroburgo; nelle Americhe, in Australia, Giappone, Cina, Qatar, nonché nove anni presso l’Orchestra Sinfonica di Radio Stoccarda, e quattro alla guida della alla Sydney Symphony Orchestra.

Una carriera contrassegnata da riconoscimenti come: il Rossini d’Oro; il Premio Verdi, il Premio della critica giapponese per la direzione della Nona Sinfonia di Beethoven, Libro d’Oro del Festival Beethoven di Bonn, Prix de la Critique, Diapason d’Or per il suo CD su Alban Berg. Ha inciso con EMI, Sony, Ricordi, Fonit, Teldec, Agorà e Naxos. Era Accademico dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e dell’Accademia dei Virtuosi al Pantheon. Tra le onorificenze ricevute: in Italia “Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica, in Francia “Chevalier des Arts et des Lettres” e nel Principato di Monaco “Commandeur de l’Ordre du Mérite Culturel”.

Pochi hanno ricordato uno dei suoi grandi meriti: l’aver riportato in Italia (quando era Direttore Musicale del Teatro dell’Opera di Roma) quella che la più antica e più prestigiosa rivista culturale italiana (“Nuova Antologia”) ha chiamato “la musica negata”, grande musica composta nel periodo tra le due guerre mondiali e, pur eseguita nel resto del mondo, nel nostro Paese non proposta in quanto, stupidamente, associata al regime fascista. Gelmetti portò all’Opera di Roma due capolavori assoluti di Respighi come “La Fiamma” e “Marie Victoire” e uno grandissimo di Alfano “La leggenda di Sakùntala”. Certi critici lanciarono accuse velenose (che denotano la loro ignoranza). “La Fiamma”, proposta nel 1997, è da decenni in repertorio a Budapest, anche in quanto è un inno contro l’autoritarismo e la superstizione. “Marie Victoire”, tenuta a battesimo postuma all’Opera di Roma nel 2004, è un’accusa impietosa contro il giacobinismo ora in repertorio alla Deutsche Oper Berlin . “Sakùntala”, la cui prima rappresentazione aveva avuto luogo a Bologna nel 1921, con Tullio Serafin sul podio, e la cui partitura si riteneva perduta a ragione dei bombardamenti su Milano, venne riproposta, grazie al lavoro di ricerca di Gelmetti, nel 2006 ed è stata ripresa in importanti festival internazionali come quello di Wexford.

È stato un gigante. Se n’è andato quasi alla vigilia di Ferragosto in punta di piedi. Mi auguro che alla riprese autunnale, almeno il Teatro dell’Opera di Roma, a cui tanto ha dato, trovi l’occasione di ricordarlo come merita.

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