GIANNI TOGNI/ “Futuro Improvviso”: quel ragazzo che guarda ancora alla luna

- Alessandro Berni

Fu il tormentone dell’estate del 1980, la sua Luna, Gianni Togni torna con un disco di grande qualità

Gianni Togni
Gianni Togni

E’ difficile non pensare a Gianni Togni come a quel ragazzo che nella primavera del 1980 portò all’attenzione del grande pubblico l’immagine di uno scapestrato dal cuore grande, che con Luna rispolverava l’antica equazione tra avvenenza femminile e il fascino dell’astro per eccellenza.  All’interno di un progetto che imponeva inizialmente una specie di variante cantautorale della musicalità e dell’abilità dei Pooh di penetrare l’immaginario dei sentimenti nella quotidianità, è altrettanto difficile ignorare la fulminea evoluzione che portò il musicista romano a sfoggiare – non più di due anni più tardi – il  pop-rock stratificato di Bollettino dei Naviganti e sul finire del decennio la sofisticata espressione d’autore di Bersaglio Mobile.   

Futuro Improvviso”, quindicesimo album in carriera pubblicato lo scorso 20 settembre,  è un voltarsi indietro a ripensare quei passi senza la superstizione di un passato ingombrante, ma cercando con stupore e umiltà il segreto della vita sfuggente.  Il ragazzo che con Luna viveva quella disobbedienza romantica che sfidava – quasi da eroe buono – la comodità delle convenzioni, oggi è un uomo che vuole continuare a essere fuori dagli schemi captando i segni dei tempi, sistemando l’abbigliamento musicale e accompagnandolo con parole proprie adeguate al contesto.

Lo slancio che ieri confluiva nel coronamento della prima fase artistica con il bellissimo Bollettino dei Naviganti, oggi rivive in veste rinnovata e con l’apporto di variazioni mirate nella presentazione del suono.  Quel che un tempo era appannaggio della polivalenza di Maurizio Fabrizio o del tastierismo raffinato di Fio Zanotti, rovescia le proporzioni in un tessuto musicale guidato ora dalla chitarra elettrica di Massimiliano Rosati, principale alter ego dell’attuale band di Togni, davanti al tastierista e orchestratore Flavio Mazzocchi.  E con il valore aggiunto del ritorno dell’amico di sempre Guido Morra che firma i testi de Il circo e Senza un motivo apparente

Ciò che ne esce – grazie anche all’ausilio di un ampio manipolo di validi musicisti – è un disco bello, vivo, coerente, scorrevole che torna con convinzione a quella variegata anima musicale che accoglie in sé le influenze di certo rock immaginifico caro all’autore.  Un capitolo differente rispetto a quello che con il teatro musical di “Il Bar del Mondo” (2015), si proponeva di coreografare e quasi recitare la grande storia delle sette note dalle grandi band dei ‘60 in poi. 

 

Voglio correre (senza freni) in apertura, si collega programmaticamente al passato remoto di quel ragazzo che gestiva la sua immaginazione ribelle, con quell’intuizione di schietto romanticismo che lo portò all’attenzione del mainstream d’inizio anni ’80.  E’ il desiderio della luna rivisitato in un’attualità benedetta da ritmiche lineari, calde linee di chitarra e la brezza sonora del quartetto d’archi.  

Un’anima pop-rock efficace e diretta che prosegue in Un’autostrada di storie mossa il giusto dalla fresca variazione finale elettroacustica, nella presa solare del refrain di Sarà un giorno migliore con la sua tradizionale impronta AOR, nel tenore riflessivo de Il circo e nel perfetto impasto di ritmo e melodia di Vado via con me.

Ma c’è tanto e molto di cui godere in questo disco, come in una Note a margine che accentua l’anima  rock sull’oscillare elettrico degli arpeggi o in una Sì lo so che sposta l’ago della bilancia verso la canzone d’autore soft e velatamente cameristica, come poteva essere quella degli episodi più intimi del Togni dalle parti del 1982.  E non è da meno la lieve indole folk di una Senza un motivo apparente, che fa salire in cattedra la freschezza lucente del bouzouki di Massimiliano Rosati in un bel dialogo con il violino di Alessandro Golini.

Ma è quando la forma canzone incontra le figurazioni classico-retrò, che Togni comincia a ripercorrere l’impulso creativo dei suoi momenti di arte più intima.  Quello che un tempo era scintilla e passione che illuminava l’epica esistenziale di Il volo delle piume e quella popolaresca di Nannarè, oggi è la rievocazione di quegli antichi legami nei connubi tra prog e ritornelli per l’infanzia di Tutti giù per terra, nelle arie rinascimentali di Sorridi alla tristezza e nel lirismo della bonus track strumentale Start, quasi un secondo sì dell’autore al dinamismo evocativo dell’art rock più ispirato nella propria esperienza artistica.  E’ il tocco finale ma non meno rilevante di quella che può dirsi a tutti gli effetti, una dichiarazione d’amore per l’inesauribile potenziale inclusivo della musica.     

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